Atto terzo

Abèle

SCENA PRIMA

Notte. Capanna d’Adamo.

Lucifero, Il Peccato, L’Invidia, La Morte, Demonj.

Abèle, e Caíno dormienti. Adamo, ed Eva dormienti.

Lucifero Dove sono or quegli Angioli celesti,

sempre a scacciarci presti?Il Pecc. Al tuo venir, fors’essi spaventati,diedero il dorso...Lucifero E fur ben consigliati.Ma tosto, or tosto, pria che d’altri armatitraggan soccorsoche ponga al nostro ardire un duro morso,facciasi l’alto effetto.Coro di DemonjInvidia, Morte, all’uomo ogni dilettoattoscate, troncate, sbarbate:ogni suo ben passato oggi si stempre;e qual ci nasce, abbia onde pianger sempre.Coro di Lucifero, Il Peccato, L’Invidia, e La MorteSí, s’attoschi, si tronchi, si sbarbiogni suo bene.Coro di DemonjIl fior d’Inferno vienei caparbia disfar.

Sí, s’attoschi, si tronchi, si sbarbi

ogni suo bene...Lucifero Senza tremar.Tutti Senza tremar.Ogni, ogni bene,senza tremar.L’Invidia Ecco mia preda: questi,che quí supino dorme:truci in volto ha le forme:vada, vada, e si annestiseco, ed al cor ben ben se gli avviticchj,questa mia serpe, e gliel rosicchi a spicchj.La Morte A me quest’altro piaceche al di lui fianco giace.Piace a me la gioventú:segnare il vo’.Dormi dormi, pur tu;doman tuo sangue tutto io mi berrò.Sí, giovincel; da teprincipierá ’l mio esser, che non è.Quanto ne piangeráquell’altra coppia che sen dorme or lá!Lucifero Giá giá il sottile serpentel tuo lividosovra Caíno — strisciasi,e in mezzo al cor gli pianta il fero brivido.Giá d’Abèle il destino — irrevocabilesul di lui volto stampasi:niun può torlo a tua falce inesorabile.Ben feste, o Figlie, l’alto dover vostro:quel che a far vi rimane, al fatto è poco.Or visibili, or no; talor col nostro,talor col finto aspetto, in ogni loco,or da lunge, or da presso, omai si debbesempre osservar da nui,se alcun di questi duiil suo calice amaro appien non bebbe.

Sgombriamo intanto: non è lunge il giorno:

lasciam ch’entri la luce, ed esca il Sonno.Pria che in questi mortali occhi ritornofaccia dei sensi l’ozíoso donno,per lo gran pianto saran consumati.Sgombriamo, or sí; ma armatisempre aggiriamci a queste soglie intorno.

SCENA SECONDA

Caíno, e gli altri, dormienti.

Che fu? che fu?... Son io ben desto!... Or, donde,

dond’è che il sonno, anzi il venir dell’alba,giá mi abbandona? è notte ancora. Il sonno,fors’io mercato col sudor diurnonon mel sono abbastanza?... Ecco questi altridormir frattanto placidi. E che fanno,che fan costor poscia svegliati, e sortidalle lor foglie morbide? Caíno,Caíno fa; tutto, Caíno: e il caro,e l’occhio pur dei genitori, è Abèle.Mi si vorria ciò ascondere, ma indarno:pur troppo io ’l veggo. A che piú stai, Caíno,fra questa a te nemica gente? — Oh cielo!Nemici a me il fratel, la madre, il padre?...Son’io ben desto? Or, che diss’io?... Ma, qualegel, non sentito pria, mi assale il petto?E come, a un tempo, in mezzo al gelo avvampodi subit’ira? Or, che diss’io?... Ben dissi:questo nido d’ingrati, io sí, per sempre,lasciarlo vo’. Saprò ben io, con questo

robusto braccio, da me solo, e vitto

procacciarmi e quíete. Ah! fra noi troppofur disuguali i patti: or si ricompricol mio sudor mia libertade almeno. —Vieni, o tu, dura marra, a me ne vienicompagna tu: fiera nessuna io temo,di te munito; o marra, arme, e ricchezza,e del retaggio mio paterno solaparte a me sii. Piú starmi io quí non posso:a viva forza, una invisibil manofuor mi strascina. Vadasi. Non possoveder piú, no, costoro tutti immersiplacidamente in usurpato sonno.Ch’io mai piú non li vegga! mai, mai piú.

SCENA TERZA

Riappariscono Lucifero, e L’Invidia.

Lucifero Sieguilo, sieguilo; troppo a lui manca

dell’ira orribile, che il de’ pur rodere:sieguilo, sieguilo; tutto lo abbranca.L’Invidia L’orme sue piú non lascio:ma, per noi la cerastaopra intanto, e gli guasta,tutto in un fascio,ed occhi ed alma e senno e cuore e mente.Lucifero Sola, tu dunque, or bastapresso colui; presso quest’altra gentequanto piú posso intantostarò, di negra nube entro l’ammanto.

SCENA QUARTA

Adamo, Eva, Abèle, Lucifero in una nube.

Adamo Figli, su, su: dolci miei figli, assai

al riposo donaste. È tempo, è tempodi render grazie, e cantar lodi a Dio,pria che all’opra torniate... Ma, che veggio?Sorto è Caíno giá? sollecito egli,piú che il padre? Fors’io, piú dell’usatoindugiavami? eh, no: comincia appenaora una dubbia luce a muover guerraall’aer nero. — Ove sei tu, Caíno?Caíno, ove sei tu? — Né pur sua marraritrovo al loco consueto! all’opra,ito egli giá? ma, senza Abèle? e senzache il benedisse, e l’abbracciasse il padre?Parmi, ed è, cosa non possibil... Eva,vieni; e tu pure a rintracciar Caínoajutami.Eva Che fia? lá piú non giaced’Abèle al fianco?Adamo No; né, intorno intornoperch’io piú volte ad alta voce il chiami,ei mi risponde.Eva Ah! mi spaventa questo.Senza il fratel non suole egli mai passomuovere; e molto men, pria che raggiorni.Chi sa in qual ora uscisse? udiam, se Abèlenulla ne sa. Svegliati, o figlio; destati,che n’è ben tempo.Abèle Oh madre! ah, tu mi salva:questa tua voce a un rio mostro m’invola:

salvami o madre, salvami.

Eva Che parli?Che hai tu visto? che temi?Adamo Oh Dio! quest’albad’infausto giorno messaggera infaustasorgere mi pare.Eva Or, ti rinfranca, o figlio:della tua madre tu stai fra le braccia.Di che paventi? ansante...Abèle Oh madre!... Appenaora, ed a stento, gli occhi mi si sgombranoda una nera caligine... Ritrovoor lena un poco.Adamo Onde mai tale e tantoaffanno?...Abèle I sogni miei, che m’eran semprepiacevoli e dolcissimi, mi furoorrida angoscia in questa notte intera.E appunto ora, quand’io della tua voceudendo il suono in piè balzava, appuntoor mi parea di star lá nella cupagrotta del fonte; e che, mentr’io nell’ondelimpide e fredde, per trar di mie venedel Sol l’arsura, entrambe diguazzavale ignude braccia in giú spenzolato,di sotto l’acque a un tratto un mostro in super pigliarmi scagliavasi; e all’indietroio supino cadea. Poi mi parevaveder fuggire il mio timido gregge,come inseguito; e d’un’ignota fiera,che lo si sbrana, gli urli; e de’ miei fidiagnellini i piú cari, udiva i gemiti:ond’io, Caíno, a tutto andar, Caíno,gridava; ed ei, non rispondeva. Ed io,per dare ajuto al gregge mio, correa,e correa sempre piú. Ma il mostro appena

vedemi, lascia gli agnellini, e corre

a spalancata gola addosso a me;con gli occhi come fiamma: ed è sei tantidel nostro maggior cane; e giá mi addenta...Oh Dio! qual gelo mi sentiva! Ed ecco,odo la voce tua, madre; e mi trovofra le tue braccia.Adamo E sorger non sentividal fianco tuo Caíno?Abèle Io, no. Ma forsenon vi giace egli piú, lá dov’egli eraquand’ambo ci corcammo?Eva Ecco, del tuttosorta è l’aurora. Inchiniamoci all’altoOnnipossente nostro Padre: ei solod’ogni mal nostro è sanator: sol eglisgombrar ci può d’ogni terrore i petti.Adamo Bramo adorar pur io, ma un non so qualeostacol sento a mie preci frapporsi,e muto farmi. Eppur, sa Dio, se in essoconfido io sempre, e solo in esso! Or, dimmi,Eva, l’anima tua giace ella purein cotal torpidezza? ovver sol’ioassalito ne sono?Eva Oh! mira: vedinube lá, tutta negra, fuor che il lembo,ch’ell’ha come di sangue? una simílene vidi io giá, ma non terribil tanto,nel dí nell’ora che assalirmi vennequel maledetto ingannator serpente.Ahi noi miseri! oimè! qualche gran dannoor ci sovrasta.Abèle Oh! spaventati or dunquesiete pur voi dal sogno mio? Siam tuttiin tanta angoscia, e il fratel ci abbandona?Volo in traccia di lui. Deh! v’indugiate

a porger preghi a Dio, finché con esso

io quí tornato, riuniti tutticompier possiamo il dover sacro. Io tostolo troverò; certo, è nel campo; e forsedi qualche ajuto or gli fa d’uopo. Un qualchetetro sogno lui forse anco strappavadall’inquíeto strato.Adamo Chi sa! forseell’è cosí. Ma, sia che vuol, ben parli,figliuol mio; non conviensi al dí dar capo,senza aver tutti riuniti, ad unavoce invocato Iddio. Va, corri e torna.Eva Solo un istante, o Figlio; ch’io t’abbraccipria ben bene. Or, va pure, e presto prestocol fratel torna: e digli, che noi stiamoin un mortale affanno per lui solo.Sii sollecito; sai? — Deh, come ratto!...Par ch’ali snelle al lieve piede impenni.

SCENA QUINTA

Adamo, Eva, poi La voce d’Iddio.

Adamo Oimè! mal femmo, di lasciar soletto

andarne il garzoncello...Eva Ah! sí...Adamo Ma comeor ci penso io soltanto? Richiamarlo...Ma, lungi è troppo. E s’io il seguissi?... Oh cielo,te lascierei... Ma donde in me sí feraperturbazione insolita?Eva Seguiamlopiuttosto entrambi.

Adamo E che saria, se poscia

per altra via fors’essi desser volta,e noi quí non trovassero? né lororitrovassimo noi? tu ’l vedi: a doppiaangoscia ci esporremmo. In Dio frattantosperiamo: in breve...Eva Ah! ch’io nel cor mi sentoinspiegabili moti: smisuratamalinconia mi opprime: il pianto, or dianzinell’abbracciare Abèle, mi s’aprivastrada per gli occhi a forza: parea quasi,ch’io l’abbracciassi per l’ultima volta.E il terribil suo sogno!... Oh Dio! se mai,Dio permettente, una tal fiera... Oh! quanto,quanto mal festi di non ir tu stessoor di Caíno in traccia!Adamo Amata donna,acqueta or l’alma un poco: ecco, piú fortegiá giá mi sento in me. Dal fianco parmiche un non so qual gravoso alito tetromi si togliesse: il cor piú non mi stringequel rio fetore incognito; la mentepiú non mi offusca. Errai, certo, e non poco,nell’inviar cosí soletto Abèle:io, di Caíno in traccia, irne sol iodovea: deh! come smemorato io tantoera in tal punto? Al mio gridar, mi avriaCaíno udito, anco varcato ei fosseoltre la selva. Oh Dio! ma che far debbo?Irne? te lascio; attenderli? fors’essinon riedono. Atterriamci, Eva diletta,al Creatore: i preghi tuoi tu mescitacitamente ai miei; finché dall’altol’ajutatrice sua sonante vocesenno ci arrechi.Eva A lui, sí, prosterniamoci.

Adamo Padre e Signor, salvezza nostra e luce;

tutto sai, tutto vedi,né cosa avvien che il tuo voler non sia:se dunque falsa or credila cagion che tai tenebre ne adduce,un soffio tuo la sforzi a sparir via:ma se infortunio vero a noi traluce,Sommo Fattor, concedi,non di sottrarcen, che ogni mal mertiamo,ma di saper noi priaper qual di noi piú paventar dobbiamo.La voce d’IddioSorgi, Adamo. Non sono a me i tuoi preghidiscari, no: ma irrevocabil leggevuol che al Destin ti pieghi,che i casi vostri imperíoso regge.Coro d’Angeli invisibiliAdamo, un uom tu sei:cede al Destino ogni creata cosa;e tu pur ceder dei.Meglio in Dio, che in tutt’altro, il cor si posa.Una voce del CoroNé arene il mar cotante,né stelle ha il cielo, quanteverran da voi le umane creature.Vedrá coperto appienola Terra il suo gran senodi genti innumerabili future.Un’altra voceMa in un con lor creatadei mali e beni lorola somma immensa, è dal Destin librata.

Avverso, ei fia la cote

a cui si aguzzi l’orodella Virtú, che incontro a tutto puote:prospero, ei fia lo scogliocontro il qual romper dennoil lieve umano senno,e il suo usato nocchier, l’umano orgoglio.La voce d’IddioQual ch’ei sia dunque, il destin vostro emanad’alto consiglio eterno.Volgi, volgi, al supernofacitor d’ogni cosa umile il ciglio:e, rassegnato figlio,non muover mai la tua ragione insanaa investigar cagion celeste arcana. —Adamo Eva, adoriam, tremiamo; e, al pianger nati,piangiamo: altro non resta. Omai, si sorga;e d’iddio, qual ch’ei sia, l’alto volerein silenzio si aspetti. Abbiam (pur troppo!)disobbedito a Dio sola una volta.Ma i nostri figli abbandonare intantonoi non dobbiamo, ah no: ciò non comandané Dio mai, né il Destino. Andiam; si cerchidi lor per tutto: vieni; uniti poscianoi quattro in uno, aspetterem che tuttiil rio Destino a un tratto ci percuota.Eva Oh figli nostri! or dove siete? Andiannein traccia, sí. Deh, quai terrori e quantial cor materno misero fan guerra!

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