Già cessa il metitor col torto ferro

— Giá cessa il metitor col torto ferrodi còrre i frutti del sepolto seme,e sotto l’ombra del fronzuto cerrosta ’l gregge insieme.Fugge ogni fera gl’infiammati lampi,che ’l sole avventa dall’ardente faccia;né alma v’è che per gli aperti campidimora faccia.O bionda piú della matura spica,ma piú crudel della pungente arista,che qualor vai nella fontana apricatraggi ogni vista;per non venirne all’ombra ove son io,perché or dal camino arder ti fai?infino a quando questo sdegno riomeco terrai?Dunque, t’han le bugiarde altrui parolepotuta trarre a prestar fé compita,ch’io ami altra che te, mio caro sole,mio ben, mia vita?Spògliati, semplicetta, i rei pensieri,ch’io non seguo Licori, ancora ch’ellaséguiti me, né le mandai l’altrierila bianca agnella.Bench’egli è vero (acciocché chiaro appaiache falsata han l’istoria a te costoro)che fu ella ch’a me mandò dall’aiaun pomo d’oro;su ’l quale era con lettera cavatascritta questa sentenza in corti accenti:«Giace per te Licori, empio, infermata,e tu ’l consenti».

Lessila e tosto il dono a terra trassi.Vedi tu, dunque, com’hai meco sdegnoper cosa, ond’io sarei che mi lodassipiú tosto degno! —Cosí parlava l’amator selvaggio,quand’ella, alquanto accoltasi la vesta,ridendo seguí oltra il suo viaggio,coll’urna in testa.

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