Atto quinto
Filippo (1783)
CH’altro temer, ch’altro sperar che morte?Sol ti vorrei scevra d’infamia, o morte;Quindi aspettarti dal crudel FilippoDeggio d’infamia piena. — In cor sol’ unoDubbio, e di morte assai peggior, m’avanza.Fors’ei sà del mio amor: ne’ scintillantiSuoi torvi sguardi un non so qual novelloFuror mal grado suo tralucer vidi....E il suo parlar colla Regina or dianzi..E l’appellarmi, e l’osservar.... Che fia?Oh Ciel! Che fia se in lui sospetto nasceDella Consorte pur? Oimè! già forsePunisce in lei l’incerta colpa il crudo;
Che sempre suol Tirannica vendettaL’offésa prevenir.... Ma donde seppeAmor, che a tutti, ed a noi quasi è ignoto?Avran me forse i miei sospir tradito?Che dich’io? Mai, furo a Tiranno, maiD’amor noti i sospiri? A cotal PadreSaper dell’amor mio mestier fors’era,Per farsi atroce, e snaturato? Al colmoL’odio era in lui, nè più indugiar potea.Ben venga il dì, ben venga, ov’io far pagoDi questa testa il posso. Ah! di fallaciAmici turba menzognera, or dove,Dove se’ tu? Nulla i’ vorria da voi,Che un ferro; e un ferro, onde all’infamia trarmi,Pur non m’avrò da niun di voi.... Ma sento,Disserrar sento le ferrate porte:Che mi s’arreca? Udiam. Chi fia?
Carlo
CHe veggio?Regina, tu? Chi ti fu scorta? QualeRagion ti mena? Amor, dover, pietade?Come l’accesso avesti?
Isabella.
Ah! tutto ancoraNon sai l’orror del tuo fatal destino!Tacciato sei di Parricida; il PadreT’accusa ei stesso; un rio Consiglio a morteTi danna; ed altro all’eseguir non manca,Che l’assenso del Rè.
Carlo.
S’altro non manca,Eseguirassi tosto.
Isabella.
E che? Non fremi?
Carlo.
Gran tempo è già, ch’io di morir sol bramo.E il sai tu ben, tu, cui null’altro i’ chiesi,Che aspettar morte in queste amate Soglie.M’è dura sì l’orrida taccia, dura;Ma inaspettata no. Morir m’è forza;Ma me l’annunzi tu; fremer poss’io?
Isabella.
Deh! se tu m’ami, or di morir non parla.Cedi per poco all’impeto....
Carlo.
Ch’io ceda?Io? Ben’or veggio, hai d’avvilirmi assuntoL’incarco, tu: dal Genitore iniquoTi si commette...
Isabella.
Oh in qual’error ti stai!Ministra all’ire io di Filippo?
Carlo.
A tantoPotria sforzarti; o forse anco ingannarti.Ma qui venir come ti lascia ei dunqueA me così?
Isabella.
Nol sà Filippo; oh Cielo!Guai, se ’l sapesse.
Carlo.
Oh! che dì tu? FilippoQui tutto sà: chi infrangeria suoi duriAssoluti voler?
Isabella.
Gomez.
Carlo.
Che ascolto?Qual profferisti abbominevol nome,Terribile, funesto?
Isabella.
Ei t’è nemicoMen, che tu ’l pensi.
Carlo.
Oh Ciel! S’io niel credessiAmico mai, più di vergogna in voltoAvvamperia che d’ira.
Isabella.
Eppur sol’egliSente or di te pietà. Del Padre iniquoEi mi svelò fa trama.
Carlo.
Incauta, ahi troppoCredula tu! Che festi? Ahi, perchè fedePrestasti a tal pietà? Se il ver ti disseDi scellerato Rè peggior Ministro,Ei t’ingannò col ver.
Isabella.
Ma il dir che giova?Tu proverai di sua pietà non dubbjEffetti or, sol che mi t’arrendi a’ preghi.Ei quì mi mena di nascosto; e i mezziGià di tua fuga appresta; io ve l’indussi:Deh! fuggi; deh! non tarda; il Padre fuggi,
La morte, e me.
Carlo.
Finchè n’hai tempo fuggi,Lungi da me fuggi tu stessa: a casoGomez pietà non finge: in qual cadestiInsidioso laccio! Or sì davveroFrem’io, davver: qual più v’ha dubbio omai?Già penetrò del nostro cor l’arcanoFilippo.
Isabella.
Eh nò. Poc’anzi il vidi, alloraChe i Satelliti suoi dal suo cospettoTraevan te: d’orribil’ira ardea:Io l’ascoltai tremante: al tuo simileSospetto i’ n’ebbi pur. Ma, in me tornataPoscia, riando le parole sue;E veggio ben, che, fuor di questa, ogni altraCosa pensa di te.... Perfin sovviemmi,Ch’ei t’imputò d’insidiar fors’ancoCol suo vivere il mio.
Carlo.
Dell’intricatoLaberinto d’infamia, al par di lui,Più vile ancor saria mestier ch’io fossiA penetrar tutte le ascose vie.Ma certo è pur, che orribil fraude ascondeTuo quì venir; ciò, ch’ei soltanto appenaSospetta forse, or di chiarire imprende.Ma sia che vuol: Tu prontamente i passiVolgi da infausto loco: invan tu credi,Tel giuro, invan, che in mio favor mai GomezVoglia adoprarsi, o possa; e invan tu speri.S’anch’egli il vuol, ch’io gliel consenta mai.
Isabella.
E fia pur ver, ch’infra tal gente i’ traggaGl’infelici miei dì?
Carlo.
Più non indugia,Deh! troppo è ver; scostati, và; d’angosciaPiù che mortale trammi. In te m’offendeOgni pietà, se di te non la senti:
Và, s’hai cara la vita.
Isabella.
A me la vitaCara?
Carlo.
Il mio onor dunque, e la fama tua.
Isabella.
Io te lasciare in tal periglio?
Carlo.
In talePeriglio porti? A che? Già me non salvi,Te stessa perdi. Anche il sospetto è macchiaAlla virtù. Deh! la maligna giojaTogli al Tiranno di poter tacciartiRea neppur del pensier. Và: cela il pianto;Premi i sospir nel core: a ciglio asciuttoCon intrepida fronte udir t’è forzaDel mio morir. Sacra a virtude i tristiGiorni, che a me sopravvivrai. Se al tuoGrave dolor sollievo alcun pur cerchi,Fra tanti iniqui ottimo un sol quì resta,
Perez virtù conosce: ei pianger tecoPotrà di furto; e tu con lui talvoltaDi me parlar potrai. Ma intanto, or vanne;Esci; fà ch’io non pianga: a brano a branoDeh! non mi squarcia il cor: l’ultimo addioPrendi, e mi lascia; va: tutta or m’è d’uopoLa mia virtude, or che fatale appressaOra di morte.
Filippo.
ORa di morte è giunta;Perfido! I’ son, che te l’arreco.
Isabella.
Oh vista!Oh tradimento!
Carlo.
Ed io son presto a morte:Ferisci tu.
Filippo.
Morrai, fellon: ma priaMiei terribili accenti udrete priaVoi, scellerata Coppia. Infami; tutto,Io tutto sò: quella, che voi d’amore,Me, già gran pezza, di furor consumaIniqua fiamma sò. Di rabbia oh quantiRepressi moti! Oh qual silenzio lungo!...Ma entrambi alfin nelle mie man cadeste.A che mi dolgo? Usar degg’io querele?Vendetta usar deggio; e vendetta estremaTosto m’avrò: goder giovami intantoQuì di vostr’onta, quì. — Già tu non pensa,Ch’i’ mai t’amassi, Donna; e che martiroDesse al mio cor gelosa rabbia: in bassoLoco, qual’è il tuo cor, mai non avriaPosto Filippo l’amor suo; che DonnaDegna di me, se v’ha, tradir non puommi.
Me non tuo amante, offeso hai me Rè tuo:Di mia Consorte il nome, il sacro nomeContaminato hai tu: mai del tuo amoreNon calse a me: ma in te tremor cotantoDovea albergar del tuo Signor, che ardireA ogni altro amor, anche in pensier, togliesse. —Tu seduttor, tu vile,... a te non parlo;Nulla in te mi stupisce: era il misfattoDi te sol degno: ad accertarmen proveI sospir vostri anche i più ascosi, i moti,Gli andamenti, il silenzio, il duol, che pariNegli empj cor chiuso vedea, mi furo,E son tuttor. Che parlo or più? Voi pariFoste in tradirmi, in Voi pari fia pena.
Carlo.
Che ascolto? In lei colpa non è: che dico?Colpa? Nè l’ombra pur di colpa: il giuro,Non arse mai suo puro cor di fiammaCotal: da me la mia riseppe appena,E la dannò.
Filippo.
Fin dove ognun di VoiGiungesse il sò; sò, che innalzato ancoraTu non t’avevi al talamo paternoL’audace empio pensier; s’era pur altro,Saresti in vita or tu?... Ma dall’impuraTua bocca uscì d’iniquo amor parola;Essa l’udì; ciò basta.
Carlo.
Io sol t’offesi,Nol niego: a me lieve di speme un raggioSul ciglio balenò; ma il dileguavaL’alta virtù sua tosto. Udì; ma soloPer mio rossor ella m’udì; per trarmiSol la malnata passion del petto....Malnata or sì, tale or purtroppo; ed eraGià legittima un dì; mia Sposa ell’era,Mia Sposa, il sai; tu me la davi; e darlaMeglio potevi, che ritorla.... Io sonoAd ogni modo reo: sì l’amo; e toltaMi fù da te: che omai mi puoi tu torre?
Saziati pur nel sangue mio; d’orgoglioSbrama la rabbia in me: sola, deh! Padre,Risparmia lei, risparmia l’innocente....
Filippo.
Ella? In ardir, non in fallir ti cede.Taci a tua posta; anche il silenzio, o Donna,Sì ti convince: abbominevol foco,Nè val che il nieghi, in cor tu pur rinserri.Ben mel dicesti; assai, troppo il dicesti,Quand’io parlava di Costui poc’anziTeco ad arte. Membrando a che n’andavi,Ch’egli era Figlio a me? Ch’ei t’era amante,Perfida, dir volevi. Empia, tu menoTradisti in cor il tuo dover, l’onore,Le leggi, tutto?
Isabella.
....In me silenzio nasceDi timor nò: stupore alto m’ingombraDel non credibil tuo doppio feroceDi sangue cor.... ripiglio alfin, ripiglioGli attoniti miei spirti... alfin ch’io emendi
Ben’è dover d’esserti Moglie il fallo.Non t’offes’io finor: al Cielo in faccia,In faccia al Prence i’ non son rea; nel mioPetto sì il son.
Carlo.
Pietà di me fallaceOr lei fà dir: deh! non l’ascolta....
Isabella.
InvanoMe salvar tenti: ogni tuo detto è punta,Che in lui più inaspra la superba piaga.Tempo non è, non più di scuse: or tempoBen’è sottrarsi a questo aspetto, a cuiTormento ugual non è. Se mai TirannoD’amor sentisse l’invincibil possa,Rè, ti diria, che tu fra noi stringeviNodi d’amor: i’ ti diria, che voltoOgni pensier fin da prim’anni aveaA lui; che in lui posta ogni speme, e secoMiei dì felici disegnava io trarre.Virtude m’era, e tuo comando m’era
L’amarlo allor: chi ’l fè delitto poscia?Tu, col discior santi legami, il festi:Lieve era sciorti ad assoluta voglia;Ma il cor così si cangia? Addentro in coreFort’ei mi stava sì: ma fui tua appena,Che in me repressa antica fiamma tacque:Spegnerla poscia a mia virtude, al tempoEd a te forse s’aspettava.
Filippo.
Or quantoIn te virtù, nè tempo non poteo,Io, sì ’l farò: sì, nell’infido sangueIo spegnerò i’impura fiamma....
Isabella.
SangueVersar, sì sangue; e ognor versar più sangueTuo pregio è sol; ma non è pregio, ond’ioTolto a lui l’amor mio dessi a te mai;A te dal Figlio tuo dissimil tanto,Quanto ogni vizio, è da virtù. — Mi festiGià tu tremar; or non più, nò: l’iniqua
Mia passion tacqu’io finor, che taleLa riputava in me: palese or sia,Or che più iniquo i’ ti conosco.
Filippo.
È degnodi te costui, di lui tu degna. Or, ch’altroResta a veder, che se in morir vi seteForti, quanto in parlar?
Filippo.
Gomez, compiestiMiei cenni tu?
Gomez.
Già il temerario PerezTrafitto cadde: ecco l’acciar, che ancoraFumante gronda del suo sangue.
Carlo.
Oh vista!
Filippo.
In lui non è de’ traditor la schiattaTutta nò spenta: ma tu mira intanto,Qual degna io serbi a’ fidi tuoi mercede.
Carlo.
Ma quante, oimè! Quante quì deggio mortiPria di morir veder?... Perez, tu pure?...Ma già ti sieguo. Ove, dov’è quel ferro,Che spetta a me? Via mi s’arrechi. Oh! possaMio sangue sol spegner l’ardente seteDi questo Tigre!
Isabella.
Oh! saziar sol’ioPotessi io sola l’inumana rabbia!
Filippo.
Infami, or basta. A scelta vostra i’ lascioQuel ferro, o quella tazza. O tu, di morteTu sprezzator scegli tu primo.
Carlo.
O ferro,Te caldo ancora d’innocente sangueTe scelgo, te liberator. — Tu, Donna,Troppo dicesti, ahi troppo! A te sol resta,Come a me, morte: ma il velen tu scegli,Men dolorosa fia. D’amore infaustoestremo: ultimo don d’amore.In te raccogli il tuo coraggio: — or mira;Segui il mio esempio... io moro... il fatal nappoAfferra tosto....
Isabella.
Ecco i’ ti sieguo. O morteTu mi se’ gioja, tu....
Filippo.
Vivrai tu dunque,Malgrado tuo vivrai.
Isabella.
Lasciami.... oh rioSupplizio! Ei muor; ed io?....
Filippo.
Vivrai disgiuntaDa lui, sì tu; giorni vivrai di pianto:Mi fia sollievo il tuo lungo dolore.D’infame amor quando tu scevra avraiCara la vita, allor darotti, io, morte.
Isabella.
Viverti al fianco? ove se’ tu starm’io?Non fia mai nò.... molte son morti.... al toltoVelen supplir.... de’ ’l tuo pugnale stesso.
Filippo.
T’arresta.....
Isabella.
Io moro.
Filippo.
Oh che vegg’io?
Isabella.
.....Tu vedi.....Figlio, e Sposa morir.... ambo innocenti.....Entrambi per tua man.... Carlo!... i’ ti sieguo....
Filippo.
Un mar di sangue, e di qual sangue! scorre....Ben hai Filippo or tu vendetta piena....Ma, se’ felice tu? — Gomez, l’atroceCaso ad ogni Uom s’asconda. — A me la fama,A te, se ’l taci, salverai la vita.
Comments
Loading comments…