Atto primo

Abèle

SCENA PRIMA

Reggia di Lucifero.

Lucifero, Il Peccato.

Il Pecc. «Imperator del doloroso regno,»

al negro abisso io torno,dopo aver fatto per piú dí soggiornosu nella terra, dove l’Uom si annida,e altero sfidail poter nostro, ch’ei si prende a sdegno.Lucifero Scusa non entra, il sai, dolce mio figlio,in questo eterno esiglio.Render ragion dell’oprar tuo mi dei,sí ch’io ne appaghi poi gl’inferni Dei.Non eseguivi dunque l’ordin mio?Quel fango vil, che costá su si appellal’Uomo, non è (qual merta) infame e rio,e innocenza pur troppo ancor lo abbella?Il Pecc. Lá, dove splende il Sole,io messaggier n’andava invan spedito,padre, da te: regnar, lá non m’è dato;per ora, almeno. Il tuo potere a scherno,a dileggio lo Infernodall’uom si tiene; ond’io, mesto, avvilito,

lascio la terra in cui me Dio non vuole;

e, disperato, all’orride latèbretorno di queste incessanti tenèbre.Lucifero Ma, che festi lassú?Come a’ miei cenni obbedisti, perverso?Qual lusinga, qual arte, qual forzada te adoprata fu?Qual minaccia, qual ferro hai conversocontro quella per se sí fievol scorzadell’uom di carne nato,ed al peccar creato?Quattro son soli infino ad ora in terrai precursori delle umane genti.Giá i duo primi parenti,sol mostrandomi a lor, senz’aspra guerra,molto fec’io dolenti.Duo figli ad essi aggiunti,spiranti aure di vita il Sole or vede,e il fargli or tutti rei tua forza eccede?...Il Pecc. Troppo son tutti ancora in Dio congiunti.Bench’egli, acceso in formidabil ira,fuor dell’Eden cacciasse Adamo in bando,non gli ha del tutto pur sua man sovranaabbandonati a lor natura vana,ma sovr’essi si aggira.Di ciascun uomo, stassi al fianco sempreun dei celesti messaggeri alatidell’Eterno fattore;che, abbagliante splendorefa balenar nell’aure, ignudo brandodall’infuocate tempre:e noi, messi d’Inferno, saettatidall’alta possa de’ vibranti rai,lontani stiamo, attoniti, tremanti;né ci dan loco mai.Que’ vili schiavi del sovran comando,

giá per timor fedeli a Dio, costanti

nemici a noi; quei, che il servaggio innaura,che il nostro mal ristaura;si glorian quelli or d’occupar tal loco,di custodir quell’uomo,che in se stesso sí poco,tutto perdeva al luccicar d’un pomo.Lucifero Che ascolto? oh rabbia! e dai celesti scanninon basta loro vincitori avernecacciati, e astretti, e schiacciati, e sepoltiin queste mute luride caverne?Per darci ognor piú affanni,l’uom, per mia astuzia fattodi ragion nostra, or vonno a noi sottratto,sí ch’ei neppur ci ascolti?Tosto, or tosto al riparo. — Olá, s’intuonidalla sonante spaventosa trombail carme, onde si adunade’ possenti miei figlila gigantesca immensa schiera bruna.Su, su: del ripercosso eco rintroniogni mia grotta in questa vasta tomba. —Tu narra loro i corsi tuoi perigli;narra dell’uom, lassú; qual v’abbia ei cuna;onde al riparo omai per noi si corra,né di obbedirci piú quel vile abborra.

SCENA SECONDA

Lucifero, Il Peccato, Coro di Demonj.

Coro A consiglio, a consiglio adunatevi,

o possenti feroci guerrieri;

dal letargo, su su, risvegliatevi,

Angeli neri.Venite, udite la fera vocedel vostro Re tonante,che rimbombantetutti vi appella in questa immensa foce.Una voce del CoroVoi, che nel lago di sangue giacete,e di quel vi pascete;voi, che in bitume sepolti vi sietetra zolfi bollentissimi;e voi, che tra fierissimimuggiti, latrati,ruggiti ululatide’ tanti nostriorrendi mostrilagrimosi rabbiosi vivete;Coro Venite, udite la fera vocedel vostro Re tonante,che rimbombantetutti vi appella in questa immensa foce.Altra voce del CoroEcco, viene il tremendo Astarotte,che Gigante su tutti torreggia;ai suoi passi traballa la reggia,e si addoppia la nostra atra notte.Coro A consiglio, a consiglio adunatevi,o possenti feroci guerrieri.Altra voce del CoroOr, qual silenzio ingombrail procedente stuolo?Ognuno, ecco, disgombraper dar loco ad un solo!Or veggio; è il venerandonostro secondo Re,che di fiamma ha lo brando;Belzebúb è.

Coro Dal letargo, su su, risvegliatevi,

Angeli neri.Altra voce del CoroMa, chi vien d’oro sí carco,e di gemme sí splendente,con tanta gente?Salve, o Mammona, di tesori parco.A te s’inchinino,a te si prostrino,te primo adorino lassú i mortali,nostri nemici frali:tu in lor saetta da infallibil arco.Coro Venite, udite la fera vocedel vostro Re tonante,che rimbombantetutti vi appella in questa immensa foce.Altra voce del CoroOmai giá piena pienala Regal sala vasta,a folla tal non basta:ve’ come lenta va,al brandir dello scettroche Lucifero fa,intorno intorno ogni paréte indietro:cessato è il cenno; e stala cerchia, dove il nostro re l’affrena.Coro Adunato è giá l’alto Consiglio;e riverente ognuno,della cagion digiuno,da Lucifero pende col ciglio.

SCENA TERZA

Lucifero, Astarotte, Belzebub, Mammona, Il Peccato,

Demonj che non parlano, Coro.

Lucifero Dei d’Inferno, ascoltatemi: alte cose

in brevi detti a voi narrare io deggio;«cose, ch’io porto in cor gran tempo ascose,»e me fan mesto in sul Tartareo seggio.Quí non rammento il tristo dí, che posequaggiú noi prodi, in Ciel serbando il peggio:della ingiustizia del Divin fattoreopra or vi svelo di piú rio rancore.Quel bipede animal, del sozzo limocreato in terra, ed a regnar sovr’essapur destinato fin dal nascer primo;(benché pentito dell’opra sua stessasia ’l Creatore omai, s’io dritto estimo)quell’animal, per piú nostr’onta espressa,ora in terra non sol ventura ottiene,ma in Ciel, quando che sia, salire ha spene.E Dio il consente; ed al ben far gli è spronequesta ardita speranza in cui si estolle;come il timor d’esser fra noi, (cagioneprimiera e sola) dal mal fare il tolle.Tal di se stolta e audace opiníonetrargli è mestieri; e sbaldanzire il folle,sí ch’egli aver fra noi l’ultimo locoagli infami suoi falli estimi poco.Questo mio primo e piú diletto figlio,lassú lasciato a far valer mia forzada ch’io dato ebbi ad Eva il gran consiglio,e spogliata ivi mia squammosa scorza;

questo ad ogni nostr’arte dié di piglio;

ma piú gran possa lá mia possa ammorza:puro ivi l’uom, dietro all’usbergo stassid’Angiol celeste, che ne scorta i passi.E, perch’a voi piú aperto sia lo scherno,che di noi tutti il verme vil si prende;e, perché piú frustrato omai l’Infernonon sia di prede, ch’egli immense attende;piacciavi udir, da chi ’l notò, l’internostato dell’Uom, che ancor beato il rende.Quindi ogni gioja sua per noi si sterpasí che, a ciò nato, in duolo e falli ei serpa.Il Pecc. Vero è, pur troppo! ed in voce di piantovoi mi udrete frementi or la sua vitaritrarvi appieno, ancor felice, ahi quanto!Eva sorge coll’Alba; e tosto invitadalle tepide foglie a sorger ancolui, che ad ogni sua impresa è socio e aita.Questa la mente, e riposato il fianco,volgonsi entrambi al lucido Oríente;e, a quel Dio, che non mai vien loro manco,prosternandosi, adoran caldamente:né in lor (bontá d’Iddio soverchia udite)quel supplizio de’ rei niun d’essi sente,quel rimorso che addoppia le ferite:giá perdonato è il loro fallo appieno;giá, quasi pure, son lor preci udite.Poscia, con volto placido e sereno,a destare i lor figli ambo sen vanno,fraterna coppia a un solo strato in seno.Caino e Abèle in dolci nodi stannoabbracciati giacendo in queto sonno,che li ristora del diurno affanno.E, sorti appena anch’essi, all’alto Donnoporgono accetti preghi; indi a lor opraritornan baldi, e fan quant’ei piú ponno,onde al padre la mensa ognor si copra.

Coro Oh rabbia! oh vista!

Dunque il sudore,con cui mercarsidonde sfamarsigl’iniquí denno,a lor né il sennotoglie, né il cored’orror contrista?Il Pecc. Il giovinetto Abèl sue pecorelletragge fuor dell’ovile ai lieti paschi,candide sí ch’egli si specchia in elle.Ma piú adulto Caín, suoi spirti maschivolge a lavoro piú gravoso e duro;la terra ei squarcia, ove il buon seme caschifra rotte glebe, e poggi indi maturo:ed egli e Abèle, con fraterna gara,danno ai parenti il cibo e il latte puro.Ma si aiutan l’un l’altro: Abèl, piú caratien la fraterna ampia dorata messe,Caín, piú il gregge che il terren ch’egli ara.Le bianchissime lane intanto tessela industre madre, ond’ei si vestan tutti,poiché le vesti han d’innocenza smesse.Nell’innestare Adamo e potar frutti,suoi dí consuma; e in rifiorir la vileAlga che ammanta i lor meschin ridutti.Pur, cosí speso in opera servileintero il dí, non tornano dolentialla sudata mensa lor sottile,ma ringraziando Iddio, di se contenti.Coro Vil germe fetido,al sudor di tua frontepasciti, pasciti;e di tua colpa l’ontelava, se il puoi, cosí.

Una voce del Coro

Vita, or sí dísparidalla tua vita prima,traggi, e non mormori?e lo cor non ti limail tuo ben, che fuggi?Coro Abbattuto, avvilito, scacciatodal ridente tuo bel Paradiso,a cui fosti in mal punto creato,or non sei da’ tuoi stenti conquiso?E ancora, il visoinnalzando, ringrazj quel Dio,ch’or ti è fabbro di un viver sí rio?Il Pecc. Per ogni parte io dunque adito volliaprirmi ad essi: or tra i parenti e i figli,or tra i consorti, or tra i fraterni molligiovani petti, scarsi di consigli;ma ognor la spada orribile rovented’Angiol celeste a me troncò gli artigli:sí che, al core afferrarmi di tal gentemai non potendo, testimone io stettidei gaudj loro; io, di furor fremente.Dardi temprati in fuoco d’ira elettior io scoccai d’Adamo in cor; perch’Evasia da lui carca di oltraggiosi detti,come colei che il viver loro aggreva;ma invan miei dardi in lui: l’Angiol v’infondepietá, che al perdonare il cuor solleva:or, nel donnesco sen piaghe profondegiá sto per far, volgendo in odio l’ontadel proprio fallo, e a me giá giá rispondeEva; quand’ecco a lei con destra prontal’Angiol soccorre, e l’odio stempra, e carale fa di Adamo la virtú giá conta.Indarno in somma la bevanda amaradi Discordia lor mesco in guise mille;

ratto a tutte un potere alto ripara,

d’amor vie piú destando in lor faville.Coro E perdente fia l’Infernocontro al Cielo un’altra volta,or che lite, in ver non molta,chi dell’uom s’abbia il governo,dá la palma al vincitor?Poca gloria il vincer fora,che per l’uom l’Inferno è fatto:ma soffrire, a nessun patto,non vogliam ch’ei lotti ancora;saria troppo a noi disonor.Belzebub Possente re del tenebroso Abisso,poiché a consiglio i tuoi ministri or chiami,certo, udir tu l’ignudo vero brami;ond’io dirtelo appieno in core ho fisso.Dacché tu sotto le serpentee spogliela debil donna al grave error traesti,sgombrar sí tosto di lassú, mal festi;tel provi il pianto, ch’or da noi sen coglie.Vince, chi dura. A sottentrarti in terrase niun tra noi tu giudicavi degno,men ratto il piè ritorcere al tuo regnodovevi tu, se il mio parer non erra.Ma, e chi lasciavi a sostener tal pugna,che l’uom di colpa in colpa strascinasse?Il sol Peccato; quasi ei sol bastasse,quando a lui nostra forza non si aggiugna.Ben di Superbia egli a te nacque, e tuttiei chiude in se d’ogni mal’opra i semi:ma quindi appunto i mezzi in lui fian scemiper far che l’uom pieno un delitto frutti.O legione di Demonj in armidovea dunque sgombrargli il varco a forza;o mandar si dovea, sott’altra scorza,peste maggior con lusinghieri carmi.

Coro Ben dice il nostro

gran Belzebú:o forza vera,o fraude interad’ogni alto mostrovittoria fu.Ben dice il nostrogran Belzebú.Mammóna Perché a vittoria — mandar tue squadre,se da meno sudore uguale gloriapuò ridondartene, — almo gran Padre?Tiene una livida — gemma lo Inferno,al cui mostrarsi ognun di noi si abbrivida;di fera Invidia — l’alito eterno.Quella terribile, — che noi dal Cieloprecipitò nel fuoco inestinguibile,all’uom mortifera — porti il rio gelo.Essa, col placido — mentito aspetto,gli fará il cor fin da radice fracido;essa, iniquissimi — l’animo e il petto.Coro Esci, esci, Invidia pallida,dalla chiostra tua squallida:vanne, del Cielo a scorno,lassú il sereno giornoad offuscar.Una voce del CoroTeco arreca gli orribiliserpi tuoi gelidi,che coi lor sibilifan l’aure tremar.L’irto tuo crine fascianelo sen riempine,e alcun lascianetue vesti affibbiar.Coro Esci, esci, Invidia pallida,dalla chiostra tua squallida.

Altra voce del Coro

Con sua lurida teda,la Discordia precedai tuoi passi a rischiarar:rechi essa fiele e sangue,se mai tua rabbia langue,per poterti dissetar.Coro Vanne, del Cielo a scorno,lassú il sereno giornoad offuscar.Altra voce del CoroGiá il suo fiato, gelato, ammorbato,da sua chiostra alla nostra ne mostraprocedente l’alitar.Ecco viene; ecco viene; ella tieneun serpente, morente, fra ’l dente,che il finisce di sbranar.Astar. Questa, sí, questa, al di cui giunger farsimuto e tremante il gran Concilio veggo,questa in terra da noi debb’or mandarsi:che s’io nel libro del Sará ben leggo,costei mai piú dal fianco dell’uom torrenon si vorrá, né palma altra raccorre.Piú può sol’essa, che a migliaja accoltelegíoni vestite tutto ferro:e in disgombrarne le tartaree volte,col crearla d’Inferno in terra sgherro,doppio guadagno fa la eterna notte,e in un dell’uomo le speranze ha rotte.Ma vuolsi aggiunger anco a lei la sordafiglia seconda del Re nostro, Morte;quella, che invan quí sta di prede ingorda,poiché il suo artiglio fia nell’uom sol forte:

quella, che in terra ognora il crudo morso

pascer sol debbe, e non lentar mai corso.Dietro ai passi d’Invidia, esca, ed accarnicon sua gialla spolpata mano aduncal’uom, che ancor non la vide, e il squatri e scarni:la terra omai di messe tal si ingiunca;né d’uman sangue la terra è satolla,se da radice pria svelta non crolla.Coro Morte, Morte, a dischiuder le portedell’Inferno doloroso,vanne in terra, ed afferravi fortequel vermetto sí orgoglioso,che sua sorte — ancor tutta non sa.Vanne, o Morte, — in terra va.La Morte Chi mi chiama?Dove sono?Dove vò?Chi tuonò?Che farò?Chi mi sfama?Coro Morte, Morte, a dischiuder le portedell’Inferno doloroso,vanne, o Morte, in terra va.La Morte Si fará.La mia falce,la clessidra,ed ogn’Idrafarò calce.In terra vò. —Chi, chi tuonò?Lucifero Figlia, quel che l’orecchia ora t’intronaalto fragor, è del mio Popol grido,a cui pur anco il mio voler consuona,

ch’è di spiccarti dal paterno lido.

Va dunque in terra, ed a null’uom perdona;ma sempre arreca pria l’ultimo stridoai men rei, che con mano accennerattiquesta, che fida norma ognor saratti.Entrambe intanto lo squallor natíoammantate or di falso e blando aspetto:tu, dai serpenti, un giovenil tuo briofingi, e in somma beltade un molle petto:tu, dalla falce, le ignude ossa e il riotuo ceffo appiatta in matronale assetto:madre e figlia parrete. A voi da pressoverrò lassú col mio figliuolo io stesso. —Sí, Dei d’Inferno, a ritornar mi apprestoanch’io lassú, col figlio amato al fianco.Non fia tra voi, chi a mia possanza infesto,me tacci omai d’Imperator non franco:mandar potrei tal che al parlare è presto,ma che all’oprar saría presto assai manco.Io vado, vinco, e riedo: al tornar poscia,darò a chi ’l merta col disnor l’angoscia.Coro Viva, viva il nostro Re.In lui senno, in lui coraggio;del suo popolo al vantaggiosempre sempre intento egli è.Viva, viva il nostro Re.Una voce del CoroDuci, e Guerrieri,Cherubin neri,tutti a far corte,fin su le portearroventate,su, tutti, andatedietro al magnanimod’Inferno Re.Coro Viva il magnanimod’Inferno Re.

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