Satira Nona. I Viaggi

Dalle Satire

Certo l’andar qua e là peregrinandoEll’è piacevol molto ed util arte;Pur ch’a pié non si vada, ed accattando.Vi s’impara piú assai che in su le carte,Non dirò se a stimare o spregiar l’uomo,Ma a conoscer se stesso e gli altri in parte.De’ miei vïaggi, per non farne un tomo,

Due capitoli soli scriverò:Eccomi entrato già nell’ippodròmo. —Del quarto lustro a mezzo appena io sto,Ch’orfano, agiato, ineducato, e audace,Mi reco a noja omai la Dora e il Po.Calda vaghezza, che non dà mai pace,Mi spinge in volta: e in Genova da primaI passi avidi miei portar mi face.Ma il Banco, e il Cambio, sordidezza opíma,E vigliacca ferocia, e amaro gergoSovra ogni gergo che l’Italia opprima,E ignoranza, e mill’altre ch’io non vergoNote anco ai ciechi Liguresche doti,Tosto a un tal Giano mi fan dare il tergo.E, bench’un Re non mi piacesse, io votiNon fea pur mai per barattarmi un Re

In sessanta parrucche d’Idïoti.Visto che in Zena da imparar non v’è,L’Appennin già rivarco e m’immilàno.Ma quivi io sto esclamo un altro Oimè.Le cene, e i pranzi, e il volto ospite umano,E i crassi corpi e i vie piú crassi ingegniChe il Beozio t’impastan col Germano,Fan sí ch’io esclami: «Oimé, perché pur regni,Alma bontà degli uomini, sol doveSon di materia inaccessibil pregni!»Dall’Insubria me quindi or già rimuoveL’agitator mio Démone, che pingeNuovi ognora i diletti in genti nuove.Oltre Parma, oltre Modena ei mi spinge,Oltre Bologna; senza pur vederle;Come del barbaro Attila si finge.Rapido sí travalico già per leTosche balze, che tante ali non puoteNeppur Scaricalàsin rattenerle.Eccomi all’Arno, ove in suonanti noteLa Plebe stessa atticizzando additaCome con lingua l’aria si percuote.Ma non mi fu, quanto il dovea, graditaL’alma Cantata allor, perché m’era ioAnglo-Vandalo-Gallo per la vita:

Né mi albergava in core altro desío,Che varcar l’Alpi, e spazïar la vistaFra que’ popoli, grandi a petto al mio.Quind’io Fiorenza già tenea per vista;E, muto e sordo e cieco a ogni arte bella,D’Anglo sermon quivi facea provvista;Ignaro appien di mia futura stella,Che ricondurmi all’Arno un dí doveaBalbettator della natía favella.Pur non del tutto vaneggiar mi feaD’Oltrementi l’amor, quand’io di tantoMinori i Toschi al lor sermon vedea.Ma, piú che i Toschi io nullo, or lascio intantoFirenze, e Lucca già di vol trapasso,Senza pure assaggiarvi il Volto Santo.Pisa Livorno e Siena mi dan passo,Perch’io sbrigarmi in fretta e in furia voglioDi veder questa Roma e il suo Papasso,Ecco, alle falde io sto del Campidoglio:Ma il carneval che in Napoli mi chiama,Fa che per or di Roma io mi disvoglio.Nei giorni santi di vederla ho brama,Perché i Britanni miei l’usan cosí;E il mio appetito ratto si disfama.

Bella Napoli, ho quanto, i primi dí!Chiaja, e il Vesuvio, e Portici, e Toledo,Coi calessetti, che saettan lí;E il gran chiasso e il gran moto, ch’io ci vedo,D’altra vasta città finor digiuno,Fan sí che fuggon l’ore e non m’avvedo.Ignoranti miei pari, assai piú d’unoLa neghittosa Napoli men presta,Con cui l’ozio mio stupido accomuno.Ma, sia pur bella, ha da finir la festa.Al picchiar di Quaresima, mi trovoTra un fascio di ganasce senza testa.Retrocediamo a procacciar del nuovo:Qui non s’impara; io grido: ma non dico«Ch’altri diletti che imparare io provo».Già torno al Tebro, e un pocolin l’AnticoNella Rotonda e il Coliséo pur gusto;Ma il troppo odor di preti è a me nemico.Sí stoltamente hammi impepato il gustoLa mal succhiata Oltremontaneria,Ch’io d’ogni cosa Italica ho disgusto.Conobbi in poi, campando, esser piú riaDella classe Pretesca mille volteL’Avvocatesca ignuda empia genía.Spregiudicato i’ mi tenea, stravolteDa nuovi pregiudizi in me l’idee:Quindi io l’orme da Roma ho già rivolte.Spronando ver le Adriache maree,Rido in Loreto dell’alata Casa,

Pur men risibil che le antiche Dee.Ma la Città che salda in mar s’imbasaGià si appresenta agli avidi miei sguardi,E m’ha d’alto stupor l’anima invasa.Gran danno che cadaveri i Vegliardi,Che la reggean sí saggi, omai sien fatti,Sí ch’a vederla io viva or giungo tardi.Ma, o decrepita od egra o morta in fatti,Del senno uman la piú longeva figliaStata è pur questa: e Grecia vi si adatti:Tal, che s’agli occhi forbe sua quisquiglia,Può forse ancor risuscitar Costei«Che sol se stessa e null’altra somiglia».Tosto che il Doge antiquo dar per leiAll’antiquo Nettúno anel di sposaVisto ebbi, ratta dipartenza io fei.Francia, Francia, esser vuol: piú non ho posa:Balzo a Genova: imbarco: Antibo afferro:Ivi ogni sterco Gallo a me par rosa.Marsiglia tiemmi un mese, s’io non erro,Fra le sue Taidi a cinguettar Francese:Precipitoso io poscia indi mi sferro;E son del gran Lutòpoli sí accese

Le brame in me, ch’io né mi mieto il pelo,Notte e dí remigando ad ali tese.Giungo al fin dove in nebuloso velo,Di mezzo dí, d’Agosto, io mal vedevaSozzo piú ancor che il pavimento il cielo.Dentro un baratro scendo, in cui mi aggrevaChe il suo bel nome San Vittorio affonde:Scontento è l’occhio mio, né piú si eleva.Ma scontento è vieppiú l’orecchio altronde,Tosto ch’io sento del parlar PiccardoAffogarmi le rauche e fetid’onde.Taccio il civile-barbaro-bugiardoFrasario urbano d’inurbani petti,Figlio di ratte labbra e sentir tardo.Che val (grido) ch’io qui piú tempo aspetti?Di costor, visto l’un, visti n’hai mille,Visti gli hai tutti: a che piú copie incetti?Senza stampa, la Moda scaturille:Quindi scoppiettan tutte a un sol andazzoLe artefatte lor gelide faville.Tornommi in mente allor, ch’io da ragazzoVisti avea quanti fur Galli e saranno;Che il mi’ Mastro di ballo era il poppazzo.E ignaro allora io pur che con mio dannoVi dovrei poscia ritornare un giorno,Cinque mesi mi pajon piú che l’anno.Tra Scimmio-Pappagalli omai soggiornoPiú far non vò: sol d’Albïone avvampo:Se Filogallo io fui, mel reco a scorno.Arràs Doàggio Lilla, come un lampo,Di bel Gennajo, assiderato, io varco,

Né in Sant’Omèro Celtico mi accampo.A Calesse, a Calesse: e pronto imbarco:Degli Ouì già so’ stufo a piú non posso:Ogni Ouì ch’io v’aggiungo, emmi rammarco.Già navigo: e mi par tolta di dossoEssermi tutta l’ammorbata Francia,Che d’ira e tedio hammi smidollo ogni osso.Ecco Dóver: si butta in mar la lancia:Mi vi precipit’io fra i remiganti,E il suol Britanno appien già mi disfrancia.Dopo i voti e sospiri e passi tantiTi trovo e calco alfin, libera terra,Cui son di Francia e Italia ignoti i pianti.Qui leggi han regno, e niun le leggi atterra:E ad ogni istante il frutto almo sen vede;La ricchezza e lo stento non far guerra.Il beato ben essere che eccede,E il non veder mai là nulla di zoppo,Fan ch’ivi l’uom sognar spesso si crede.Né il ciel di nebbie e di carbone intoppoDammi a letizia; che, se il fumo è molto,Tanto è l’arrosto che fors’anco è troppo.Uomini or veggio, ai fatti al par che al volto:E, se i lor modi han soverchietto il peso,Dal candor di lor alme ei mi vien tolto.Piú che il fossi mai stato, or dunque accesoSon d’ogni uso Britannico: e m’irritaVieppiú il servaggio, onde il mio suol m’ha offeso.Deh potess’io qui tutta trar mia vita!Grida il giusto mio sdegno generoso,Qual d’uom che liber’alma ha in sé nutrita.

Ma, per disciormi dal Tutore annoso,Il già spirante omai mio quarto lustroVuol che in patria men torni frettoloso.Sol di passo, in Olanda io m’impalustro;Dove la industre libertade ammiro,Per cui terra sí poca ha sí gran lustro.Quindi l’Austriaco Belgio pingue miro:Ma qui di Francia il puzzo già mi ammorba,Tanto è Brussella di Parigi a tiro.Eppur egli è mestier ch’io ancor mi sorbaDella schifosa Gallia altro gran squarcio,Fiandra, Lorena, e Alsazia pur tropp’orba:Poiché a dispetto di sua lingua marcioE d’ogni suo costume e privilegio,Soffre i Galli tiranni, e non fa squarcio.Basilèa fa scordarmi il poter regio,E cosí tutta Svizzera ch’io scorro;Popolo ottuso sí, ma franco e egregio:Tranne Ginevra, i cui Scimiotti abborroMisti di Gallo e Allòbrogo ed Elvetico:Né in cotai saccentelli io m’inzavorro.Lascio la Pieve di Calvin freneticoAi mercantuzzi suoi filosofastri;E sia pur culla del Rousseau bisbetico.E, perché in nulla il Ver da me s’impiastri,Dirò che allor né il gran Volterio pureFa ch’io Ferney nel mio viaggio incastri.

D’ogni Gallume risanate e pureGià già l’idee riporto appien d’oltr’alpe,Viste dappresso tai caricature:Da Ginevra indi avvien ch’in fretta io salpe,Né visitar quel Mago abbia vaghezza,Che trasformato ha i Galli in Linci-talpe.Scendo in Italia: e quasi emmi bellezzaIl mio nido, s’io penso al carcer Gallo:Se all’Angle leggi io penso, emmi schifezza.Mi stutorizzo in pochi mesi, e a stalloNon vuol ch’io resti la bastante borsa:Pasciuto, e giovin, correr de’ il cavallo.Ma stanco io qui dalla bïenne corsa,D’un solo fiato o bene o mal descritta,Divido il tema: ed anco il dir m’inforsaIl timor di vergar rima antiscritta:Stolta legge (anch’io ’l dico), ma pur leggeChe il Terzinante antico Mastro ditta.Obbedisco: e do tregua anco a chi legge.

Mezzo un Ulisse io pur, quanto alla vogliaInsazïabil di veder paesi,Torno a spiccarmi dalla patria soglia.L’Europa tutta a scalpitare intesiSaran miei passi in trïennal vïaggio,Tanto son del vagar miei spirti accesi:

I due terzi omai scorsi eran di MaggioSessantanove settecento e milleGli anni dal ricovrato almo retaggio;Quand’io, com’uom che in gran letizia brille,Ampie l’ali spiegava al vol secondo;Perché il primier non quant’io volli aprille.Di me stesso signor, signor del mondoParmi esser or: né loco alcun mi cape,Se pria non vo dell’universo al fondo.Già Vinegia riveggio: e tal mi sapeQuella sua oscena libertà posticcia,Qual dopo ameni fichi ostiche rape.Uom che ha visto i Britanni, gli si aggricciaTutto il sangue in udir libera dirsiGente che ognor di tema raccapriccia.Passo, e son dove il Trivigiano unirsiIncomincia al Trentin: seguo, ed InspruccheGià m’intedesca in suono aspro ad udirsi.Pur mi attalentan quelle oneste zucche,E i lor braconi, e il loro urlar piú assai,Che i nasucci dei Galli e lor parrucche.Già varco e Augusta e Monaco; né mai,Finché la Sede Imperïal mi appare,Resto dal correr che mi ha stufo omai.Qui poserommi un po’; che un dolce stareQuesta Vienna esser debbe, almen pel corpo;Che già so v’esser poco da osservare.Ma troppo piú ch’io mel credeva io torpoE d’intelletto e d’animo, fra genteCui si agghiaccia il cervello e bolle il corpo.Viva sepolta in corte aver sua mente

Vedev’io là l’impareggiabil nostroOperista, agli Augusti blandïente:E il mal venduto profanato inchiostroSprezzar mi fea il Cesareo Poeta:Tai due nomi accoppiati a me fan Mostro.Bench’io di Pindo alla superba metaIl piede allor né in sogno anco drizzassi,Doleami par Palla scambiata in Peta:Diva, ond’aulico vate minor fassi,Non che dell’arte sua che a tutte è sopra,Ma di se stesso, ov’a incensarla ei dassi.Ma in dir tai cose or perdo e il tempo e l’opra:Andiamo a Buda. Io vado, e torno, e parto,Com’uom che frusta e spron piú ch’altro adopra.In Austrïato e Ungarizzato, un quartoD’ora neppur vo’ in Böemarmi in Praga:La Germania Cattolica già scarto.Dresda, bench’egra di recente piagaChi i Borussi satelliti le han fatta,Parmi dell’Elba a specchio seder vaga.Un certo che di lindo ha, cui s’adattaL’occhio mio: la favella appien rotonda,Benché ignota, l’orecchio mi ricatta.Ma fatal cosa ell’è ch’ove piú abbondaUn bel parlare, ivi la specie umanaSia seccatrice almen quant’è faconda.Partiamo. A Meissen per la porcellana,Poi per la Fiera a Lipsia m’indirizzo,

Per la scïenza no, che a me fia vana.Non mi pungea per anco il ghiribizzoDi squadernar quei Tomi elefanteschi,Di sotto ai quali omai piú non mi rizzo.Pria che né l’Us né l’Os l’alma mi adeschi,Molti begli anni a consumar mi restaTra postiglion, corrieri, e barbereschi.Troppo è mattina: a rivederci a sesta,Lipsia mia. — Già l’orribil BrandinburgoCon sue arene ed Abeti m’infunesta.Re quivi siede un Uom semi-Licurgo,Semi-Alessandro, e in un semi-Voltéro:Chi grecizzasse, il nomeria Panurgo.Ei scrivucchia; ei fa leggi; ei fa il guerriero:Ma, tal ch’egli è, sta dei Regnanti al volgo,Come sta il Mille al solitario Zero.Non vi par bello il paragon ch’io avvolgoNella moderna scorza geometrica,Da cui sí dotta l’evidenza or colgo?Ma già la numeral frase simmetricaLascio, e il suo gelo; e sfogherò il mio dire,Sciolto dalla Ragione Inversa tetrica.Quel Federigo, ch’or ci tocca udireDenominar col titolo di Grande,A me piú ch’un Re picciol movea l’ire.Che quanti guai per l’Universo spandeLa Protei-forme infame Tirannia,Tutti son fiori onde ha quel Sir ghirlande.Balzelli, oppressïon, soldateria,

Brutalità, stupidità, Gallume,Teutonizzata la pederastia,E in somma il piú schifoso putridumeDi quanti darian vizj Europe sei,Quivi eran frutto di quel regio acume.A tal Sacra Corona inchino io fei,Che pueril vaghezza mi vi spinsePer vederlo: or per visto il mi terrei.Ma il Monarchesco suo fulgòr non vinseMiei sguardi sí, ch’io ne’ suoi sguardi addentroNon penetrassi l’arte ond’ei si cinse.Piú ch’altr’uomo, il Tiranno asconde in centroDel doppio cuore il marchio di sua vaglia:Ma, s’io di Vate ho l’occhio, ivi pur entro;E scopro il come avvien che altrui prevaglia(Se d’armi ha possa) il medïocre ingegno,Che si svela piú in carta che in battaglia.Ogni scrupol di sale in uom che ha regno,Stupir fa tutti, o sia ch’ei nuoca o giovi:Ma chi lo ammira, di ammirarlo è degno. —Tutto è Corpo di guardia, ovunque muoviPer l’erma Prussia a ingrati passi il piede:Né profumi altri, che di pipa, trovi.Là tutti i sensi Tirannía ti fiede;Che il tabacchesco fumo e i tanti sgherriFan che ognor l’uom la odora e porta e vede.Fuggiamo, anche carpon; purch’io mi sferriDa un tal Profosso. Adulatore a pagoNon mancherà, che a questo Sir si atterri.Piú d’oro assai che non di gloria vagoQualche Scrittor qui a chiudersi verrà,

Che d’un Borusso protettor fia pago.Tra gl’impostori, quanti il Mondo ne ha,Il piú sconcio non trovo e il piú irritanteDel Tiranno che versi o compra o fa.Fuggiam, fuggiam da un Re filosofante,Rimpannucciante alcun letteratuzzo,Nemici e amici e sudditi spogliante.Respiro alfin: sto in salvo. Un SindacuzzoDel pacifico Amburgo mi ristoraDel Berlinal filantropesco puzzo.Ma molto, e troppo, a me rimane ancoraDel Borëal vïaggio; onde il parlarneEmmi or fastidio, quanto il farlo allora.Sbrighiamcen, su. — Di favellante carneCandidi pezzi trovo in Danimarca,Che non dan voglia pure di assaggiarne.Svezia, ferrigna ed animosa e parca,Coi monti e selve e laghi mi diletta;Gente, men ch’altra di catene carca:Ma poco io stovvi, perché nacqui in fretta.Già mezzo è il Maggio; e sí del Bòtnio golfoIl ghiaccio ancor dà inciampo a mia barchetta.Pur fa arrischiarmi il giovanil mio zolfo:Salpo: e spesso è mestier far via coll’ascia,Quanto in Finlandia piú la prora ingolfo.Se un tavolon di ghiacci il legno fascia,Fuor del legno su i ghiacci io tosto balzo,Né pel mio peso l’isola si accascia.Cosí, ruzzando e perigliando, incalzoLa strada e il tempo; infin ch’Abo mi accoglie,

Ma non piú tempo che la palla al balzo.Tutte son tese le mie ardenti voglieA veder la gran gelida Metropoli,Jer l’altro eretta in su le Sueche spoglie.Già incomincio a trovar barbuti popoli:Ma l’arenoso piano paludosoMi annunzia un borgo, a non Costantinopoli.Giungo: e in fatti, un simmetrico nojosoDi sperticate strade e nane case,S’Europa od Asia sia mi fa dubbioso.Presto mi avveggo io poi, che non men rase,Di orgoglio no, ma di valor veraceLe piante son di quell’infetto vase.Ogni esotico innesto a me dispiace:Ma il Gallizzato Tartaro è un miscuglio,Che i Galli quasi ribramar mi face.Mi basta il saggio di un tal guazzabuglio:Non vo’ veder piú Mosca né Astracano:Ben si sa che v’è il Bue, dov’odi il muglio.Né vo’ veder Costei che il brando ha in mano,Di sé, d’altrui, di tutto Autocratrice,E spuria erede d’un poter insano:Di epistole al Voltèro anch’essa autriceE del gran Russo Codice, che scrittoFia in sei parole: «S’ei ti giova, ei lice».Indiademato abbellisi il delitto,Quant’ei piú sa, dei loschi e tristi al guardo:

Ma lo abborra vieppiú chi ha il cuor piú invitto.Inorridisco, e fuggo: e cotant’ardoDi tornare in Europa, che in tre giorniSon fuor del Moscovita suol bugiardo.Né punto avvien ch’io in Dànzica soggiorni,Perché assaggiata è dal Prussian TirannoChe sPolonizza già i suoi be’ contorni.Cosí da un altro Borëal malannoSciolto mi trovo; e godo in me non poco,Ch’ir non puossi a Varsavia senza danno.Tutto arde allor, ma non di puro fuoco,Il Babèlico Regno Pollacchésco,Che in breve attesterà quant’è dappoco.A mano armata un parteggiar TurchescoChe libertà contamina col fiato,Fa che in sí reo dissidio i’ non m’invesco.Dei Tedescumi tutti esuberato,In Aquisgrana trovomi d’un salto,Dall’un Francforte all’altro rimbalzato.Quindi Spà, che può dirsi il Capo appaltoDei vizj tutti dell’Europa, un meseMi fa, bench’io non giuochi, in sé far alto.Poi, le già viste Fiandre e l’OlandeseAnfibio suolo rivarcati, approdo

Un’altra volta al libero paese:Cui vieppiú sempre bramo e invidio e lodoViste or tante altre carceri EuropeeTutte affamate e attenebrate a un modo.Venalitade e vizj e usanze ree,Io già nol niego, hanno i Britanni anch’essi:Ma franca han la persona, indi le idee.Finch’altro Popol nasca, e l’Anglo cessi,Questo (e sol questo) s’ami e ammiri e onori,Poich’ei non cape né oppressor né oppressi. —Quivi allacciato in malaccorti amoriQuasi otto lune io stava; usato fruttoDegli ozïosi giovanili errori.Spastojatomi alfin dal vischio brutto,Ripiglio il vol: Batavi e Belgi e SennaTocco e rivarco e lascio, a ciglio asciutto:E la noja piú sempre ali m’impenna.Scendo con Lora: indi Garonna io salgo,Che Spagna esser mi de’ l’ultima strenna.Di Bordella e Tolosa non mi valgo,Se non come di ponti; e son già doveLa prima rocca degl’Ibèri assalgo.Ben dico, assalgo; né a ciò dir mi muoveLa scarsa rima: ell’è guerriera impresaPeregrinar, dov’ogni ostacol trove,Senz’agio alcuno, e triplicar la spesa:Per esser tutto strada, strada niuna:Tale Arabia in Europa assai pur pesa.E quanto inoltri piú, piú il suol s’impruna:

Arragona, peggior di Catalogna:Finché il peggio del pessimo si adunaLà, dove il bel Madrid non si vergognaDi metropolizzare in un desertoChe a fiere albergo dare in vista agogna.Qui pur già trovo il Gallicùme inserto,Che dalle vie sbandito ha gli escrementi,E cosí scemo assai l’ispano merto.Che se un lor volto avean le Ibère genti,Pregio era primo abborrir essi i GalliE tutti i lor corrotti usi fetenti.Fatte hai, Madrid, tue vie tersi cristalli:Ma, sottendrando a’ sterchi i Gallici usi,Vedrai quanto perdesti in barattalli.Né alcun qui me d’esuberanza accusi.Meglio è ignoranza onestamente intera,Che del mezzo saper gli atroci abusi.Già per Toledo e Stremadura io m’eraA passo a passo tratto entro Lisbona,Che serba ancor sua faccia Arabo-Ibèra.Qui la molta barbarie si perdona;Tanta ella assume novitade al fianco,Che tutta d’usi antigalleschi suona.E laudato sia il Ciel; che v’ha pur ancoIn Europa un cantuccio, ov’è di fedeChe reïtade è l’imitare il Franco.Torni e l’Ispano e il Portoghese eredeDel navigare e guerreggiar degli avi,Che grandi fur senza Gallesche scede.Ma finiamla. Io do volta: e le soaviPiagge Andaluse di Siviglia e GadeFan misurarmi ad oncia i muli ignavi.Noja e diletto in un provar mi accade,

Assaporando in regïon sí vastaSempre beato cielo e inferne strade.Alle Colonne d’Ercole mi bastaGiunto esser pure. Io retrocedo, e tuttaQuant’ampia è Spagna al mio tornar contrasta.Affronto allor quella spiacente lutta,Della ostinata pazïenza al fonteBevendo sí, che nulla or mi ributta.Già la Moresca Cordova ho da fronte:Poi del terrestre suo bel paradisoMi fa Valenza le delizie conte.Poi per Tortosa, là dond’io divisoDi Barcellona uscii se’ mesi innanzi,Torno; e dal patrio amor ho il cor conquiso.Spiacemi sol che a transitar mi avanziLa Gallia ancor cui sempre ha l’uom fra’ piedi:Ingojamcela dunque, insin ch’io stanzi.Narbona e Monpélier, se tu vuoi, vedi:Io per me chiudo gli occhi, e corro; e al lidoScendo, da cui vedrò l’Itale sedi.Già mi saetta Antíbo in ver l’infidoLigure, a sazietà visto e rivisto,Dond’io mi spicco verso il patrio nido:Ch’io men l’ho a schifo, da che pur men tristoAl par dei Paesoni e PaesottiMel fa di esperïenza il duro acquisto.Dal corso trïennal nojati, e rottiRipatriammo al fin, volente Iddio,Dell’Europa quant’è chiariti e dottiDel pari, e il Legno, e il Ser Baule, ed Io.

Comments

Loading comments…