Sonetto XXIX
Dal Misogallo
Pregio mi fo di quattro cose, e gradoNe so non lieve al donator Destino,Ch’oltre il dovere a favorirmi inchino,Fa sí che ignoto in mandria vil non vado.Fummi, il non nascer plebe, il don men rado;Terzo estimo il non nascer Parigino;Poi vien, l’avere in me spirto Latino,Bench’io nato in servile immondo guado:Ma il don, ch’io pongo d’ogni dono in cima,È la scintilla di Apollineo raggio,Che il cor m’invade, e innalza, ed arde, e lima.S’io di plebe, o di Gallia, o di servaggioFiglio era sozzo, in prosa io mai, né in rimaDar non potea di me niun alto saggio.
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