Satira Ottava. I Pedanti

Dalle Satire

Ed io gliel dico, che il Verbo VagireNon è di Crusca: usò il Salvin Vagito:Ma, a ogni modo, Vagir non si può dire. —Grazie a lei, Don Buratto: ebbi il pruritoD’usar questo verbuccio in un Sonetto,Per me’ schernire un vecchio rimbambito. —Me’ per lei, ch’anco in tempo a me l’ha detto!Se no, l’opra ed il tempo ella perdea;Che con sí fatta macchia, addio Sonetto.Vuolsi ir ben cauti, allor che si ha un’idea;Sempre vestirla d’abiti già usati:Crusca esser vuole, e non farina rea.

Ben so ch’ella Pedanti ha noi chiamati:Poi c’è venuto il Signorino al jube,Dopo i primi suoi versi canzonati. —Don Buratto, pietà: sgombri ogni nubeD’ira grammatical dalla dott’alma,«E armonizziamo in concordanti tube».Tardi, è ver, mi addossai la dura salmaGrammatical: ma non ch’io mai spregiassiDel purgato sermon l’augusta palma:Bensí volgendo mal esperto i passiVèr la nuov’arte del dir molto in poco,Era mestier ch’io nuovamente errassi.Quindi a molti il mio carme suonò roco,Perch’ei piú aguzzo assai venía che tondo,Sí che niegava ad ogni trillo il loco.Aspretto sí, ma non del tutto immondoEra il mio stil; che in sottointender troppoFe’ sí che poco lo intendeva il mondo. —Alto là: ch’al suo dir qui pongo intoppo;Che biasmandosi parmi, ella s’incensi,Scambiando il corto stil col parlar zoppo.Ai tanti uccisi Articoli ella pensi,

E a’ suoi Pronomi triplicati a vuoto,E al tener sempre i suoi Lettori intensi... —E all’ostinato mio superbo votoDi non chieder consiglio né accettarlo,Se non se da Scrittor per fama noto:Dico ben, Don Buratto? E questo è il tarloChe inimicommi la insegnante schiera,Al cui solenne Imperatore or parlo.Ma via, si ammansi: io non son piú quel ch’era:Molle son fatto, ed umile, e manoso;La mi cavalchi da mattina a sera.Io sto ad udirla, d’imparar bramoso:La non mi celi alcun dei begli arcani,Ond’esce il grave scrivere ubertoso. —Sappia da prima, che agl’ingegni sani,Signor Tragico mio, non piace il forte,«Nè il velame aspro de’ suoi versi strani».Piacer senza fatica il carme apporte,E armonia copïosa lenitivaChe orecchi e cuore e spiriti conforte.

Che brevità quest’è, che l’alma privaDi quella inenarrabil placidezza,Con cui molce chi avvien che steso scriva?Cos’è quest’artefatta stitichezzaDi dir piú in tre parole ch’altri in venti?Non lo scarno, il polposo fa bellezza.Che son elle codeste impertinentiTragedie in cinque o in quattro personaggi,Insultatrici delle antecedenti?Non ci avean date già Scrittori maggiRosmunde e Sofonisbe e Oresti e Bruti,Da spaventar dappoi gli audaci e i saggi?Che moderni! che razza di saputi!Voler tutto rifare, andando al breve,Spogliato di quei fregj a noi piaciuti!Certo, i lirici Cori onde riceveL’udito e il cuore dilettanza tanta,L’immaginarli e il verseggiarli è greve:Piú facil quindi e spiccio è il dir: «Non cantaLa Tragedia fra noi: chi ariette scrive,Dai suoi Catoni i Catoncini ei schianta».Suore forse non son le Nove Dive?Fia che a sdegno Melpòmene mai prendaVoci aver da Tersícore piú vive?La Tragedia, gnor sí, canta; e l’intendaCom’ella il vuole: il Metastasio è norma,Che i Greci imita, e i Greci a un tempo ammenda.

Tutta sua la Tragedia, in blanda formaGli alti sensi feroci appiana e spiega,Sí che l’alma li beve e par che dorma.Ignoranza ed Orgoglio, usata lega,Fan che una nuova Merope ci nasceDi padre che non scerne Alfa da Oméga.Ma che parl’io di Greco a quei che in fasceStan del Latino ancor nel lustro nono,Sí che spesso han dall’umil Fedro ambasce?Ora, a bomba tornando; i’ gliene donoA chi l’ha fatta; questa MeropucciaChe usurpar vuolsi terzo-nata il trono.Semplice no, ma gretta, in su la gruccia,Ch’ella noma Coturno, si trascina,Senza aver pure in capo una fettuccia:E la si spaccia poi Madre-ReginaCol monopolio dell’esclusïone,Come s’altri fatt’abbiala pedina.Quel mio buon venerabile barbone,Ch’era il Nestor di Omèro mero mero,Cangiato io ’l veggo in vecchio non ciarlone:

E quel naturalissimo sinceroCrudelotto Tiranno PolifonteMi si è scambiato in Re Machiavelliero.E il mi’ Adrasto, e il su’ anello, e le sí pronteFide risposte dell’astuta Ismene;E l’arte in somma qual c’insegna il fonte;(Dico, la dotta Tragizzante Atene)Dove son elle in questo nuovo impasto?Sognando il meglio, e’ si sfigura il bene.Ombra vuolsi, ombra molta: indi è il contrasto.Personaggio che basso e inutil pare,Agli altri accresce, e senza stento, il fasto. —Ombra sia, Don Buratto; ombra Lunare,S’anco a lei piace: ecco, abrenunzio secoOgni luce che sia troppo Solare.Vo’ rifar mie tragedie in manto Greco;Strofe, Antistrofe, ed Epodo, e Anapesti,Tutto accattando dall’Ellénio speco.Trissineggianti poi versi modesti,E moltissimi, molto appianerannoLo stil, sí che il lettor non ci si arresti.I Personaggi si triplicheranno:Né parran miei; sí ben Merope PrimaSemplicetti e chiaretti imiteranno.E alle corte; a mostrarle in quanta stima

Io ’l tenga, innanzi che il mio dir finisca,Do ’l mio Sonetto all’acuta sua lima,Che inibisce sí ben che l’uom vagisca.

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