Atto primo
Agamennone
SCENA PRIMA
Egisto.
A che m’insegui, o sanguinosa, irata
dell’inulto mio padre orribil ombra?Lasciami,... va;... cessa, o Tieste; vanne,le Stigie rive ad abitar ritorna.Tutte ho in sen le tue furie; entro mie venescorre pur troppo il sangue tuo: d’infameincesto, il so, nato al delitto io sono:né, ch’io ti veggia, a rimembrarlo è d’uopo.So che da Troja vincitor superboriede carco di gloria in Argo Atride.Io quí l’aspetto, entro sua reggia: ei torni;sará il trionfo suo breve, tel giuro.Vendetta è guida ai passi miei: vendettaintorno intorno al cor mi suona; il tempose n’appressa; l’avrai: Tieste, avraivittime quí piú d’una; a gorghi il sangued’Atréo berai. Ma, pria che il ferro, l’arteoprar conviemmi: a re possente incontro,solo ed inerme sto: poss’io, se in pettol’odio e il furor non premo, averne palma?
SCENA SECONDA
Egisto, Clitennestra.
Cliten. Egisto, ognora a pensier foschi in preda
ti trovo, e solo? Tue pungenti curea me tu celi, a me?... degg’io vedertisfuggendo andar chi sol per te respira?Egisto Straniero io sono in questa reggia troppo.Tu mi v’affidi, è vero; e il piè mai postoio non v’avrei, se tu regina in seggioquí non ti stavi: il sai, per te ci venni;e rimango per te. Ma il giorno, ahi lasso!giá giá si appressa il giorno doloroso,in cui partir tu men farai,... tu stessa.Cliten. Io? che dicesti? e il credi? ah, no! — Ma poco,nulla vale il giurar; per te vedrai,s’altro pensier, che di te solo, io serrinell’infiammato petto.Egisto E ancor che il solotuo pensiero foss’io, se a me pur calepunto il tuo onor, perder me stesso io debbo,e perder vo’, pria che turbar tua pace;pria che oscurar tua fama, o torti in partel’amor d’Atride. Irne ramingo, errante,avvilito, ed oscuro, egli è il destinodi me prole infelice di Tieste.Tenuto io son d'infame padre figliopiú infame ancor, benché innocente: mancadovizia, e regno, ed arroganti modi,a cancellare in me del nascer miola macchia, e l’onta del paterno nome.Non d’Atride cosí: ritorna ei ferodistruggitor di Troja; e fia, ch’ei soffrain Argo mai l’abbominato figliodell’implacabil suo mortal nemico?
Cliten. E, s’ei pur torna, agli odj antichi or fine
posto avranno i suoi nuovi alti trofei:re vincitor non serba odio a nemico,di cui non teme.Egisto ...È ver, che a niun tremendoson io, per me; ch’esule, solo, inerme,misero, odiarmi Agamennón non degna;ma dispregiar mi puote: a oltraggio talevuoi ch’io rimanga? a me il consigli, e m’ami?Cliten. Tu m’ami, e il rio pensier pur volger puoid’abbandonarmi?Egisto. Il lusingarti è vano,regina, omai. Necessitá mi sforzaal funesto pensiero. Il signor tuo,ove obliar volesse pur le offesedel padre mio, sperar puoi tu ch’ei vogliadissimulare, od ignorar l’oltraggio,che all’amor suo si fa? Sfuggir tua vistaio dovria, se qui stessi; e d’ogni mortevita trarrei peggiore. Al tuo cospettos’io venissi talvolta, un solo sguardo,solo un sospiro anco potria tradirmi:e allor, che fora? È ver, pur troppo! un sololieve sospetto in cor del re superborei ne fa d’ogni fallo. A me non penso,nulla temo per me; d’amor veracedarti bensí questa terribil provadeggio, e salvarti con l’onor la vita.Cliten. Forse, chi sa? piú che nol credi, or lungital periglio è da noi: giá rinnovatepiú lune son, da che di Troja a terracadder le mura; ognor sovrasta Atride,e mai non giunge. Il sai, che fama suona,da feri venti andar divisa, e spersa,la greca armata. Ah! giunto è forse il giorno,che al fin vendetta, ancor che tarda, intera
della svenata figlia mia darammi.
Egisto E se pur fosse il dí; vedova illustredel re dei re, tu degneresti il guardovolgere a me, di un abborrito sanguerampollo oscuro? a me, di ria fortunamisero gioco? a me, di gloria privo,d’oro, d’armi, di sudditi, di amici?...Cliten. E di delitti; aggiungi. — In man lo scettronon hai di Atride tu; ma in man lo stilenon hai del sangue della propria figliatinto e grondante ancora. Il ciel ne attesto;nullo in mio cor regnava, altri che Atride,pria ch’ei dal seno la figlia strapparmiosasse, e all’empio altar vittima trarla.Del dí funesto, dell’orribil puntola mortal rimembranza, ognor di duolom’empie, e di rabbia atroce. Ai vani sognidi un augure fallace, alla piú veraambizíon d’un inumano padre,vidi immolare il sangue mio, sottrattodi furto a me, sotto mentita spemedi fauste nozze. Ah! da quel giorno in poi,fremer di orror mi sento al solo nomed’un cotal padre. — Io piú nol vidi; e s’oggial fin Fortuna lo tradisse...Egisto Il tergomai non fia che rivolga a lui Fortuna,per quanto stanca ei l’abbia. Essa del Xantoall’onde il mena condottier de’ Greci;piú che virtú, fortuna, ivi d’Achillevincer gli fa la non placabil ira,e d’Ettorre il valore: essa di spogliericondurrallo altero e pingue in Argo.Gran tempo, no, non passerá, che avraiAgaménnone a fianco; ogni tuo sdegnospegner saprá ben ei: pegni v’avanza
del vostro prisco amore, Elettra, Oreste;
pegni a pace novella: al raggiar suodileguerassi, come al sole nebbia,il basso amor che per me in petto or nutri.Cliten. ...Mi è cara Elettra, e necessario Oreste,...ma, dell’amata Ifigenía spirantemi suona in cor la flebil voce ancora:l’odo intorno gridare in mesti accenti:ami tu madre, l’uccisor mio crudo?Non l’amo io, no. — Ben altro padre, Egisto,stato saresti ai figli miei.Egisto Potessi,deh, pure un dí nelle mie man tenerli!Ma, tanto mai non spero. — Altro non veggionell’avvenir per me, che affanni, ed onta,precipizj, e rovina. Eppur quí aspettoil mio destin, qual ch’egli sia; se il vuoi.Io rimarrò, finché il periglio è mio;se tuo divien, cader vittima solaben io saprò di un infelice amore.Cliten. Indivisibil fare il destin nostrosaprò ben io primiera. Il tuo modestofranco parlar vieppiú m’infiamma: degnopiú ognor ti scorgo di tutt’altra sorte. —Ma Elettra vien; lasciami seco: io l’amo;piegarla appieno a tuo favor vorrei.
SCENA TERZA
Elettra, Clitennestra.
Elet. Madre, e fia ver, che il rio nostro destino
a tremar sempre condannate ci abbia;e a sospirar, tu il tuo consorte, invano,io ’l genitore? A noi che giova omail’udir da sue radici Troja svelta,
se insorgon nuovi ognor perigli a torre
che il trionfante Agamennón quí rieda?Cliten. Si accerta dunque il grido, che dispersivuole, e naufraghi, i legni degli Achei?Elet. Fama ne corre assai diversa in Argo:v’ha chi fin dentro al Bosforo sospinteda torbidi austri impetuosi narrale navi nostre: altri aver viste giurasu queste spiagge biancheggiar lor vele:e pur troppo anco v’ha chi afferma infrantala regal prora ad uno scoglio, e tuttisommersi quanti eran sovr’essa, insiemecol re. Misere noi!... Madre, a chi fedeprestare omai? come di dubbio trarci?come cessar dal rio timore?Cliten. I feriventi, che al suo partir non si placarose non col sangue, or nel ritorno forsevorran col sangue anco placarsi. — Oh figli!quanto or mi giova in securtá tenervial fianco mio! per voi tremare almeno,come giá son due lustri, oggi non deggio.Elet. Che sento? e ancor quel sagrificio impressonel cor ti sta? terribile, funesto,ma necessario egli era. Oggi, se il cielochiedesse pur d’una tua figlia il sangue;oggi, piena di gioja, all’ara io corro;io; per salvare a te il consorte, ai Greciil duce, ad Argo il suo regal splendore.Cliten. So, che il padre t’è caro: amassi tantola madre tu!Elet. V’amo del par: ma in duroperiglio è il padre;... e nell’udir sue crudevicende, oimè! non ch’io pianger ti vegga,né cangiar pur veggo il tuo aspetto? O madre,lo amassi tu quant’io!...Cliten. Troppo il conosco.
Elet. Che dici? oh ciel! cosí non favellavi
di lui, piú lune addietro. Ancor trascorso,da che fean vela i Greci, intero un lustronon era, e sospirar di rivederloogni dí pur t’udiva io stessa. A noinarrando andavi le sue imprese; in essotutta vivevi, e ci educavi in esso:di lui parlando, io ti vedea la guanciarigar di amare lagrime veraci...Piú nol vedesti poscia; egli è qual s’era:diversa tu fatta ti sei, pur troppo;ah! sí, novella havvi ragion, che il pingeagli occhi tuoi da quel di pria diverso.Cliten. Nuova ragion? che parli?... Inacerbitocontr’esso il cor sempr’ebbi... Ah! tu non sai...Che dico?... O figlia, i piú nascosi arcanidi questo cor, s’io ti svelassi...Elet. Oh madre!Cosí non li sapessi!Cliten. Oimè! che ascolto?Avria fors’ella penetrato?...Elet. Avessipenetrato il tuo cor io sola almeno!Ma, nol sai tu, che di chi regna ai motiveglian maligni, intensi, invidi, quantigli stan piú in atto riverenti intorno?Omai tu sola il mormorar del volgonon odi; e credi che ad ogni uom nascososia ciò, che mal nascondi, e che a te soladir non si ardisce. — Amor t’acceca.Cliten. Amore?Misera me! chi mi tradia?...Elet. Tu stessa,gran tempo è giá. Dal labro tuo non deggiodi cotal fiamma udire: il favellarneti costeria pur troppo. O amata madre,che fai? Non credo io, no, che ardente fiamma
il cor ti avvampi: involontario affetto
misto a pietá, che giovinezza inspiraquando infelice ell’è; son questi gli ami,a cui, senza avvedertene, sei presa.Di te finor chiesto non hai severaragione a te: di sua virtú non caddesospetto in cor conscio a se stesso; e forseloco non ha: forse offendesti appena,non il tuo onor, ma del tuo onor la fama:e in tempo sei, ch’ogni tuo lieve cennosublime ammenda esser ne può. Per l’ombrasacra, a te cara, della uccisa figlia;per quell’amor che a me portasti, ond’iooggi indegna non son; che piú? ten priegoper la vita d’Oreste: o madre, arrétra,arrétra il pié dal precipizio orrendo.Lunge da noi codesto Egisto vada:fa che di te si taccia; in un con noipiangi d’Atride i casi: ai templi vieniil suo ritorno ad implorar dai Numi.Cliten. Lungi Egisto?Elet. Nol vuoi?... Ma il signor tuo,mio genitor, tradito esser non merta;né il soffrirá.Cliten. Ma; s’ei... piú non vivesse?...Elet. Inorridir, raccapricciar mi fai.Cliten. Che dico?... Ahi lassa?... Oimè! che bramo? — Elettra,piangi l’error di traviata madre,piangi, che intero egli è. La lunga assenzad’un marito crudel,... d’Egisto i pregj,...il mio fatal destino...Elet. Oh ciel! che parli?D’Egisto i pregj? Ah! tu non sai qual siad’Egisto il core: ei di tal sangue nasce,che in lui virtude esser non può mai vera.Esule, vil, d’orrido incesto figlio;in tuo pensier tal successor disegni
al re dei re?
Cliten. Ma, e chi son io? Di Ledanon son io figlia, e d’Elena sorella?Un sangue stesso entro mie vene scorre.Voler d’irati Numi, ignota forzamal mio grado mi tragge...Elet. Elena chiamiancor sorella? Or, se tu il vuoi, somigliaElena dunque: ma di lei piú reanon farti almeno. Ella tradia il marito,ma un figlio non avea: fuggí; ma il trononon tolse al proprio sangue. E tu, porresti,non pur te stessa, ma lo scettro, i figli,nelle man d’un Egisto?Cliten. Ove d’Atridepriva il destin pur mi volesse, o figlia,non creder giá che Oreste mio del seggioprivar potessi. Egisto, a me consorte,re non saria perciò; saria d’Oresteun nuovo padre, un difensore...Elet. Ei foraun rio tiranno; dell’inerme Orestenemico; e forse (ahi, che in pensarlo agghiaccio!)l’uccisor ne sarebbe. O madre, il figlioaffideresti a chi ne ambisce il trono?Affideresti di Tieste al figlioil nepote d’Atréo?... Ma, invano io varcoteco il confin del filíal rispetto.Giova a entrambe sperar, che vive Atride;il cor mel dice. Ogni men alta fiammafia spenta in te, solo in vederlo: ed io,qual figlia il dee pietosa, in petto semprepremer ti giuro l’importante arcano.Cliten. Ahi me infelice! Or ne’ tuoi detti il veroben mi traluce: ma sí breve un lampodi ragion splende agli occhi miei, ch’io tremo.
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