Alla marchesa Anna Malaspina della Bastia (1891)

I bei carmi divini onde i sospiriIn tanto grido si levâr d’Aminta,Sí che parve minor della zampognaL’epica tromba, e al paragon gelosoDei primi onori dubitò Goffredo,Non è, donna immortal, senza consiglioChe al tuo nome li sacro, e della tuaPer senno e per beltate inchta figliaL’orecchio e il core a lusingar li reco,Or che di prode giovinetto in braccioAmor la guida. Amor piú che le MuseA Torquato dettò questo gentileAscreo lavoro; e infino allor piú dolce

Linguaggio non avea posto quel dioSu mortal labbro, benché assai di GreciaErudito l’avessero i maestriE quel di Siracusa e l’infeliceEsul di Ponto. Or qual v’ha cosa in pregioChe ai misteri d’Amor piú si convegnaD’amoroso volume? E qual può donoAl Genio Malaspino esser piú gratoChe il canto d’Elicona? Al suo favorePiú che all’ombre cirrèe crebber mai sempreFamose e verdi l’apollinee frondi,«Onor d’imperatori e di poeti».Del gran padre Alighier ti risovvenga,Quando, ramingo dalla patria e caldoD’ira e di bile ghibellina il petto,Per l’itale vagò guaste contradeFuggendo il vincitor guelfo crudele,Simile ad uom che va di porta in portaAccattando la vita. Il fato avversoStette contra il gran vate, e contra il fatoMorello Malaspina. Egli all’illustreEsul fu scudo: liberal l’accolseL’amistà sulle soglie; e il venerandoGhibellino parea Giove nascosoNella casa di Pelope. Venute

Le fanciulle di Pindo eran con esso,L’itala poesia bambina ancoraSeco traendo, che gigante e divaSi fe’ di tanto precettore al fianco;Poiché un nume gli avea fra le tempesteFatto quest’ozio. Risonò il castelloDei cantici divini, e il nome ancoraDel sublime cantor serba la torre.Fama è ch’ivi talor melodïosoErrar s’oda uno spirto, ed empia tuttoDi riverenza e d’orror sacro il loco.Del vate è quella la magnanim’ombra,Che tratta dal desío del nido anticoViene i silenzi a visitarne; e grataDell’ospite pietoso alla memoria,De’ nipoti nel cor dolce e segretoL’amor tramanda delle sante Muse.E per Comante già tutto l’avea.Eccelsa donna, in te trasfuso: ed egli,Lieto all’ombra de’ tuoi possenti auspici,Trattando la maggior lira di Tebe,Emulò quella di Venosa, e feceParer men dolci i savonesi accenti;Padre incorrotto di corrotti figli,

Che prodighi d’ampolle e di paroleTutto contaminâr d’Apollo il regno.Erano d’ogni cor tormento alloraDella vezzosa Malaspina i neriOcchi lucenti; e corse grido in PindoChe a lei tu stesso, Amor, cedesti un giornoLe tue saette, nè s’accorse l’arcoDel già mutato arciero: e se il destinoNon s’opponeva, nel tuo cor s’apríaDa mortal mano la seconda piaga.Tutte allor di Mnemosine le figlieFur viste abbandonar Parnaso e CirraE calar su la Parma; e le seguíaPalla Minerva, con dolor fuggendoLe cecropie ruine. E qui, siccomeDi Giove era il voler, composto ai santiSuoi studi il seggio, e degli spenti altariRidestate le fiamme, d’AcademoFe’ riviver le selve, e di sublimiRagionamenti risonar le volteD’un altro Peripato, che di graviSalde dottrine, dagli eterni fonti

Scaturite del ver, vince a l’antico.Perocché, duce ed auspice Fernando,D’un Pericle novel l’opra e il consiglio,E la beltate, l’eloquenza, il sennoD’un’Aspasia miglior, scïenze ed arti,Che le città fan belle e chiari i regni,Suscitando, allegrar Febo e Sofia.Tu fulgid’astro dell’ausonio cielo,Pieno d’alto saver, splendesti allora,Dotto Paciaudi mio; nome che dolceNell’anima mi suona, e sempre acerba,Cosí piacque agli dei, sempre onorataRimembranza sarammi. Ombra dilettaChe sei sovente di mie notti il sogno,E pietosa a posarti in su la spondaVieni del letto ov’io sospiro, e vediDi che lagrime amare io pianga ancoraLa tua partita; se laggiú ne’ campiDel pacifico Eliso, ove tranquilloGodi il piacer della seconda vita,Se colà giunge il mio pregar, né troppoS’alza su l’ali il buon desío, TorquatoPer me saluta, e digli il lungo amoreCon che sculsi per lui questa novellaDi tipi leggiadria; digli in che scelteForme piú care al cupid’occhio offertiI lai del suo pastor fan dolce invito;Digli il bel nome che gli adorna, e cresceAlle carte splendor. Certo di gioia

A quel divino rideran le luci,Ed Anna Malaspina andrà per l’ombreRipetendo d’Eliso, e fia che dica:— Perché non l’ebbe il secol mio! memoriaNon sonerebbe sí dolente al mondoDi mie tante sventure. E, se domatoNon avessi il livor (che tal nemicoMai non si doma, né Maron lo vinseNé il meonio cantor), non tutti almenoChiusi a pietade avrei trovato i petti.Stata ella fôra tutelar mio numeLa parmense eroina; e di mia vita,Ch’ebbe dall’opre del felice ingegnoSí lieta aurora e splendido meriggio,Non forse avrebbe la crudel fortunaNé amor tiranno in negre ombre ravvoltoL’inonorato e torbido tramonto.

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