Scena III

Agamennone — Atto primo

MAdre, e fia ver? Tremar dovrem noi sempreE sospirare invan? Qual fier destinoPrive ne tien di quanto abbiamo al mondoDi più caro; d’Atride? Omai, che giovaA noi saper da sue radici sveltaTroja, se nuovi ognor vietan perigli,Che il glorioso vincitor suo rieda?

Fia vero il grido popolar, che spersiVuole, e naufraghi i legni degli Achei?

Fama ne corre assai diversa in Argo;V’ha chi fin dentro al Bosforo sospinteDa torbidi Austri impetuosi narra

Le navi nostre: Altri le vele giuraViste aver biancheggiar non lunge a questeSpiagge: e pur troppo ancor v’ha tal, che diceLa Regal prora ad uno scoglio infranta,E chi sù v’era, in un col Re, sommersiTutti. Ahi misere noi! Madre, a chi fedePrestare omai? Come dubbio trarci;Come cessar dal rio timor?

Gl’infidiVenti, che al suo partir non si placaroSe non col sangue, or nel ritorno forseVorran col sangue anco placarsi. O Figli,Quanto or mi giova in securtà tenerviPresso di me! Come già son due lustri,Oggi tremare almen per voi non deggio.

Che sento? E ancor quel sacrificio impressoNel cor ti sta? Terribile, funesto,Ma necessario fù. Se il Ciel pur oggiVolesse aver d’una tua Figlia il sangue,

Oggi, piena di gioja, all’ara io corro;Io; per salvare a te il Consorte, a’ GreciIl Duce, ad Argo il suo regal splendore.

Il Genitor so, ch’ami: amassi tantoLa Madre tu!

V’amo del par: ma il PadreSta nel periglio... Ed in udir sue crudeVicende, oimè! neppur cangiar d’aspetto,Non ch’io ti veggia lagrimare? o Madre,L’amassi tu quant’io!...

Troppo il conosco.

Che dici? oh Ciel! così non favellaviDi lui più lune addietro. Ancor trascorso,Da che fer vela i Greci, intero un lustroNon era, e sì più volte udìa te stessa,Te, sospirar di rivederlo. A noiNarrando andavi le sue gesta; in esso

Tutta vivevi, e noi crescevi in esso:Di lui parlando io ti vedea la guanciaD’amarissime lagrime rigata:...Più nol vedesti poscia; Egli è qual s’era.Diversa tu, fatta ti sei: pur troppo,Ah! sì, novella havvi ragion, che il pingeAgli occhi tuoi da quel di pria diverso.

Nuova ragion? che parli?... InacerbitoContr’Esso il cor sempr’ebbi... Ah! tu non sai...Che dico?... Oh Figlia! i più nascosi arcaniDi questo cor, s’io ti svelassi....

O Madre;Così non li sapessi!...

Oimè! Che ascolto?....Avrìa fors’ella penetrato?...

AvessiIo penetrato almen il cor tuo!

Ma, nol sai tu, che di chi regna ai motiVeglian maligni, intensi, invidi, quantiGli stan più intorno riverenti in atto?Omai tu sola il mormorar del VolgoNon odi; e credi, che ad ogni Uom nascosoSia ciò, che mal nascondi, e che a te solaDir non s’ardisce. Amor t’acceca.

Amore?Misera me! Chi mi tradì?

Tu stessa,Gran pezza è già. Dal labro tuo non deggioDi cotal fiamma udir: troppo costartiDè il favellarne. O Madre, amata Madre,Che fai? nol cred’io nò, che ardente fiammaT’abbi nel core. Involontario affettoMisto a pietà, che giovinezza inspira,Quando infelice ell’è; son questi gli ami,A cui senza avvedertene sei presa.Di te finor chiesto non hai severa

A te ragion: conscia di te, sospettoNon cadde in te di tua virtù; nè locoHa forse: sol, forse, offendesti alquanto,Non il tuo onor, ma del tuo onor la fama:E in tempo sei, ch’ogni tuo lieve cennoSublime ammenda esser ne può. Per l’ombraSacra, a te cara, della uccisa Figlia;Per quell’amor, che a me portasti, ond’ioOggi indegna non son; che più? ten priegoPer la vita d’Oreste; o Madre, arretra,Dal precipizio orrendo arretra il passo.Lunge da noi codesto Egisto vada:Fà, che di te si taccia; in un con noipiangi d’Atride i casi: ai Templi vieniIl suo ritorno ad implorar dai Numi.

Lungi Egisto?

Nol vuoi?... Ma il Signor tuo,Mio Genitor tradito esser non merta,Nè il soffrirà.

Ma,...s’ei...più non vivesse...

Inorridir, raccapricciar mi fai.

Che dico?...Ahi lassa!...oimè!...che bramo?_Elettra,Deh! piangi, sì, di traviata MadreL’error, che intero egli è. La lunga assenzaDi Marito crudel,... d’Egisto i pregj,...Il mio fatal destino...

Ah! non prosiegui:D’Egisto i pregj? Ah! tu non sai d’EgistoIl cor qual sia. Verace in lui virtude,Di cotal sangue Ei nasce, esser non puote.Esule, vil, d’orrido incesto Figlio;In tuo pensier tal Successor disegniAl Re dei Re?

Ma, e chi son’io? Di LedaNon son’io Figlia, e d’Elena Sorella?

Un sangue stesso entro mie vene scorre.Voler d’irati Numi, ignota forzaMal mio grado mi tragge...

Elena chiamiAncor Sorella? Or, se tu ’l vuoi somigliaElena dunque: Ma di lei più reaNon farti almeno. Ella tradia il Marito,Ma un Figlio non avea: fuggì; ma il TronoNon tolse al proprio sangue. E tu porresti,Non pur te stessa, ma lo scettro, i FigliNelle man d’un’Egisto?

Ove d’AtridePriva il destin pur mi volesse, Figlia,Non credi già, che Oreste mio del TronoPrivar potessi. Egisto a me Consorte,Re non saria perciò; saria d’OresteNovello Padre, e difensor....

Novello

Sarìa Tiranno; dell’inerme OresteNemico; e forse, ahi, che in pensarlo agghiaccio!Ne saria l’uccisor. Tu Madre, il FiglioAffideresti a chi ne ambisce il Trono?Affideresti di Tieste al FiglioIl Nepote d’Atreo?... Ma invano io varcoTeco il confin di filial rispetto.Giova a entrambe sperar, che vive Atride;Mel dice il cor. Tu sbandirai dal seno,Solo in vederlo, ogni altra fiamma: ed io,Qual Figlia il dè pietosa, in petto ognoraPremer ti giuro l’importante arcano.

Ahi me infelice! Il ver ben mi traluceNe’detti tuoi: ma di ragion mi splendeSì breve lampo, misera! ch’io tremo.

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