Atto secondo
Don Garzia
SCENA PRIMA
Cosimo, Eleonora.
Cosimo No, non m’inganno io, no: piú degno figlio
non abbiam di Diego: a lui del sogliopreme l’onor, la securtá del padre,e la quíete universale. Io n’ebbidal suo parlar non dubbie prove or dianzi.Eleon. Non senno dunque, e non amor, né miteindole trovi, né pieghevol corenel mio Garzia?Cosimo Che parli? or qual mi nomirubello spirto? Ei tra i miei figli è il solo,ch’esser nol merti. Or, che dich’io tra i figli?Assai piú mi ama e reverisce ogni altri,ch’egli nol fa. Nutro un serpente in seno,che in me sua rabbia e il rio velen rivolge.Oh, come a stento il furor mio rattennidianzi in udirlo! I miei sospetti fansiomai certezza: e quel Garzía...Eleon. Che fece?che disse? in che ti spiacque? Oimè!Cosimo Che disse? —Mentr’io disegno di un mortal nemicol’eccidio, ei consigliarmi osa il perdono.Ei non abborre il reo Salviati adunque,
quant’io l’abborro? I miei nemici adunque
suoi nemici non sono?Eleon. Ogni uom non contifra’ tuoi sudditi quí? Se questo, o quello,spegner ti piace, or nol fai tu? Delittolieve è d’un figlio, il supplicare il padred’esser men crudo. È ver, Diego, né Piero,te sconsigliar non ardirian dal sangue:Garzía l’osò: ch’altro vuol dir, fuor ch’eglibenigno è piú, né l’altrui sangue anela?Cosimo Troppo piú che non lice, omai ti accecaquesto soverchio, e mal locato, affetto.Idol Garzía ti festi; e, oltr’esso, nullatu non ami, né vedi. In lui virtudeosi nomar, ciò che delitto io nomo?Lite questa non è fra noi novella:ma ogni dí piú mi spiace. A me non pocoopra grata farai, se in cor ben dentrosí parzíale ingiusto amor rinserri.Eleon. Ingiusto amore? ah! se pur v’ha chi taleprovar mel possa, io cangerommi. All’oprefinor mi attenni, e non de’ figli ai detti.Cosimo Tant’è; se il vuoi malgrado mio, te l’abbicaro per te; pur ch’io piú mai non l’odascusar da te. Prima virtude, e sola,in mia reggia, è il piacermi: in lui non veggiotal virtute finora: a te si aspettal’insegnargliela; a te;... se davver l’ami.Eleon. E a’ cenni tuoi non inchinò pur sempreGarzía la fronte?Cosimo E l’obbedirmi è vanto?E ciò, basta egli? e di nol far, chi arditosarebbe omai? — Parlar, com’io favello,non pur si de’; ma, com’io penso, dessipensar: chi a me natura non ha pari,la dee cangiar; non simular, cangiarla.
Son di mia stirpe, e di mio impero, io ’l capo;
io l’alma son, donde s’informi ogni altraviva persona quí. — Né al reo Garzíaun cenno pur, pria di punirlo, io dava,s’ei figlio a me non era. In lui piú grave,certo, è l’error; ma voglio, anzi al gastigo,sola una volta ancor fargli udir voce,che da tristo sentiero indietro il tragga.
SCENA SECONDA
Cosimo, Eleonora, Piero.
Piero Padre, altissimo affare a te mi mena:
teco esser deggio a lungo.Cosimo Oh! qual ti leggosul volto afflitto strano turbamento?Parla; che avvenne? di’.Piero Narrar nol posso,se non a te.Eleon. Qual sí novella cosanarrar può un figlio al genitor, che udirlauna madre non possa?Cosimo È ver, son padre,ma prence a un tempo: né il gravoso incarcodelle pubbliche cure assunto hai meco,donna, finor; né il vuoi tu assumer, s’ioben scerno...Eleon. Il ver tu scerni. Ebbi le rivelasciate appena del natío Sebéto,ch’io, compagna a te fatta, ogni pensiero,ogni mio amore, ogni mio fine acchiusifra queste regie mura. In me trovastisposa ed ancella, e nulla piú. Ben vidi,che il mio signor tutte credea raccolteentro al cieco obbedir d’amor le prove:
quind’io sempre obbedia; tu il sai; piú volte
men laudasti tu stesso in suon di gioja. —Sol or vuoi rimaner? ti lascio: e inducogiá da chi ’l narra, qual sia questo arcano;e so perché nol debba udire io sola.Ma udir non vo’ di Pier la lingua, ognoraal nuocer presta: ah! degli estrani a dannola usasse ei pur soltanto! almen tremarneio non dovrei, come tuttor ne tremo.Io mal gradito testimon, per certo,son dell’arti sue note.Piero In un sol figliotutto hai riposto il tuo materno affetto:colpa è degli altri; ed io ne soffro intantodura la pena; e in me pur solo cada!Presta è mia lingua a nuocer sempre? il dicaquel tuo figlio diletto, a cui non portoodio, ma invidia sí; dica, s’io maigli nocqui, o in detti, o in opre. — Orrida tacciamadre, or mi dai: pur mi dorria piú forte,s’altri, che madre, a me la desse; o s’altri,che il mio padre e signor, darmela udisse.Ma il mio dovere io so; soffrir, tacermideggio; e soffro, e mi taccio.Cosimo Or, vuoi tu, donna,con questi modi in iscompiglio porrela reggia nostra?Eleon. In iscompiglio porla,deh, non voglia altri! abbominevol peste,deh, giá fra noi posto non abbia il seggio!Il loco io cedo: di costui gli arcanich’io mai non sappia, e tu non mai li creda!
SCENA TERZA
Cosimo, Piero.
Cosimo Or parla, Piero.
Piero I vaticinj in parteson della madre veri. Infra noi sorgeabbominevol peste.Cosimo Ov’io pur regno,peste non v’ha, che allignar possa: sveltafin da radice fia: parla.Piero Sta il tuttoin te, ben so: tu sanator sovranosei d’ogni piaga; indi rimedio prontocerco in te solo. — Or dianzi, ad aspri dettivenner Diego e il fratello: io l’ire loroa gran pena quetai; ma non estintesono, al certo. Cruccioso, e torvo uscivaGarzía: con preghi a víolenza mistiDiego rattenni: ei l’aggressor non fia,no, mai; ma, se uno sguardo, un motto, un cennoesce dell’altro a provocarlo; oh cielo!Tremo in pensar ciò che seguir ne puote.Cosimo Discordi sempre; io giá ’l sapea: ma qualenuova cagion tant’oltre ora gli spinse?Piero Quí ne lasciasti dianzi; e ancor s’andavaragionando fra noi. Diego, a cui sempre,come all’opre, al parlar virtude è scorta,con quella propria sua nobil franchezza,Garzía biasmava apertamente (e parmi,nol fesse a torto) dell’ardir solo eglial tuo cospetto la colpevol causadifender di Salviati. Entro il piú vivodel cor Garzía trafitto, (era pur troppola rampogna verace) ei trascorrevacontro il fratello ai vituperj: e Diego
solo avesse oltraggiato!... Ma, ridirti
ciò non degg’io, che a lui fervido d’irasfuggia dal petto: e nol pensava ei forse;l’ira fa dir ciò che non è, talvolta.E a me pur, mentr’io pace iva fra lororicomponendo, assai pungenti e duridetti lanciò: ma, non rileva. — Or premeche tuonar s’oda la paterna vocesí, che piú non trascorra oltre tal rissa.Cosimo Dubbio non v’ha; tutto mel dice omai:Garzía, quell’empio, il suo signore, il padre,e se stesso, e il suo onor, tradisce a un tempo.Obliquamente ei nell’offender Diegopunger vuol me: cieca fidanza ei prendenel cieco amor materno; e al colmo in luil’audacia è giunta. Or dianzi, udir voll’io,s’egli ardirebbe appalesar securoal mio cospetto i vili affetti iniqui,ch’ei nutre in cor giá da gran tempo: e ascosinon mi son, no, quant’ei, stolto, sel crede.Piero Tu dunque pure il sai, ch’ei di Salviaticelatamente?...Cosimo Il so; convinto appieno...Piero S’è, mal suo grado, ei stesso...Cosimo E voi finoraperché il taceste?Piero Ei c’è fratello...Cosimo E il padrenon son io di voi tutti?Piero Io pur sperava,che al sentier dritto ei tornerebbe; ed ososperarlo ancora. In quella etá primieranoi siam, ben vedi, in cui piú l’uom vaneggia.Ciascun di noi potria, colto a tai lacci,reo divenir di un simil fallo.Cosimo Ah! farvi
nulla potrebbe traditori mai:
che Diego, e tu...Piero Certo ne son, di Diego;di me, lo spero; e ogni uom di se lo accerta,finch’ei rimane in se. Ma poi, che fia,se di ragion nemico amor lo sforza?Cosimo Amor! Che parli?Piero Il suo fallir men grave,se pensi a ciò, parratti.Cosimo Amor, dicesti?Amor di chi?Piero Padre, tu il sai.Cosimo So, ch’egliè un traditor; ch’ei con Salviati spesso,quí nella reggia mia, di notte, ascoso,osa abboccarsi: ma, che amor l’induca,nol seppi io mai. Qual fia l’amor? favella.Piero Ahi lasso me!... Scusare il volli; ed io,io l’accusai.Cosimo Parla: l’impongo; e nullami taci, o ch’io...Piero Deh! padre, or gli perdonail giovenil trascorso, e nulla in luia mal talento ascrivi. Amor soltantoil fa parere un traditore. Egli amadel reo Salviati la innocente figlia:Giulia gentil, che tu, in ostaggio forsedella paterna fede, infra le illustridonzelle in corte collocasti, e serbi;Giulia è il suo amor: videla appena, e n’arse.Celato l’ama, e riamato ei vivein dolce e vana speme. Or, qual ti prendepoi maraviglia, che d’amata donnail genitor, non reo paja all’amante?Cosimo Ogni uom gli errori de’ miei figli or dunquesa piú di me? gli scusa ogni uom? li cela?
A parte anch’essa la pietosa madre
certo sará di un tale iniquo arcano;e lo seconda forse...Piero In ver, nol credo...ma pur, nol so.Cosimo Ch’altro esser può codestomentito amor, che a tradimento nuovoun velo infame? A Giulia esser può caroGarzía per se? figlia non è fors’elladel mio nemico? e non succhiò col lattel’odio di me, del sangue mio? Si ascondegran tradimento in questo amor: la figliafatta è stromento dall’accorto padredi sue vendette; io non m’inganno. E il mioproprio figlio?...Piero Tu forse entro lor almeben leggi; ma nol creder di Garzía:fervido amor davver lo sprona; e sempreil cieco duce a buon sentier non tragge:quindi ei fors’erra. Or che a te piano è il tutto,deh! tu il rattempra, ma con dolce freno:deh! non far no, ch’oggi ad increscer m’abbiad’aver tradito, ancor che a caso io ’l fessi,quell’amoroso suo fido segreto.Vero è, ch’a me non lo diss’egli; in cortea tutti ei chiuso, e piú a’ fratelli suoi:ma pure, io ’l seppi. — Or, poiché il dissi, fannealmen suo pro. Dal vergognoso affetto,padre, lo svolgi; e la sua rabbia ingiustacontro i proprj fratelli a un tempo acqueta.Cosimo Ben festi di parlar: suddito figlio,dover ciò t’era; a me il di piú si aspetta.Ma, Diego viene.
SCENA QUARTA
Diego, Cosimo, Piero.
Cosimo O figlio mio, che brami?
Ragion? l’avrai.Diego Padre, che fia? ti scorgoforte accigliato. A te disturbo arrecaforse il contender nostro? Era pur meglioil tacerglielo, o Piero: e che? temesti,che l’ira in me per un fraterno oltraggiooltre il dover durasse? Ah! non ne prendapensiero omai, né se ne sdegni il padre.Me non reputo offeso; io sol compiangol’offenditor: la mia vendetta è questa.Cosimo Oh degno in vero di un miglior fratello,che quel Garzía non è! Tu le fraterneingiurie soffri; e ben ti sta: ma, prima,sola cagion dell’ira mia profondanon è, l’aver egli mie leggi infrante,non, l’aver teco ei contrastato or dianzi.L’impeto in lui, pur troppo, esser non veggiodi giovinezza figlio; è di mal semefrutto peggior: andar mi è forza al fontedel mortifero tosco; udire io tutto,tutto indagare io deggio. In regal figlio,che può nuocer piú ch’altri, e temer meno,l’opre, gli affetti, le parole, i passi,anco i pensier, tutto il saperne importa.Diego Pure, a delitto or non gli appor, ten prego,ciò ch’egli or dianzi irato a me dicea.Piero Ben vedi, o padre, che se pari avessel’alma Garzía, tra lor ferma la pacegiá fora; e Diego non s’infinge...Diego E finto
neppur finor credo Garzía, né iniquo.
No, padre; in lui, benché da me diversosemi pur veggo io di virtú; dal drittosentier sol parmi traviato: ei nutreprivati affetti in principesche spoglie;quindi è il suo dir, che a noi sí strano appare;i disparer quindi fra noi sí spessi;e l’alta pompa ingiuríosa, ond’eglispiega fra noi le sue virtú romite.Caldo di sdegno io primo, al tuo cospetto,pungerlo osai, chiamandolo mendace,e simulato: a un alto cor l’oltraggioinsopportabil era; e queta appenafu l’ira in me, che assai men dolse. Io vengoprimo a disdirmi espressamente; e, ov’abbiate indisposto contr’esso il parlar mio,a tor tal falsa impressíon sinistra.Cosimo Certo, assai meno è traditor Garzía,di quel che tu sii grande.Diego A te siam figli...Cosimo Tu il sei, davver: Piero, e tu pure il sei.Piero Men pregio, almeno.Diego Ah! non perduto ancorastima l’altro tuo figlio: a te il racquista,e a noi, ten prego; ma con dolci modi.Al tenace suo cor, piú che d’imperoforza si faccia or di consiglio; e mainon gli mostrar, che tu di noi men l’ami.Cosimo Basta or, miei figli, basta. Itene: a voicompiacer vo’. Tu, Piero, a me tra breveGarzía quí manda; io parlerogli. — Laudola sollecita cura in te non meno,che in Diego il cor magnanimo sublime.
SCENA QUINTA
Cosimo.
Degna coppia di figli! — Or, qual mia stella
terzo simíl vi aggiunge? Io nol credea,benché fellon Garzía, fellon mai tanto. —Ma, di qual occhio rimirar degg’ioDiego, che nato ad imperar, sol parladi perdonare i ricevuti oltraggi?...Doleami forte di dover con lingualaudare in lui, ciò che in mio core io biasmo...Ma ben esperto ei non è ancor di regno;apprenderá: tutti di prence io veggoentro il suo petto i semi. Io coll’esempiogl’insegnerò, che a ben regnar, men vuolsi,men perdonar, quanto è piú stretto il sangue;quanto all’offeso è l’offensor piú presso.
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