Atto secondo
Agide
SCENA PRIMA
Agide.
Pietosi Numi, a cui finora piacque
dal furor di Leonida sottrarrel’innocenza mia nota, omai non possopiú rimaner nel vostro tempio. Asilovolli appo voi, perché la patria infermapiú violenze, e piú tumulti, e stragia soffrir non avesse: or v’ha chi ardiscea’ miei delitti ascriverlo, al terroredi giusta pena? ecco, l’asilo io lascio. —Oh Sparta, oh Sparta!... esser fatal dei sempreai veri tuoi liberatori? Ah! datafosse a me pur la sorte, che al tuo primopadre eccelso toccò! piú che il perennebando, a se stesso da Licurgo imposto,morte non degna anco scerrei, se al miocader vedessi almen rinascer tecoil vigor prisco di tue sacre leggi!...Ma, chi sí ratto a questa volta?... Oh cielo!Chi mai veggio? Agizíade? La figliadi Leonida? oimè!... la mia giá dolcemoglie, che pur mi abbandonò pel padre?
SCENA SECONDA
Agide, Agiziade.
Agiz. Che veggo! Agide mio, fuor dell’asilo
tu stai? ratta a trovarviti veniva...Agide Qual che ver me tu fossi, amata sempreconsorte mia, perché i tuoi passi or volgiverso un misero sposo?...Agiz. Agide;... appena...parlare io posso;... io riedo a te con l’aspramutata sorte: il tuo stato infelicestaccarmi sol potea dal padre. Il coreio strappar mi sentia, nel dí che i nostrifigli, e te, sposo, abbandonar dovea,per non lasciar nel misero suo esiglioirne solo il mio padre: né piú vistatu mai mi avresti in Sparta, or tel confesso,se ai crudi strali di fortuna avversaei rimanea pur segno. In alto ei torna,tu nel periglio stai: chi, chi potrebbetormi or da te? teco ritorno io tutta:e te scongiuro, per l’amor mio vero;(pel tuo, non so s’io l’abbia ancor) pe’ figliche tanto amavi, e per la patria tua,(amor che tu tanto altamente intendi)io ti scongiuro, almen per ora, a porretue nuove leggi in tregua. Amor di pace,dei beni il primo, a ciò t’induca: il frenoripigliar con Leonida ti piacciadella cittá, qual per l’addietro ell’era...Agide Donna, d’amare il padre tuo, chi puotebiasmarten mai? conoscerlo, nol puoi;l’arte tua non è questa: ottima ognora,e costumata, e pia, tu raro esemplofra’ guasti tempi di verace antico
e filíale e conjugale amore,
altro non sai, magnanima, che fartifida compagna a chi piú avverso ha il fato.Se mai cara mi fosti, oggi il vedertia me tornar, quando me lascian tutti,certo piú assai mi ti fa cara. Io menodal tuo gran cor non mi aspettai; null’altrotemea, fuorch’ebro di sua lieta sorteLeonida, non forse or ti vietasseil ritornarne a me.Agiz. Tu ben temesti.Tre giorni or son, ch’ei vincitore in Spartariposto ha il piè; tre giorni or son, ch’io secopugno per te. Né, per negar ch’ei fessea me l’assenso, era io perciò men fermadi ritrovarti ad ogni costo. Ei stesso,cangiato ai fine, or dianzi a te mi vollemesso inviar di pace: ei, per mia bocca,piena or te l’offre; e supplica, e scongiura,che tu, lasciato omai l’asilo, in opravogli con lui porre ogni mezzo, ond’abbiaSparta una volta e intera pace e salda.Agide Ei mi t’invia? sperare a me non lascianulla di lieto il suo cangiar sí ratto.Ma, che dich’io? sperar, se in se non spera,Agide può? ch’altro a temer mi resta,quando è piú sempre la mia patria serva?quando è piú sempre dal poter suo prisco,dalle giá tante sue virtú lontana? —Io spontaneo (tu il vedi) avea l’asiloabbandonato giá: ragion tutt’altrale astute brame or prevenir mi feadi Leonida... Ah! sí: fia questo un giornogrande a Sparta, ed a me; funesto forseper te, se m’ami... O fida mia consorte,dubitar non ne posso... Ma, se fede
presti al mio schietto dir, tu d’altro padre
degna, deh! invan non lo irritar; ten prego.Serbati ai figli nostri; ad essi scudocontro alla rabbia sii del padre fero:gli alti pensieri, ond’io ti posi a parte,e che sí ben sentivi, aggiunti agli altiinnati tuoi, che dell’amor di figliason la essenza sublime, in lor trasfondisí, ch’ei crescano a Sparta e al padre a un tempo.Non assetato di vendetta io moro,ma di virtú Spartana; ancor che tarda,purch’ella un dí dai figli miei rinasca,ne sará paga l’ombra mia...Agiz. Mi squarciil core... Oimè!... perché di morte...?Agide O donna;Spartana sei, d’Agide moglie; il piantoraffrena. Il sangue mio giovar può a Sparta;non il mio pianto a te. Rasciuga il ciglio;non mi sforzare a lagrimar...Agiz. So tuttedel tuo sublime, umano, ottimo corel’atre tempeste; i generosi tuoiretti disegni entro alla mente io portoforte scolpiti; e se, a compirgli appieno,del mio padre la intera alta rovinad’uopo non era, ad eseguirli prestame prima avevi, e del mio sangue a costo...Oh quante volte il padre, sí diversoda te, m’increbbe! oh quante volte io piansid’essergli figlia! ed io pur l’era; e il sono,ahi lassa!... e fra voi due stommi infelice:e fra voi debbo esser di pace io ’l mezzo,o perir deggio.Agide Esser di Sparta figlia,e di Spartani madre esser dovresti,
se in altri tempi e d’altro sangue nata
tu fossi in Sparta. Il non spartano padrenon io però voglio a delitto apporti.L’indole tua ben nata, ottima, ed alta,ma non diretta, udia di padre e spososol ricordar, non della patria, i nomi:qual fia stupor, se tu piú figlia e sposa,che cittadina, sei? Ma, qual sei, t’amo;né al tuo pensar niente spartano io volliforza usar niuna, che il mio esemplo, mai.Pel nostro amor quindi ti prego, e, s’uopofia, tel comando; oggi a mostrar ti appresta,che madre sei piú ancor che sposa o figlia. —Ma, qual si appressa orribile tumulto?Qual folla è questa? oh! quali grida? Oh cielo!La madre? e in armi immenso stuol di plebesegue i suoi passi?
SCENA TERZA
Agide, Agesistrata, Agiziade, Popolo.
Agesis. Figlio, e che? giá fuori
stai dell’asilo? in chi t’affidi? in questarea figlia di Leonida? Ben iopiú certo asilo, ecco, ti adduco; ognoracostor fien presti...Agide O madre, Agide megliotu conoscer dovresti: o in me mi affido,o in nulla omai. Questa, che figlia appellidi Leonida, è moglie, è amante, è partedel figliuol tuo. — Spartani, ove pur talivi siate voi, che minacciosi in armitumultúar quí di mia fama a dannoveggio; Spartani, or parla Agide a voi. —Io, contro a Sparta, in mio favor, non voglio
armi nessune; asil nessuno io cerco;
null’uomo io temo. A dimostrar la miapiena innocenza, io basto: a vincitricefarla davver della malizia altrui,coll’arme no, ma con piú fermi sensi,potuto avreste un dí voi stessi darmigiusto un soccorso: ma fia tardo, e vano,e reo (ch’è il peggio) ogni presente ajuto.Agesis. E inerme esporti alla maligna rabbiad’un Leonida vuoi? d’efori compriagl’iniqui raggiri? Ah! no, nol soffro;né il soffriran questi Spartani veri,che quí son presti a dar la vita or tuttipel loro re.Popolo Per Agide, noi tuttipresti a morir veniamo.Agide Agide e Spartafur giá sola una cosa; or ben distintigli ha in due la sorte; or, che a far salva Sparta,forse è mestier ch’Agide pera. Il sanguesparger non vuolsi mai; vie men, qualorarigenerar virtú non puote il sangue.Per me morir, voi nol potreste omai,senza uccider molti altri: e in un le vostree le altrui vite in Sparta, al par son tuttedella patria, non vostre. Havvi, nol niego,de’ traviati cittadini molti:ma, per ritrargli al dritto, alto un esemplomemorabile appresto. A lor far forzapotrò con esso; e vie piú sempre voifarò con esso di fortezza amanti.Agiz. Misera me! tremar mi fai. Che dunquedisegni?...Agesis. Donna; or per chi tremi? parla;pel marito, o pel padre?Agide Ah! tu non sai,
madre, qual rechi a me dolor, l’udirti
trafigger la mia sposa! Ella, piú carache mai nol fosse, appunto a me si è fatta,per la sua vera filíal pietade.Madre, consorte, popolo, mi udite. —Ho fermo in core di convincer oggianco i maligni, e gli invidi, e i piú rei,ch’io della patria sono amator vero.Ai cittadini, io cittadino e padre,io cittadino e re, null’altro apparvi;se non m’inganno io pur: ma in altri forseda pria destai, con violenze, io stesso,dubbio alcuno di me: fu quindi ascritto,non a saviezza, a coscíenza rea,e a vil timor di meritata pena,questo mio scelto asilo. Agide n’ebbedi volgar re la insopportabil taccia?Qual sia ’l mio core, oggi il vedranno. Oh dolceperiglio a me, quel che affrontar m’è d’uopo,per ischiarir qual bene io far tentassi,e l’empia invidia di chi il ben non brama!Per la pubblica causa io re mostrarmiseppi, ed osai; per la privata mia,oso anch’esser privato: e, non ch’io credaconvincer ora i tanti iniqui; in coreessi giá il son pur troppo; ma coprirli,di Sparta tutta alla presenza, io deggiodi vergogna e d’infamia. Essi vorrannoaccusar me, lo spero: io piú coll’opre,che non co’ detti, a discolparmi imprendo:soltanto a Sparta i miei disegni esporrevo’ schiettamente pria, soggiacer poscia...Popolo Tu soggiacer? no, mai non fia. Noi tuttifarem prestarti da quei vili orecchio...Agide Non voi, deh! no: sol per mia bocca il verofará prestarmi orecchio. E, se a voi cale
punto il mio onor; se presso a voi mai nulla
io meritai; se nulla in me, se nullanella memoria almen dell’opre miesperate poi, pregovi, esorto, impongodi depor l’armi, e meco sottoporvi,quai che sien essi, agli efori. Il tirannodi Persia, allor che apertamente insortientro il suo regno a se nemici ei trova,col dispotico brando a lor favella:ma il re di Sparta, a lor di se dá conto;e alla calunnia egli da pria ragionioppon; se invano, imperturbabil almavi oppon di re. — Duolmi, e dorrammi ognora,che lo stesso Leonida che assaleor me cosí, dalla cittade vostraespulso andava, e inascoltato. Ei forsemal di se dato avria ragion; né il vollepure tentar; ma glien doveva io ’l mezzoampio prestare. Agesiláo la forzavolle adoprarvi; io mi v’opposi indarno:non tutti il sanno: Agesiláo vien quindimeco indistinto. Io da quel dí, ma tardi,vedea, ch’egli era uno Spartan mentito:ma mi stringeano il tempo, e l’alta bramad’oprare il bene, a cui l’ostacol toltodi Leonida fero, il campo apriva.Quindi l’esiglio suo, giusto, ma inflittoin modo ingiusto, a pro di Sparta usai.Popolo E chi non sa, che a lui la vita hai salva?...Agiz. Sí, per lui sol l’aure di vita ancoraspira il mio padre. Io nel crudel periglio,io stessa, il vidi; agli inumani messid’Agesiláo giá in mano ei stava quasi,quando opportuni d’Agide gli amicigli ebber fugati, e noi ritratti illesiin securtá.
Agesis. Quindi pagar nel vuole
Leonida oggi, a lui togliendo, iniquo,non che la vita, anco la fama...Agide E questamai non sta nel tiranno: in me, nel miosolo operar, sta la mia fama.Agesis. E nascesol dal tuo oprar l’altrui livore, e il fermoempio pensier di opprimerti. Ma, vieneAnfare a noi? degno consiglio e amicodi Leonida...Agide Udiamlo.Agiz. Oh cielo! io tremo...
SCENA QUARTA
Agide, Agesistrata, Agiziade, Anfare, Popolo.
Anfar. Fuor del tuo sacro asilo, Agide, in mezzo
d’una tal turba io non credea trovarti.Ma pur, piú grati testimon di questiio bramar non potea. Vengo ad esportidi Sparta i sensi.Agide E son?...Anfar. Di pace.Agide E quale?Anfar. Vera: ove pace alle tue mire avversanon sia pur troppo; ove in tumulti e rissesecurtá tu non cerchi e in un grandezza.Agide Io discolparmi or presso a te non deggio:forse il farò presso a chi il deggio. Udiamo,di Leonida udiam la pace intanto.Anfar. Son io messo del re? Di Sparta io sonoeforo; e a te parlo di Sparta in nome.Ove piegarti ai cittadin tu vogli,(ai veri e saggi) e la cittá tranquilla
rifar, dannando ogni tua nuova legge
tu stesso; il seggio, onde scaduto seicol tuo fuggirne, Sparta oggi ti rende.Agesis. Agide...Agide Madre, a te son figlio; or posasecura in me. — Tu, che di Sparta in nome,pur ch’io indegno men renda, il trono m’offri;pregoti, al re Leonida in rispostareca, ch’io seco favellar vorrei,pria che in giudicio a Sparta innanzi io parli.Agiz. Io pur ten prego, Anfare, vanne al padre,e a ciò lo induci: a lui ritorna in mente,che senz’Agide in vita ei non sarebbe;ch’ei la diletta unica figlia suadiede ad Agide in moglie...Agide A lui null’altronon rammentar, fuorché di Sparta entrambisiam cittadini; e che il comun vantaggiovuol, ch’ei mi ascolti.Anfar. È dubbio assai, s’ei possa,o venir voglia ad abboccarsi teco,fin ch’ei non sa, se tu i proposti pattinieghi, od accetti.Agide In guisa niuna ei puotenegar d’udirmi, e nol vorrá. L’asiloio per sempre abbandono; a me dintornocorteggio nullo io vo’. — Spartani, ad altavoce vel grido; io rimaner quí voglio,solo, ed inerme, ed innocente. — Il vedi,Anfare, il vedi; il tempo, il loco, il modo,opportuno or fia tutto. Io fra brev’oratornerò in questo foro; e quí non sdegnivenirne il re. Solo sarovvi; egli abbiaal fianco i suoi satelliti: veduti
sarem da quanti cittadini ha Sparta,
ma non sarem da nessun d’essi uditi.Anfar. Poiché tu il vuoi, tosto a recarne avvisoa Leonida volo.
SCENA QUINTA
Agide, Agesistrata, Agiziade.
Agide Io ben sapea
con qual esca allettarlo. — Or, donne, intantoio con voi riedo alla magione, e ai figli.Godrò fra voi brevi momenti estremid’alcun privato dolce, infin ch’io tornial fatal parlamento.Agiz. Oh cielo!...Agesis. O figlio,che speri tu dall’empio re?Agide La sortedi Sparta ei tiene; e tu mi chiedi, o madre,quel che da lui sperare Agide possa?
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