Scena V
Agamennone — Atto terzo
ODi buon Re, miglior consorte.
Ahi lassa!Tradita io son; tu mi tradisti; o Figlia,Così tua fè mi serbi! Al Re svelatoEgisto hai tu.
Tel giuro, io nol nomai.D’altronde il seppe. Ognun ricerca a gara
Di Re la grazia in modi mille: ognunoVuol parergli giovar: ben meravigliaPrender ti può, ch’ei nol sapesse pria.
Ma che gli appon? Di che il sospetta? UdistiLor favellar? Perchè lo scaccia? Ed egliChe rispondea? Di me parlogli Atride?
Rassicurati, Madre; in cor d’Atride,Non è sospetto. Ei, che tradir tu ‘l possa,Nè il pensa pur; quindi tradir nol dei.Non di nemico con Egisto furoLe sue parole.
Ma di queste sogliePur lo sbandisce.
Oh te felice! ToltaDall’orlo sei del precipizio, innanziChe più t’inoltri.
SepoltoAl suo partir sarà l’arcano: interoIl cor pur anco hai del consorte; ei nullaBrama quanto il tuo amor: di rio velenoNon gli han finora delatori infamiRipieno il core: intatto è il tutto ancora.Guai, se costoro, al par che iniqui, vili,Veggiono amor tra voi, fidanza, e paceUn cotal poco vacillar; ben tostoGli narreranno... Ah Madre! ah sì, di noi,Di te pietà, di quell’Egisto istessoMuovati, deh! Lungi una volta,... in salvoEi fia dall’ira,... e tu...
Se Egisto io perdo,Che mi resta a temer?
Oh Cielo!...Omai mi lascia al mio terribil Fato.
Mi lascia,Figlia innocente di colpevol madre.Più non m’udrai nomarti Egisto mai:Contaminar te non vogl’io; non dei,Nè mai dovevi entrare a parte, o Figlia,De’ miei sospiri iniqui.
SolaCo’ miei pensier, colla funesta fiamma,Che mi divora, lasciami. — L’impongo.
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