Lettera LIII

LETTERA LIII

10 giugno.

Cosí esclamai nel venerar la tomba del mio sovrumano Ariosto. Oh, di quanto foco non mi bollivan le vene, riandando col pensiero le divine ottave di questo genio creatore! Ho visitato ancora, e con qual tenerezza, la semplice sua casa. Mi parve in questo pacifico ritiro vederlo aggirarsi posatamente colla fronte accigliata, in atto di meditar qualche sublime squarcio del suo Furioso. Egli era virtuoso e dabbene in mezzo ai malvagi, e quindi fu sventurato.

Ombra sacra dell’italico Omero, no, che la tua bella Olimpia, né que’ pianti, né que’ gridi, né quelle vaghe membra saranno giammai dimenticate! Angelica ora in mezzo all’acque, che si raccoglie la vesta e dubbia tien alto il bel piede, ora senza alcun velo e cogli occhi pietosamente fissi nel cielo vendicator dei delitti, qual evidente quadro non ci offre?

E che il vederla cosí candida e perfetta, che avria sembrato a Ruggiero una bella statua di bianco alabastro:

E come mai seppe questo genio dipinger sí ben la natura e cavarci dalli occhi le lagrime? E di qual tempra esser dovean le sue fibre? e di che forza l’accesa sua immaginazione? e quali movimenti non aggiravano il suo cuore?

Io taccio, poiché mi perdo in quel vasto campo d’originali bellezze. Dimmi, o Lorenzo: dov’è l’uomo sensibile, che vicino al sasso di sí gran poeta non si accenda di nobile entusiasmo? Se il grande Lodovico avesse veduto Teresa! se le fosse stato amico!... se!...

Non lamentarti: questa mattina sono veramente un poco meno debole e spossato, e quindi ho voluto far qualche breve passeggio a piedi... E poi? Questa misera vita vale forse il pensiero di prolungarsela con tante noie?

Parto, fra poch’ore, verso Bologna. Addio.

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