30. Canzone del Sommo Bene, oggetto d'amor naturale
Poesie — Scelta di alcune poesie di Settimontano Squilla
Ogni cosa si dice bella o brutta,in quanto bene o male rappresenta.Ogni cosa si dice mala o buona,in quanto causa, dispone o fomentaimmortal vita o morte, in parte o tutta.Ché sommo Bene o Sommo Mal consona:quello oggetto final di tutti amori,e questo tutti gli odii muove e sprona.Ogni altro bello e ben or s’ama e prezza,ed or s’odia e disprezza,e par malía e bruttezza,o al medesmo o a diversi amatori,ch’al Ben sommo ora spine ed or son fiori;che a nullo ente unqua annoia e sempre rapetutti, ch’è per sé buono sempre e solo.Quanto s’opra, si può, s’ama e si sape,s’indrizza a lui, sí come fuoco al polo.
Cercar il cibo e prepararlo al ventre,Palla seguire e Venere in gran pena,e la propria sostanza in lei deporre;cittá abitar, che tanti gusti affrena;pugnar per lei, e ben far ad altri; mentreSommo Ben non movesse il senno a tôrretante brighe, vorria prenderle nullo.Ma il viver sempre, ch’indi viensi a côrre,in sé, o nella fama o nelli figli,dolzor diede a’ perigli,ed agli agi scompigli.Cosí noi or la sferza, or il trastullo,perch’egli impari, usiamo col fanciullo.Palla dunque non ha, Venere o Baccogioie per sé, ma a questo fin piú altèro:onde attuffan, s’è voto o colmo il sacco;e spesso è lor preposto il dolor fiero.
Se, di vivere in scambio, alcun s’uccide,se stesso o i figli o l’opre sue famose,lo fa per migliorar di vita, essendoil viver nostro e delle nostre cosemorir continovo, che mai non videsenza mutarsi, o mancando o crescendo;ed ogni mutamento è qualche morte,uno stato acquistando, altro perdendo,d’atto, o di quale, o di quanto, o di essenza.E se con violenzasi fa, reca doglienza;e gioia, fatto con natural sorte.E l’esser sol presente è certo e piace;e se repente forza il muta, duolsi,sí che il morir comun manco gli spiaceche ’l proprio; ch’è ’l mutar, com’io raccolsi.
La servitute all’animo gentilemorte propria è, che d’uom lo cangia in bruto,e i suoi studi ed azioni in pecorine.
E per men mal Caton s’ammazza; e Brutomorìa ne’ figli tralignanti, vilefatto il suo gran sembiante; onde lor finedie’, qual Marone al suo libro dar volle,pieno d’error, di sua fama rovine.Viver per fama infame è vita amara,morte all’alma preclara,che, sprezzando, riparapiú vera vita in gloria. Ove il Nil bolles’uccise un elefante, e Neron molle,e di Sìam le donne non volentisopravvivere al vago. A tai piú propiapar morte mutar stato che elementi.Pensa altri in fama o in ciel vivere a copia.
Ma nullo annicchilarsi unquanche intese,se non alcuni stolti di Narsinga,che solo in niba credono posarsesenza affanni. Sentenza, che lusingachi sommo mal la doglia esser contese,che a noi guardiana della vita apparse,e di Natura medicina e sferza.
Cosí, se non si mangia per gustarse,né Venere per sé Natura fece,ma per servar le spece,a noi stimar non lecela voluttá Bontá prima, ma terza,che segue all’esser bene, e pria anche scherzacon tal presagio il Ben dell’universo,perch’ogni ente si serbi a lui e propaghi.Nel che, non d’arte errante al buio immerso,ma di Natura ogni senso n’appaghi.
Ricchezze, sangue, onor, figli e vasalliper ben dá il Fato; e pur rovina a moltison al nome, alla patria ed al composto;e fan gli animi ansiosi, vili e stolti.Del corpo i ben, che ’l ciel per meglio dálli,sanitá, robustezza e beltá, tosto
si perdon anche, o perdon chi l’abusa,quando il ben grande al piccolo è posposto.Fra tutti beni le virtú dell’almaottengono la palma;onde in corso ed in calmaregge gli altri, e di mal mai non si accusa.D’esser virtute ogni potenza è esclusasenza il senno, di lor guida e misura;né il suo senno tien l’ente che ha l’idea,specifica bontá, in piú o manco impura;onde è a sé malo e strutto, e non si bea.
Il ben, ch’all’altrui vivere s’applica,in sé o ne’ discendenti, utile è dettodall’uso; e dall’onore in fama, onesto.D’essi appresi esce l’allegria, il diletto,il ricco danno, e dolce la fatica.S’alcun atto è nocivo e disonestoe par giocondo, avvien ch’ivi fu mistopiú ben con male; e quel nasconde questo.Dunque ogn’onesto ed utile è gioiosoin che serba, e dogliosoin che strugge; e dir oso
che senz’essi piacer mai non fu visto.Se piace l’acqua all’egro, onde è piú tristo,giova al spirto, o alla lingua ove ha angoscia;ma, perché énno assai parti, se a piú noce,s’ammalan tutte per consenso poscia;ond’essa perde d’utile la voce.
La dolorosa vita non si fugge,se non in quanto è morte: ch’essa dogliasenso è del mal, ch’almen morte minaccia,o fa, alla parte dov’è: benché sogliatutte serbar, se ’l mal qui unito strugge.Onde i dolori il senno accorto abbracciaper gioire, e molto mal per piú gran bene,e ’l ben per mal, se piú di mal procaccia.Viver dunque secondo il senno insegnafelicitá si tegna;per cui saper convegnatutte le cose che ’l mondo contiene,quanto fan di timor, quanto di spene.Ma, perché manca ogni conservamento,ché noi siam parti per lo tutto fatte,e per Dio il tutto, il senno amante, intento,per farsi divo, a quanto può combatte.
Canzon, dirai che l’uom sol fa beatoil senno, senza cui li ben son mali,né si sente il gioir; ma seco pureil mal fia ben. Né senso han l’alme impure,ma veggon con gli occhialile cose in altra guisa, ch’elle stanno.Né puritá può aver chi non è natoper sé, ma ad uso di que’ che piú sanno;talché si fa felicesol oprando quel che ’l saggio ci dice.Assai sa chi non sa, se sa obbedire.Tutto infelice fia chi non ascolta,ma nacque per servirein quel mal, che ben fia di gente molta.Forse fia in altre parti puro poi,ché in varie forme s’occulta e rinasce,e sol d’eternitá l’esser si pasce;ché il bene e ’l mal son dolci a’ denti suoi.
Comments
Loading comments…