La Natura poetica
O Tu qualunque alla difficil metaBrami poggiar del monte a Febo caro,E al vanto aspiri d’immortal poeta,Se te d’un lauro il più sovente amaroPunge tanto desir, nè temi il morsoDi macra Invidia, che gli cresce a paro,Pria che te spicchi al periglioso corso,E premer tenti al corridor FebeoSpesso indocile al fren l’aereo dorso,Odi, e non pensa che Latin, nè Acheo,Non Tosco, od Anglo, o Gallico marstroVagliano a farti emulator d’Orfeo.Mentre ancor precettor, che ’l cammin destroMostrasse, non v’avea, ch’ei già le gentiAl suon traeva dell’armonic’estro.
Nè ’l Sofo, che regnò per secol venti,Scritto avea d’Arte, che già mille, e milleDel grande Omero ripetean gli accenti;E Grecia tutta del superbo AchilleL’ire cantava, e di valor guerrieroDa que’ bei carmi ritraea faville.Così se sciorre il gran Cantor primieroPotè sol per se stesso il divin canto,Che lungi lascia ogni secondo Omero,Qual pro di leggi e d’esplorar cotanto,Come a forza di regole trapasseIn noi virtù, che di Natura è vanto?Nè di Laura il Cantor, finchè dettasseDell’Italica lira altri le leggi,A volar sopra tutti indugio trasse.Ma senza queste de’ Toscani seggiPur tiene il primo, e ove seguì precettiForz’è ch’affiso tra sezzai lo veggi:Studia dunque te stesso, e i propri affetti,Che se possente in te Natura annida,Uopo non è, ch’altro soccorso aspetti.A lei di sviluppar la cura affidaDe sensi tuoi l’impression, che siaEssa d’ogni altra assai più certa guida.Perciò sappi quai doti uopo è che diaA te Natura a questo fine, e sono:Senso, Imaginazion, Gusto, Armonia.
S’Ella di tanto a te fatt’avrà dono,Greco, Latin, Tosco, Britanno, o FrancoMastro di Musa, e precettor di suonoLascia alle scranne, e con piè sciolto, e francoT’avvia pel calle, che su Pindo adduce,Nè dubita per via di venir manco.Con tali pregi, e tal maestra, e duce,Tu dei l’arte formarti, e van consiglioSpregiar, che gli altri ad imitar t’induce.A te sta di condurre il tuo naviglio,E benchè ’l lido opposto il mar ti copra,Nè tutto il possa misurar col ciglio,Lasciar non dei di poner mano all’opra,Che pronto ardir più di, prudenza a provaVale, che nulla di magnanim’opra.Icaro cadde al suol, ma via pur trovaDedalo di volar coll’ali stesse,Si quel, che nuoce all’uno, all’altro giovaSe ’l buon Roman prima, che fronte fesseSul ponte all’armi dell’Etruria tutta,Di farlo il come ponderato avesse,Ragion non v’era, che all’inegual luttaValesse a porlo, eppur l’ardire insanoSalute a Roma, ed a lui gloria frutta.E’l prode vincitor dell’Oceano,Pria d’accingersi al calle anco intentato.L’ignoto mar non misurò con mano.
Primo dunque di Senso il pregio innatoT’è d’uopo, e ch’abbia a te Natura in pettoPieghevol fibra ad ogni impulso dato.Da sensi esterni il ricevuto oggetto,Ch’a pinger s’ha, deve con forte scossaAll’interno passar, che senso ho detto.Da questo all’alma, che vuol esser mossa,Come per mezzo ei dee con pari forzaPortarsi, ond’ella al par ne resti scossa.Che tale è ’l nodo, ch’all’esterna scorzaLega l’alma, ch’ognor mutuo divieneOgni lor moto, e l’uno l’altro afforza.Or tu, che bevi alle Pierie vene,Se, poichè ’l concepisti, altrui pur vuoiOggetto pinger, come più conviene,S’uopo è che quel per via de’ carmi tuoiTal faccia impression, che tu presenteAll’Uditor lo renda, e a’ sensi suoi,
Sicchè, quantunque appieno finto, e assente,Di veder, di toccar quello, che muoviOggetto a pinger, a pensar lo teme,Come farai tu ciò, se pria nol proviTale in te stesso? più sentire altruiFar non potrai, ch’in te non senti, e trovi.A questo fin dee giovar quindi a nuiImaginazione, o FantasiaChiamar vogliamla, co’ soccorsi sui:Che se calda in te ferve, a qual si siaS’adatta oggetto, e quel, che ’l Senso ad essaTramanda, bee, nè mai di traccia obblia.Per lei la forma nel cerebro impressaDi fervidi color s’anima, ed orna,E pronta n’esce, e vivamente espressa:Essa a quanto le manca in foggia adorna,Supplisce, e veste di lucente ammantoCiò, che finge animosa, o all’esser torna.E quanto esiste in mare, o ’n terra, e quantoSerrano i cieli, nell’immensa sferaDel volo suo tutto ha di stringer vanto:E spesso ancor sovra Natura altera5’erge sublime, e nuovi mondi, e nuoveSol possibili forme al guardo schiera.Ma non sempre al bollor, che questa muove,Appien fidar le temerarie vele,Se vuoi biasmo evitar, però ti giove,
Nè possente Ragion, che ’l ver disvele,E’l ben discerne, e’l male, e al Ciel sormonta,Verrebbe a farti in ciò guida fedele.Altra norma più certa a te sia conta,Che, quanto il fren stringer convenga, o sciorreA fantasia, tacita accenna, e pronta.Questa Gusto si chiama, ch’in te porreSol può Natura, u’ l’Arte aspira invano,U’ non giunge Ragione, ei sol soccorre.L’Orator guidi l’Arte, e ’l varco arcanoMostri a Sofi Ragion, che scorge al Vero,Ma regga i Vati il Gusto sol per mano.Stolto sarebbe il definir pensiero,Quale, e quanto in noi possa, e come il Gusto;Sentirlo è tutto, e lo spiegarlo è zero.Pari all’occasion su filo angustoMa vario sempre ei corre, è l sommo vantoÈ a ciascun pel suo fil coglierlo giusto.Ei sol può far sentir fin dove, e quanto,Nè più, nè men convenienza regna,Nè può precetto alcun giungere a tanto,Nè già meglio l’Esempio a te l’insegna;Mentre ciò ch’oggi Gusto a te pur detta,In me domani egli condanna, e sdegna.Non tempo, e luogo, non materia elettaA lui pon legge, o circoscrive in certoConfin l’orma sfuggevole indiretta.
Ma se di sommo Vate al raro mertoGiunger tu vuoi, che solo il lauro cinge,Sarà Armonía, che te n’avvolga il serto.Essa in carmi le voci aduna, e stringe,I carmi al canto il canto a varj oggettiAdatta, e questi, quali son, ne pinge:E non men che pennel vivaci, e schiettiFarebbe al guardo, essa parlanti all’almaCo’ suon gli rende imaginosi elettiSuon, che non lascian l’uditore in calma,Ma nell’impeto lor lo muovon seco,E sui fissi colori intera han palma.
O sventurato, e più che talpa cieco,Chi insensibile ha l’alma a tal lusinga,Degno d’inospital barbaro speco!Ma più chi tanto ad ottener s’accingaDal numerar sulle tranquille ditaFreddi accenti, ond’i carmi accozzi, e spinga.Ch’armonia crede star nella compitaCesura, od emistichio, e versi mena,Cui nega Apollo un giorno sol di vita.Ch’ov’è d’uopo volar van zoppi appena,E volan, se villan sterp’aspro deveSchiantare a forza di braccia, e di schiena.Ch’imago mai non dan lunga, nè breveDi sensi, e suoni, dal cui solo accordoAnima, e moto Poesía riceve.Degni versi, ch’un canti all’altro sordo,O ’n nozze d’usurajo a spenti raiFuneral Gufo, o qual v’ha augel più lordo.Ma se propizia in ciò Natura avrai,Spontanei sempre ti verranno a bombaI carmi, ed atti a ciò, che dir vorrai.E od aspri ringhi, o rauco suon di tromba,O gli stridenti strai scagliarsi a sghemboTra ’l tuon, ch’intorno romoreggia, e romba.Il crebro a terra grandinar da gremboDi rotta nube, oppur ruenti ruoteDirai che volvon d’atra polve un nembo.
Tristi augurj parranmi, e cure vuote,Se per trarre ogni verso uopo a te siaRoderti l’unghie, e di graffiar le gote,Destrier, che sempre ha dello spron per viaD’uopo, i’ non curo, e quel prepongo, e lodo,Che mai zampa all’andar non ha restia.So, che non sempre a noi si mostra a un modoFacile Apollo, e carmi a stento dettaTalvolta, e tienci tra martello, e chiodo.E allora? allora tu la penna getta,E lascia pur che senza un sonettaccioCinga chi vuol la dottoral berretta.Lascia a chi tocca di sposar l’impaccio,E credi pur, che l’alma Sposa, ancoraSenza di te, torrà lo Sposo in braccio.Canterà ’l Prete, o ’l Frate alla stess’oraLa nuova messa, senza che sull’aliD’Ode tu ’l desti nella prima aurora.Se far non vuoi come que’ due cotali,Ch’i Sonetti del Bondi, e Botta-AdornoA se stessi calzar come stivali.Ed ardirono apporvi al pieno giornoNomi loro, e cognomi in foggia chiara;O Patria! o Muse! o Padre Febo, o scorno!Tu a sceglier dunque i buon momenti impara,Quando son gli seconda, e non ascoltaChi vuol di freno allor tua destra avara.
Lodo su carmi tuoi più d’una voltaTornar, ma fallo è l’arrestar d’un trattoCorridor, che galoppa a briglia sciolta,Sdegna, e temi un censor, che troppo esattoD’arte favelli, sebben scranna ci copre,Tutto spesso ei condanna ad ogni patto.Spesso avvien, ch’egli colpa in te discopreNon per altra ragion, se non se quella,Che l’arte sola in giudicarti adopre.L’Arte un dì ch’era ancor giovin zitellaDel Gusto s’invaghì, che in pari etadeScorrea del mondo questa parte, e quella.Ma siccome in amor soventi accade,Tanta per essa indifferenza ei prese,Quant’essa avea per lui grazia, e bontade,Pur galante qual era, e assai corteseIl Gusto; a bada alcuni dì la tenne,E novellando, a corteggiarla attese,Però sul sodo alfin batter convenne,E dir di nozze 3; ei per sottrarsi al groppoFuggì, nè presso lei mai più sen venne.L’Arte irata col Dio volubil troppoPer dispetto sposar volle sul punto,E al Metodo si diè stitico e zoppo,Che per esser di vita infermo, e smunteSulla cattedra sempre immobil siede,E di dettar prese coll’Arte assunto.
L’un nell’altra ha tuttor speranza, e fede,Ma prole magra, e al genitor simileNacque pur troppo dalle fredde tede.Così fu Pedantismo, che di stile,
Tropi figure regole severo
Sempre parla, e d’Esempio in tuon servile.D’Amore intanto sotto il dolce imperoPur venne il Gusto, e d’una tal fanciullaFantasia detta s’invaghì davvero.Piacquersi entrambi al primo sguardo, e sullaBuona fè si legaro, e s’aman ancoBenchè spesso il cervello a costei frulla.Che gaja, e vispa sul piè destro, e mancoSempre saltella, e al facile marito,Se può, furtiva si sottrae dal fianco.Corre dietro al Capriccio, il quale arditoOr le fa vezzi or beffa, e con costui,Dicon, tiene talor notturno invito.Quind’è che sì sovente i parti suiSon dissimil tra lor, nè facil cosaÈ i veri scerner dai supposti, altrui.Leviamo il velo all’una, e all’altra sposa,E l’Arte fiacca, e Fantasia sospettaVedi, e stolto chi troppo in lor riposa.Là Pedantismo, qui Capriccio dettaCarmi, e giudicj, e l’un non men fallacePerò dell’altro con ragion t’aspetta.
Dona libero il Gusto a chi gli piaceDel Bello il Senso, e l’ignorante spessoFa più del dotto a giudicar capace.Talora in verde etate, e ’n uom dimessoS’annida, o ’n tal, che mai non lesse testo,Soventi alberga ancor nel molle sesso.Almen nomarne una potrei, che questoLeggiadro nume ha savia Donna amico,U’ nol vietasse il suo pensar modesto.Ch’animo nutre, e cuor più, ch’io nol dico,Eccelsi, e degna è che novel PetrarcaSorga per essa ad emular l’antico.Ma di sue laudi, s’io la lingua ho parca,È che minor ne fora ogni mio metro,Nè fral naviglio immenso mar ben varca.Dunque in tal dubbio di censor t’arretroDal troppo ardente ricercarne alcuno.Da se pur troppo e’ ti verranno dietro,Pochi ne ascolta almen, se non nissuno,E pensa, che talor d’ottimo è prova,Ch’i tuoi carmi dispiacciano a taluno.Ch’il bel nel brutto, e questo in quel sol trova,E s’ignoranza non è, che lo imbocchi,Mattana batte, o forse invidia cova.Che strilla, se due volte avvien, ch’adocchiUn vocabolo stesso in un sonetto,Raggrinza il naso, el muso strigne, e gli occhi.
Che da capo a piè danna un poemetto,Se, benchè lunge la medesma rimaAvvien, che fossi a replicar soggetto.Pria che dai detti tu dal viso estimaSempre i giudicj; il Vate abil pittoreLegger vi dee quale cagion gli esprima.Pensa, che raro è ritrovar censore,Che sappia, e voglia, e giudichi a ragione,E d’un Arisba abbia la mente, e ’l cuore.In tal m’avvenni, ch’al divin Marone,Sebben critico in altro esatto egregio,D’Eteocle il Cantor però prepone.E che? Se quel, cui dee la Francia il pregioDel più nitido gusto in poesia,Del Tasso odi parlar poi con dispregio?Ogni cosa, per ottima che sia ,Punger si può, se a modo tuo la vesti,E di punger t’invade la mania.Così, s’alle querele i motti innesti,La desolata ancor tenera ElisaIn Taide, o Frine a trasformar verresti.
Di molti in bocca il provocar le risaÈ facil vanto, come all’aura fogliaSta lor cervello, o di battocchio a guisa.Lascia a ciascun, che riso o pianto sciogliaA suo talento, e al tuo de’ proprj carmiSuonar fa l’aure, e la Pieria soglia.Ma e tu, che spingi altrui, d’intender parmi,Ond’è, che primo di salir non cure,E all’ardua cima di volar risparmi?Forse pur fora, se men tristi cureM’avelli intorno, o che le stelle alquantoState ver me fosser men torbe, e scure,Che per l’Italo Ciel di miglior cantoAvrian suonato un dì le nostre muse,Onde ’l Tanaro mio n’avrebbe or vanto,Ed o l’Eroe, che Rodi tenne e chiuseAl Trace il varco entro l’Ausonie sponde,Detto avrei, come Febo al cuor m’infuse.Oppure a queste di valor fecondeRive scorto a fondar le mura nostreFetonte avrei per le Ligustich’onde.Ma vuole il Ciel, ch’in altro campo i’ giostre,E assai sia, se non atto a salir io,Almeno il calle altrui n’accenni, e mostre,A cui faccia quest’ozi un qualche Dio.
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