Lettera LIX
LETTERA LIX
25 giugno.
— Perché parlar sempre di morte? — Sí, o Lorenzo, sempre; e m’è forza il pascermi di questo dolce pensiero. Chi oserá di rapirmi l’unico e lieve conforto agli atroci miei mali? Invano l’uomo pacifico e di sangue freddo procura d’inspirare coraggio all’infelice! Tu, sano e robusto, sapresti far passare un solo filo di tua salute ad un moribondo arso da maligna febbre, in braccio di mortale agonia? E tale è il tuo dolce amico.
Il mio favorito passeggio è sovente sopra un selvaggio colle vicino, circondato da dieci lugubri cipressi: questo è l’altare in cui offro a Teresa ed all’Eterno i sacrifizi del mio pianto! Si scorge di lassú nella vailetta alcune piccole croci di legno, piantate sopra elevate zolle di terra: sono esse le semplici tombe dei defunti pastori. Sull’imbrunire della sera io mi arrampico spesso sul monte per contemplarle e pregar pace agli estinti.
Non lungi un cipresso, io lessi, scolpita in una rozza pietra sepolcrale, la seguente iscrizione:
— O pastor sventurato! — gridai: — ben anche tu provasti cosa sia amore. Frappoco ti sarò compagno: m’attendi! — Baciai piú volte ferventemente quel sasso, lo rigai di lagrime e partii.
Lorenzo, Lorenzo! quella funerea iscrizione è la mia ultima sentenza.
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