Atto primo
Bruto Secondo
SCENA PRIMA
Cesare, Antonio, Cicerone, Bruto, Cassio, Cimbro,
Senatori. Tutti seduti.
Cesare Padri illustri, a consesso oggi vi appella
il dittator di Roma. È ver, che radevolte adunovvi Cesare: ma solin’eran cagione i miei nemici e vostri,che depor mai non mi lasciavan l’armi,se prima io ratto infaticabilmentea debellargli appien dal Nilo al Betinon trascorrea. Ma al fin, concesso viemmi,ciò che bramai sovra ogni cosa io sempre,giovarmi in Roma del romano senno;e, ridonata pria Roma a se stessa,consultarne con voi. — Dal civil sanguerespira or ella; e tempo è omai, che al Tebroogni uom riabbia ogni suo dritto, e quinditaccia il livor della calunnia atroce.Non è, non è (qual grido stolto il suona)Roma in nulla scemata: al sol suo nome,infra il Tago, e l’Eufrate; infra l’adustaSíene, e la divisa ultima ignotaboreale Albíone; al sol suo nome,trema ogni gente: e vie piú trema il Parto,
da ch’ei di Crasso è vincitore; il Parto,
che sta di sua vittoria inopinatastupidamente attonito; e ne aspettail gastigo da voi. Null’altro mancaalla gloria di Roma; ai Parti e al mondomostrar, che lá cadean morti, e non vinti,quei romani soldati, a cui fea d’uoporomano duce, che non d’auro avesse,ma di vittoria, sete. A tor tal onta,a darvi in Roma il re dei Parti avvinto,io mi appresto; o a perir nell’alta impresa.A trattar di tal guerra, ho scelto io questotempio di fausto nome: augurio lietoper noi sen tragga: ah! sí; concordia pienainfra noi tutti, omai fia sola il certopegno del vincer nostro. Ad essa io dunquee vi esorto, e vi prego. — Ivi ci appellal’onor di Roma, ove l’oltraggio immensoebber l’aquile invitte: a ogni altro affettosilenzio impon l’onor per ora. In follaarde il popol nel foro; udir sue gridadi quí possiam; che a noi vendetta ei purechiede (e la vuol) dei temerarj Parti.Risolver dunque oggi dobbiam dell’altavendetta noi, pria d’ogni cosa. Io chieggodal fior di Roma (e, con romana gioja,chiesto a un tempo e ottenuto, io giá l’ascolto)quell’unanime assenso, al cui rimbombosperso fia tosto ogni nemico, o spento.Cimbro Di maraviglia tanta il cor m’inondal’udir parlar di unanime consenso,ch’io quí primo rispondo; ancor che a tantiminor, tacer me faccia uso di legge.Oggi a noi dunque, a noi, giá da tanti annimuti a forza, il parlare oggi si rende?Io primier dunque, favellar mi attento:
io, che il gran Cato infra mie braccia vidi
in Utica spirare. Ah! fosser parimie’ sensi a’ suoi! Ma in brevitá fien pari,se in altezza nol sono. — Altri nemici,altri obbrobrj, altre offese, e assai piú gravi,Roma punire e vendicar de’ priache pur pensare ai Parti. Istoria lunga,dai Gracchi in poi, fian le romane stragi.Il foro, i templi suoi, le non men sacrecase, inondar vedea di sangue Roma:n’è tutta Italia, e n’è il suo mar cosperso:qual parte omai v’ha del romano impero,che non sia pingue di romano sangue?Sparso è forse dai Parti? — In rei soldaticonversi tutti i cittadin giá buoni;in crudi brandi, i necessarj aratri;in mannaje, le leggi; in re ferocii capitani: altro a patir ne resta?Altro a temer? — Pria d’ogni cosa, io dunquedico, che il tutto nel primier suo statotornar si debba; e pria rifarsi Roma,poi vendicarla. Il che ai Romani è lieve.Anton. Io, consol, parlo; e spetta a me: non parlachi orgogliose stoltezze al vento spande;né alcun lo ascolta. — È mio parere, o padri,che quanto il nostro dittatore invittochiede or da noi, (benché eseguire il possaei per se stesso omai) non pure intendea tutta render la sua gloria a Roma,ma che di Roma l’esser, la possanza,la securtá ne pende. Invendicatocadde in battaglia un roman duce mai?Di vinta pugna i lor nemici maiimpuniti ne andar presso ai nostri avi?Per ogni busto di roman guerriero,nemiche teste a mille a mille poscia
cadean recise dai romani brandi.
Or, ciò che Roma, entro al confin ristrettad’Italia sola, assentir mai non volle,il soffrirebbe or che i confin del mondodi Roma il sono? E, sorda fosse anch’ellaa sue glorie; poniam, che il Parto andarneimpunito lasciasse; a lei qual dannonon si vedria tornar dal tristo esemplo?Popoli molti, e bellicosi, han sedefra il Parto e noi: chi, chi terralli a freno,se dell’armi romane il terror tace?Grecia, Illiria, Macedoni, Germani,Galli, Britanni, Ispani, Affrica, Egitto,guerriera gente, che oltraggiata, e vinta,d’ogni intorno ne accerchia, a Roma imbellevorrian servir? né un giorno sol, né un’ora.Oltre all’onor, dunque innegabil gravenecessitade a vol nell’Asia spingel’aquile nostre a debellarla. — Il soloduce a tanta vendetta a sceglier resta. —Ma al cospetto di Cesare, chi duceosa nomarsi? — Altro eleggiamne, a patto,ch’ei di vittorie, e di finite guerre,e di conquiste, e di trionfi, avanziCesare; o ch’anco in sol pugnar lo agguagli. —Vile invidia che val? Cesare, e Roma,sono in duo nomi omai sola una cosa;poiché a Roma l’impero alto del mondoCesare sol rende, e mantiene. Apertonemico è dunque or della patria, iniquotraditor n’è, chi a sua privata e bassapicciola causa, la comun grandezzae securtá posporre, invido, ardisce.Cassio Io quell’iniquo or dunque, io sí, son quello,cui traditore un traditore appella.Primo il sono, e men vanto; or che in duo nomi
sola una cosa ell’è Cesare e Roma. —
Breve parla chi dice. Altri quí faccia,con servili, artefatti, e vuoti accenti,suonar di patria il nome: ove pur restipatria per noi, su i casi suoi si aspettail risolvere ai padri; in nome io ’l dicodi lor; ma ai veri padri; e non, com’ora,adunati a capriccio; e non per vanaforma a scherno richiesti; e non da vilisgherri infami accerchiati intorno intorno,e custoditi; e non in vista, e quasiascoltati da un popolo mal comproda chi il pasce e corrompe. È un popol questo?Questo, che libertade altra non prezza,né conosce, che il farsi al bene inciampo,e ad ogni male scudo? ei la sua Romanei gladiator del circo infame ha posta,e nella pingue annona dell’Egitto.Da una tal gente pria sgombro il senatoveggasi, e allor ciascun di noi si ascolti. —Preaccennare il mio parer frattantopiacemi, ed è: Che dittator non v’abbia,poiché guerra or non v’ha; che eletti sienoconsoli giusti; che un senato giustofacciasi; e un giusto popolo, e tribuniveri il foro rivegga. Allor dei Partideliberar può Roma; allor, che a segnicerti, di nuovo riconoscer Romanoi Romani potremo. Infin che un’ombravediam di lei fallace, i veri, e pochisuoi cittadini apprestinsi per essaa far gli ultimi sforzi; or che i suoi tantinemici fan gli ultimi lor contr’essa.Cicer. Figlio di Roma, e non ingrato, io l’amopiú che me stesso: e Roma, il dí che salvadall’empia man di Catilina io l’ebbi,
padre chiamommi. In rimembrarlo, ancora
di tenerezza e gratitudin sentovenirne il dolce pianto sul mio ciglio.Sempre il pubblico ben, la pace vera,la libertá, fur la mia brama; e il sono.Morire io solo, e qual per Roma io vissi,per lei deh possa! oh qual mi fia guadagno,s’io questo avanzo di una trista vitaper lei consunta, alla sua pace io dono! —Pel vero io parlo; e al canuto mio crinecreder ben puossi. Il mio parlar non tende,né a piú inasprir chi dagli oltraggi moltisofferti a lungo, inacerbita ha l’almagiá di bastante, ancor che giusto, sdegno;né a piú innalzare il giá soverchio orgogliodi chi signor del tutto omai si tiene.A conciliar (che ancor possibil fora)col ben di ognuno il ben di Roma, io parlo. —Giá vediam da gran tempo i tristi effettidel mal fra noi snudato acciaro. I solinomi dei capi infrangitor di leggisi andar cangiando, e con piú strazio sempredella oppressa repubblica. Chi l’amadavver fra noi, chi è cittadin di cuore,e non di labro, ora il mio esemplo siegua.Fra i rancor cupi ascosi, infra gli atrociodj palesi, infra i branditi ferri,(se pur l’Erinni rabide li fannosnudar di nuovo) ognun di noi frappongainerme il petto: o ricomposti in pacefian cosí quei discorsi animi feri;o dalle inique spade trucidaticadrem noi soli; ad onta lor, Romanisoli, e veraci, noi. — Son questi i sensi,questi i sospiri, il lagrimare è questodi un cittadin di Roma: al par voi tutti,
deh! lo ascoltate: e chi di gloria troppa
è carco giá, deh! non la offuschi, o perda,tentando invan di piú acquistarne: e qualeall’altrui gloria invidia porta, or pensiche invidia no, ma virtuosa eccelsagara in ben far, può sola i proprj pregiaccrescer molto, e in nobil modo e schiettoscemar gli altrui. — Ma, poiché omai ne avanzatanto in Roma a trattar, dei Parti io stimo,per or si taccia. Ah! ricomposta, ed una,per noi sia Roma; e ad un suo sguardo tosto,Parti, e quanti altri abbia nemici estrani,spariscon tutti, come nebbia al vento.Bruto Cimbro, Cassio, e il gran Tullio, hanno i loro altiromani sensi in sí romana guisaesposti omai, che nulla a dir di Roma,a chi vien dopo, resta. Altro non resta,che a favellar di chi in se stesso ha postaRoma, e neppur dissimularlo or degna. —Cesare, a te, poiché in te solo è Roma,di Roma no, di te parlare io voglio. —Io non t’amo, e tu il sai; tu, che non amiRoma; cagion del non mio amarti, sola:te non invidio, perché a te minorepiú non mi estimo, da che tu sei fattogiá minor di te stesso; io te non temo,Cesare, no; perché a morir non servoson presto io sempre: io te non odio, al fine,perché in nulla ti temo. Or dunque, ascoltaquí il solo Bruto; e a Bruto sol dá fede;non al tuo consol servo, che sí lungida tue virtudi stassi, e sol divideteco i tuoi vizj, e gli asseconda, e accresce. —Tu forse ancor, Cesare, merti (io ’l credo)d’esser salvo; e il vorrei; perché tu a Romapuoi giovar, ravvedendoti: tu il puoi,
come potesti nuocerle giá tanto.
Questo popol tuo stesso, (al vivo or dianziCassio il ritrasse) il popolo tuo stesso,ha pochi dí, del tuo poter ti feameno ebro alquanto. Udito hai tu le gridadi popolare indegnazione, il giorno,che, quasi a giuoco, il regio serto al crineleggiadramente cingerti tentavala maestá del consol nuovo: uditohai fremer tutti; e la regal tua rabbiaimpallidir te fea. Ma il serto infame,cui pur bramavi ardentemente in cuore,fu per tua man respinto: applauso quindine riscotevi universal; ma punteeran mortali al petto tuo, le vocidel tuo popol, che in ver non piú romano,ma né quanto il volevi era pur stolto.Imparasti in quel dí, che Roma un brevetiranno aver, ma un re non mai, potea.Che un cittadin non sei, tu il sai, pur troppoper la pace tua interna: esser tirannopur ti pesa, anco il veggio: e a ciò non erinato tu forse; or, s’io ti abborra, il vedi.Svela su dunque, ove tu il sappi, a noi,ed a te stesso in un, ciò ch’esser credi,ciò ch’esser speri. — Ove nol sappi, impara,tu dittator dal cittadino Bruto,ciò ch’esser merti. Cesare, un incarco,alto piú assai di quel che assumi, avanza.Speme hai di farti l’oppressor di Roma;liberator fartene ardisci, e n’abbicertezza intera. — Assai ben scorgi, al modocon cui Bruto ti parla, che se pensiesser giá fatto a noi signor, non iosuddito a te per anco esser mi estimo.Anton. Del temerario tuo parlar la pena,
in breve, io ’l giuro...
Cesare Or basti. — Io nell’udirvisí lungamente tacito, non lieveprova novella ho di me dato; e, doveme signor d’ogni cosa io pur tenessi,non indegno il sarei; poich’io l’arditolicenzíoso altrui parlare osava,non solo udir, ma provocare. A voiabbastanza pur libera non parequest’adunanza ancor; benché d’oltraggicarco v’abbiate il dittator, che oltraggipuò non udir, s’ei vuole. Al sol novello,lungi dal foro, e senza armate scorteche voi difendan dalla plebe, io dunqueentro alla curia di Pompeo v’invitoa consesso piú franco. Ivi, piú a lungo,piú duri ancora e piú insultanti detti,udrò da voi: ma quivi, esser de’ fermoil destino dei Parti. Ove ai piú giovi,non io dissento, ch’ivi fermo a un temposia, ma dai piú, di Cesare il destino.
Comments
Loading comments…