Atto primo
La Congiura de' Pazzi
SCENA PRIMA
Guglielmo, Raimondo.
Raim. Soffrire, ognor soffrire? altro consiglio
darmi, o padre, non sai? Ti sei tu fattoschiavo or cosí, che del mediceo giogonon senti il peso, e i gravi oltraggi, e il danno?Gugl. Tutto appien sento, o figlio; e assai piú sentoil comun danno, che i privati oltraggi.Ma pur, che far degg’io? ridotti a taleha il parteggiare i cittadin di Flora,ch’ogni moto il piú lieve, a noi funesto,fia propizio ai tiranni. Infermo stato,cangiar nol puoi (pur troppo è ver!) che in peggio.Raim. Dimmi, deh! dove ora è lo stato? o se havvi,come peggior si fa? Viviam noi forse?Vivon costor, che di paura pieni,e di sospetto, e di viltá, lor giornistentati e infami traggono? Qual dannonascere omai ne può? che in vece forsedel vergognoso inefficace pianto,ora il sangue si spanda? E che? tu chiamiun tal danno il peggior? tu, che gli antichitempi, ben mille volte, a me fanciullocon nobil gioja rimembravi, e i nostri
deplorando, piangevi; al giogo, al pari
d’ogni uom del volgo, or la cervice inchini?Gugl. Tempo giá fu, nol niego, ov’io pien d’ira,d’insofferenza, e d’alti spirti, avreiposto in non cal ricchezze, onori, e vita,per abbassar nuovi tiranni insortisu la comun rovina: al giovenilebollor tutto par lieve; e tale io m’era.Ma, il trovar pochi, o mal fedeli amiciai gran disegni; e il vie piú sempre saldad’uno in altr’anno veder radicarsila tirannide fera; e l’esser padre;tutto volger mi fea pensiero ad arti,men grandi, ma piú certe. Io de’ tirannistato sarei debol nemico, e invano:quindi men fea congiunto. Allor ti diedila lor sorella in sposa. Omai securidi libertá piú non viveasi all’ombra;quindi te volli, e i tuoi venturi figli,sotto le audaci spazíose pennedelle tiranniche ali in salvo porre.Raim. Schermo infame, e mal certo. A me non duoleBianca, abbenché sia dei tiranni suora;cara la tengo, e i figli ch’ella diemmi,benché nipoti dei tiranni, ho cari.Non dei fratelli la consorte incolpo;te solo incolpo, o padre, di aver mistoal loro sangue il nostro. Io non ti vollidisobbedire in ciò: ma, vedi or fruttodi tal viltà: possanza e onor sperasticor da tal nodo; e infamia e oltraggi e schernone abbiam noi colto. Il cittadin ci abborre,e a dritto il fa; siamo al tiranno affini:non ci odian piú, ci sprezzano i tiranni;e il mertiam noi, che cittadin non fummo.Gugl. Sprone ad eccelso oprar, non fren mi avresti,
in altra terra, o figlio. Or, quanto costi
al mio non basso cor premer lo sdegno,e colorirlo d’amistà mendace,tu per te stesso il pensa. È ver, ch’io scorsid’impazíente libertade i semifin dall’infanzia in te: talor, nol niego,io men compiacqui; ma piú spesso assaipiansi fra me, nel poi vederti un’almalibera ed alta troppo. Indi mi parve,che a rattemprare il tuo bollor, non pocoatta sarebbe la somma dolcezzadi Bianca: al fin padre tu fosti; e il sei,come il son io pur troppo... Ah! cosí statonol fossi io mai! visto per lei mi avrebbela mia patria morire, o in un con essa.Raim. E, dove l’esser padre esser fa servo,farmi padre tu osavi?Gugl. Era per ancodubbio allora il servaggio...Raim. Era men dubbiala viltá nostra allora...Gugl. È ver; sperai,che tardo essendo ogni rimedio e vanoal comun danno omai, tu fra gli affettidi marito e di padre, il viver queto...Raim. Ma, se pur nato da null’altro io fossi,marito quí securamente e padre,uomo esser può? Non nacqui io certo a questevane insegne d’inutil magistrato,che fan parer, chi l’ultim’è, primiero.Oggi han perciò forse i tiranni impresodi torle a me: tanto piú vili insegne,che a simulata libertá son manto.Fu il vestirmele infamia; e infamia al parilo spogliarmene or fia: mira destino.Gugl. Fama ne corre, anch’io l’udii; ma pure
nol credo io, no...
Raim. Perché nol credi? Oltragginon ci fero piú gravi? I tolti averipiú non rammenti, e le mutate leggi,sol per ferirne? Ingiuríati fummonoi vie piú sempre, da che a lor congiuntinoi vilmente ci femmo.Gugl. Odimi, o figlio:ed al bianco mio crine, ed alla lungaesperíenza or credi. Il giusto fiele,che serbo forse anch’io nel cor profondo,non lo sparger tu invano: ancor ben puossisoffrire: e mai non credo abbianti a torredonato onor, qual sia. — Ma, se ogni metaessi pur varcan, taci: all’opre è toltodalle minacce il loco. Alta vendetta,d’alto silenzio è figlia. A te dan norma,come odíar si debba, i blandi aspettide’ tiranni con noi. Per ora, o figlio,io soltanto a soffrir ti esorto e insegno...Non sdegnerò, se poi fia d’uopo un giorno,da te imparar, come ferir si debba.
SCENA SECONDA
Raimondo.
... Non oso in lui fidarmi... A queste rive
torni Salviati pria. — De’ miei disegninulla il padre penétra: ei non sa, ch’oggi,piú che placargli, inacerbir mi giovaquesti oppressori. — Ahi padre! a me tu mastroor del soffrir ti fai? Se’ tu quel desso,di cui non ebbe il difensor piú ardentela patria un dí? Quanto in servir fa dottola gelida vecchiezza! — Ah! se null’altro,
che tremare, obbedir, soffrir, tacersi,
col piú viver s’impara; acerba morte,pria che apparar arte sí infame, io scelgo.
SCENA TERZA
Bianca, Raimondo.
Bianca Sposo, al fin ti ritrovo. Ah! con chi stai,
s’anco me sfuggi?Raim. Io favellai quí a lungodianzi col padre; ma non ho pur quinditratto sollievo a’ mali miei.Bianca Buon padre,sovra ogni cosa, egli è: per se non trema;sol pe’ suoi figli ei trema. In petto l’ira,per noi, raffrena il generoso vecchio:non creder, no, spento il valor, né domala sua fierezza in lui: ch’io tel ridica,deh! soffri; egli è buon padre.Raim. Oh! dirmi forsevuoi tu, ch’io tal non sono? Il sai, se nullavalse a frenar mio sdegno, ognor tuoi prieghi,valsero, o Bianca, a ciò; tuoi soli prieghi,l’amor tuo casto, e il tuo materno pianto.Dolce compagna io t’estimai, non suorade’ miei nemici... Ma, ti par fors’oggi,ch’io tacer debba ancora? oggi, che tolta,senza ragion, stammi per esser questamia popolare dignità? che in bandoirne dovrem da questo ostel, giá sacrodi libertade pubblica ricetto?Bianca Possenti sono; a che inasprir co’ dettichi non risponde, ed opra? Assai può meglio,che tue minacce, il tuo tacer placarli.Raim. E placarli vogl’io?... — Ma, nulla vale
a placargli oramai...
Bianca Nulla? d’un sanguenon io con loro?...Raim. Il so; duolmene; taci;nol rimembrare.Bianca E che? men caro forsemi fosti, o sei, perciò? Non sono io presta,ove soffrir gl’imperj lor non vogli,a seguirti dovunque? o, se l’alteraalma tua non disdegna aver di pacestromento in me, son io per te men prestaa favellar, pianger, pregare, ed ancoa far, se il deggio, a’ miei fratelli forza?Raim. Per me pregare? e chi pregar? tiranni? —Tu il pensi, o donna? e ch’io il consenta, speri?Bianca Possanza hai tu, ricchezze, armi, seguaci,onde a lor far tu apertamente fronte?...Raim. Pari al lor odio, in petto io l’odio nutro;maggior d’assai l’ardire.Bianca Oimè! che parli?Tenteresti tu forse?... Ah! perder puoie padre, e moglie, e figli, e onore, e vita...E che acquistar puoi tu? Lusinga in corenon accogliere omai: desio veracedi prisca intera libertà non entrain questo popol vile: a me tu il credi.Credi a me; nata, ed allevata io in grembodi nascente tirannide, i sostegniio ne so tutti. A mille a mille i servitu troverai, nel lor parlar feroci,vili all’oprar, nulli al periglio; od attisolo a tradirti. Io, snaturata e crudatanto non son, che i miei fratelli abborra;ma gli ho men cari assai, da che li veggoa te sí duri; e i lor superbi modispiaccionmi assai. Se alla funesta scelta
fra loro e te mi sforzi; a te son moglie,
per te son madre, oppresso sei; non posso,né vacillar degg’io. Ma tu, per ora,deh! non risolver nulla: a me la impresadi farti almen, se lieto no, securo,lasciala a me; ch’io ’l tenti almeno. Io forseappien non so, come a tiranno debbadi un cittadino favellar la sposa?Fors’io non so, fin dove alle non lieviragioni unir non bassi preghi io possa?Son madre, e moglie, e suora; in chi ti affidi,se in me non fidi?Raim. Oh cielo! il parlar tuomi accora, o donna. Anch’io pace vorrei;ma, con infamia, no. Che dir potrestiper me ai fratelli? ch’io non merto oltraggi?Ben essi il san; quindi mi oltraggian essi:ch’io non soffro le ingiurie? a che far notociò che dal sol mio labro saper denno?Bianca Ah!... Se a loro tu parli,... oimè!...Raim. Che temi?Cangiarmi, è vero, io l’alma omai non posso;ma so tacer, se il voglio. In mente ho semprete, Bianca amata, e i figli miei: s’io nacquiimpetuoso, intollerante, audace,non perciò mai motto né cenno a casoio fo: ti acqueta; anch’io vo’ pace.Bianca Eppureti leggo in volto da fera tempestasbattuto il core... Ah! non vegg’io forieridi pace in te.Raim. Lieto non son; ma crudidisegni in me non sospettare.Bianca Io tremo;né so perché...Raim. Perché tu m’ami.
Bianca Oh cielo!
E di che amore!... A vera gloria il campo,deh, concesso or ti fosse!... Ma, corrottaetá viviam: gloria è il servir; virtude,l’amar se stesso. Or, che vuoi tu? cangiarciuom sol non puote; e altr’uom che te, non conti.Raim. Perciò mi rodo, e perciò... taccio.Bianca Or vieni;volgiamo altrove il piede: in queste stanzeporre tal volta il seggio lor son usii miei fratelli...Raim. Il so: quest’è il recesso,ove l’orecchio a menzognere lodis’apre, ed il core alla pietá si serra.Bianca Vieni or dunque; al velen, ch’ogni tua venainfesto scorre, alcun dolce pur mesci.Oggi abbracciati i nostri figli ancoranon hai. Deh! vieni: a te il diranno anch’essicon gl’innocenti taciti lor baci,meglio ch’io col parlar, che pur sei padre.Raim. Deh, potessi cosí, com’io rammentodi padre il nome, oggi obbliar quel d’uomo! —Ma, andianne omai. — Se a me sien cari i figli,tu il vedrai poscia. — Ah! tu non sai (deh, fiache mai nol sappi!) a qual funesta strettatraggano i figli un vero padre; e come,il troppo amarli a perderli lo tragga.
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