Scena V
Agamennone — Atto quarto
VIeni, Consorte, vieni; e di cor trammi,Che il puoi tu sola, ogni spiacevol dubbio,Ch’Elettra in cor lasciommi.
Elettra?... Dubbj?...E che diss’ella?... oh Ciel!... cotanto t’ama,Eppur quest’oggi funestar ti vuoleCon falsi dubbj?... ma quai dubbj?...
Egisto, onde a me mai non t’odoParlar, d’Elettra la quiete, e il sennoPar che conturbi.
...E nol cacciasti in bando?...Di lui che teme Elettra?
Ah! tu non sei,Come il siam noi, sangue d’Atreo: non capeIn mente altrui qual sia l’orror, che inspiraAl nostro sangue di Tieste il sangue.
Pure al terror di timida donzellaNon m’arrendo così, che nulla io cangiAl già prefisso: partirassi Egisto,E ciò mi basta. Il cor di cure scarcoAvrommi omai. — Tempo saria, ben tempo,Consorte amata mia, che tu m’aprissiGrave dolor, che il cor ti preme, e in voltoBen ti si legge, e invan l’ascondi. Or dimmi,Se a me tu il celi, ed a chi’l narri? S’ioSon cagion di tuo lutto, altri chi puotePiù ch’io rimedio porvi, o ammenda farne,O dividerlo teco?... Oh Ciel! tu taci?Neppur dal suol gli occhj rimovi? ImmotiStan, di lagrime pregni... Oimè! pur troppoVero Elettra mi disse.
Elettra?... disse?...Di me parlò?... non credi...
Ella svelommi.
Oh! che ascolto io!... SospettaMia fè ti rese? Ella mentì... pur semprePoco m’amò.
T’inganni. A me, qual debbeParlar di madre ossequiosa Figlia,Di te parlò. Se in altra guisa, pensi,Che ascoltata io l’avrei?
Ciò, che già dirmi apertamente primaDovevi tu senza arrossir: che in coreAspra memoria della uccisa figliaTuttor ti sta.
D’Ifigenìa?... Respiro... —Fatale ognor, sì, mi sarà quel giorno.
Che posso io dir, che al par di me nol sappi?In ogni cor, fuorchè nel tuo, ritrovoDel mio caso pietà: ma se pur giovaAl non consunto tuo dolor, d’acerbeRampogne sfogo, ovver sfogo di pianto;Liberamente me che non rampogni?Io ’l soffrirò, bench’io nol merti: o mecoPerchè non piangi? il mio pianto disdegni?Ben sai, se teco in rimembrar la figliaMi tratterrei dal pianto. Ah sì, Consorte,S’anco tu m’odj, a me tu ’l dì: più caroSdegno aperto mi fia, che finto affetto.
Forse il non esser tu quello di priaMi ti dipigne agli occhj tuoi diversaTroppo più ch’io nol son. Cassandra forse,Il pur dirò, Cassandra sì, fia quella,Che assai men grata mi ti rende.
Oh Cielo!
Cassandra? o Donna, or che m’apponi? e il credi?Dell’arsa Troja, il sai, fra noi diviseLe opime spoglie, la donzella illustre,Cui patria, e padre il ferro Achivo tolse,A me toccò. Di vincitor funesta,Ma usata legge in lacci avvinta in ArgoTrar me la fa: misero, e crudo esemploDelle umane vicende. Io di CassandraBen compiango il destin; ma te sola amo:Nol credi tu? Cassandra abbine in prova;A te la dono: agli occhj miei sottrarlaTu puoi, tu farne il tuo piacer: sol’ioMembrar ti vo’, ch’ella è di Re possenteFiglia infelice; e che infierir contr’essaD’alma regal saria cosa non degna.
Non l’ami?...oh Ciel!... me misera!... cotantoAncora ami tu me? — Ma, ch’io ti tolgaTua preda? Ah no: ben ti s’aspetta: troppoTempo, e sudor ti costa, e affanno, e sangue.
Cessa una volta, cessa. Or via che valeAccennare, e non dir? Se un tal pensieroÈ quel, che t’ange; e sè in tuo cor ricettoTrovan gelosi dubbj, è da radiceGià svelto il soffrir tuo; vieni, Consorte,Vieni; e vedrai tu per te stessa, s’altroLoco a Cassandra entro tua Reggia io serbi,Che di tua prima ubbidiente ancella.
Comments
Loading comments…