Atto quarto
La Congiura de' Pazzi
SCENA PRIMA
Giuliano, Un uomo d’arme.
Giul. Olá; quí tosto a me Guglielmo adduci. —
SCENA SECONDA
Giuliano.
Riede all’Arno Salviati? Or, perché muove
costui di Roma? e in queste soglie il piedecome osa porre? Egli in non cale or dunquetiene il nostr’odio, e il poter nostro, e noi? —Ma pur, s’ei torna, in lui l’audacia nascecerto da forza;... e da accattata forza. —Or sí, che ogni arte al prevenir fia d’uopociò, ch’emendare invan vorriasi. In primaGuglielmo udiam, s’ei, per etá men forte,coglier di detti lusinghieri all’escada me potrassi. Or, che si aggiunge ad essiapportator della romana fraude,Salviati, or vuolsi invigilare; or largheparole dar, mezzi acquistando e tempo.
SCENA TERZA
Guglielmo, Giuliano.
Giul. Guglielmo, o tu, che esperíenza, ed anni,
e senno hai piú che altr’uom; tu, che i presentidritti, e i passati, della patria nostraconosci, intendi, e scerni; or deh! mi ascolta. —Giá, per poter ch’io m’abbia, io non son cieco,né dato a iniqua oblivíone ho il nomedi cittadino: io so, quanto sien brevi,e dubbj i doni della instabil sorte:so...Gugl. Qual tu sii, chi ’l sa? Vero è, ti mostripiú mite assai, che il fratel tuo; ma tantodel volgo schiavo è il giudicar corrotto,ch’ei men non t’odia, ancor ch’ei men ti tema.Forse a popol ben servo è assai piú a gradochi lo sforza a obbedir, che chi nel prega.Giul. Cauto non è, quale il vorrei, Lorenzo;ma, né quanto sel tien, Raimondo è invitto:parliam, piú umani, noi. — Tu sai, che istruttoil cittadin dalla licenza antica,e sbigottito, in nostra man deposedi libertá il soverchio; onde poi fossela miglior parte eternamente intatta...Gugl. Quai tessi ad arte parolette accorte,di senso vuote? Ha servitú il suo nome.Chiama il servir, servaggio.Giul. E la licenza,tu libertade appella: io quí non vennia disputar tai cose...Gugl. È ver, che sempremal sen contende in detti.Giul. Odimi or dunque,pria che co’ fatti io il mostri. Alta ira bolle
nel tuo Raimondo: assai Lorenzo è caldo
di giovinezza e di possanza: uscirnedi te, del figlio, e di tua stirpe interapuò la rovina: ma può uscirne ancora,a tradimento, la rovina nostra.Non di Lorenzo, qual fratello, io parlo;né tu, qual padre, del figliuol favella:siam cittadini, e tu il migliore. Or dimmi;forte adoprarci in risparmiar tumulti,scandali, e sangue, or nol dobbiamo a prova?Tu tanto or piú, che in vie maggior periglioti stai? — Tu, ch’osi nominar servaggioil serbar leggi, il vedi; infra novellitorbidi, a voi si puote accrescer carcopiú che scemarsi, assai. Padre ad un tempoe cittadin sii tu: piega il tuo figlioalquanto; e sol, che a noi minor si dica,ne fia pago Lorenzo. Ogni alto dannocon un tuo detto antivenir t’è dato.Gugl. Chi può piegar Raimondo? e degg’io farlo,s’anco potessi?Giul. Or via, tu stesso dimmi:se ti trovassi in seggio, e il poter tuotolto a scherno da noi, com’egli ha il nostro,vedessi tu; che allor di noi faresti?Gugl. Io stimerei di tanto altrui pur semprefar maggior scherno in occupar lo stato,che ogni scherno a me fatto avrei per lieve.Di libertá qual minor parte puossilasciar, che il dire, a chi del far vien tolta?Ogni uom parlare a senno suo potrebbe,s’io fossi in voi; ma oprar, soltanto al mio.Da temersi è chi tace: al sir non nuocedischiuso tosco. — Io schietto ora ti parlo:d’audace impresa il mio figliuol non stimocapace mai: cosí il foss’ei! vilmente
me non udreste or favellar; né visto
tremar mi avreste, ed obbedire. — Incontroa nemici quai siamo, (è ver pur troppo!)arme bastante è il ben usato sprezzo. —Ecco, ch’io non tiranno, assai ben, parmi,di tirannide a te l’arti, le leggiprescrivo, e l’opre, e la ragion sublime.Giul. Che vuoi tu dirmi? e nol conosco io forseal par di te, questo tuo figlio?Gugl. E il temi?Giul. Temuto, io temo. — Il simular fia vano.Fra noi si taccia ogni fallace nome;non patria omai, non libertá, non leggi:dal solo amor di se, dall’util certo,dalla temenza dei futuri danni,piú vera prenda ognun di noi sua norma.Lorenzo in se tutti rinserra i pregi,onde stato novel si accresce e tiene,men l’indugio, e il timore: a me naturadiede altra tempra; e ciò che manca in lui,in me soverchio è forse: ma, tremantenon stai tu piú di me? non veggo io scultala tua temenza in tuoi piú menomi atti?so, che non è piú saldo in onda scoglio,di quel che sieno in lor proposto immotie Lorenzo e Raimondo: han pari l’alma;la forza no: ma pari è il temer nostro.Qual io mi adopro or col fratel, ti adopracol figlio tu: forse vedremo ancoraaltri tempi. Pochi anni hai tu di vita;ma questa (il sai) benché affannosa, e grave,pur viver brami; e sopportata l’hai...Vuoi tu serbarla? di’.Gugl. Timor di padre,e timor di tiranno in lance porre,altri nol puote che un tiranno e padre.
Il mio timore, io il sento; il tuo, tu solo
sentirlo puoi. — Ma, vinca oggi il paterno,che piú scusabil è. Per quanto io valga,mi adoprerò, perché spontaneo esiglioscelga Raimondo; e fia il miglior; che in questemura abborrite a nuovi oltraggi io ’l veggo,non a vendetta, rimaner; pur troppo!
SCENA QUARTA
Lorenzo, Giuliano, Guglielmo.
Loren. Giulian, che fai? Spendi in parole il tempo,
quando altri in opre?...Giul. Alla evidente forzadel mio parlare omai costui si arrende:duolti la pace, anzi che ferma io l’abbia?Loren. Che pace omai? D’ogni discordia il seme,d’ogni raggiro il rio motor, Salviatigiunge...Giul. Il so; ma frattanto...Loren. E sai, che muovever noi dall’austro armata gente? in vero,non belligera gente; a cui mostrarcinoi dovrem pure, e sol mostrarci. Al primofolgoreggiar de’ nostri scudi, scioltafia lor nebbia palustre. Ardir qual altropuò Roma aver, fuor che l’altrui temenza?Gugl. Signor, ma che? può insospettirti il soloripatriar di un cittadino inerme,ch’or dal Tebro ritorna? e a danno vostroor si armerebbe Roma, che sí radol’armi, e sí mal, solo a difesa, impugna?Loren. La schiatta infida dei roman pastorifea tremar piú d’un prode. Il tosco, il ferro
celan fra gigli e rose. È ver, che nulla
fia il ferro lor, se antiveduto viene. —Voi, di Roma satelliti, quí lascio:tramate voi, finch’io ritorni. Andiamo,fratello, andiam: ripiglierem noi posciacon costoro a trattar; ma pria dispersi,o presi, od arsi, o nel vil fango avvolticadan per noi que’ pavidi vessilli,che all’aura spiegan le mentite chiavi.Pria dobbiam noi crollare alquanto il troncoputrido annoso, a cui si appoggia fraude;poiché del tutto svellerlo si aspettaa piú rimota etade. — Andiam. — Di giojami balza il cor nell’impugnarti, o brando,contro aperto nemico. A me sol duole,che, se a fuggiasca gente il tergo sdegniferir, di sangue or tornerai digiuno.
SCENA QUINTA
Guglielmo.
D’alti sensi è costui; non degno quasi
d’esser tiranno. Ei regnerá, se ai nostricolpi non cade; ei regnerá. — Ma regna,regna a tua posta; al rio fratel simíletosto sarai: timido, astuto, crudo:quale in somma esser debbe, ed è, chi regna. —Or, giá si annotta; e a me non torna il figlio;né Salviati. — Ma, come udia Lorenzodelle romane ancor non mosse schiere?Non lieve al certo è la tramata impresa;e dubbia è assai: ma pur, l’odio e la rabbiae il senno in un del mio figliuol mi affida.Di lui si cerchi... Eccolo appunto.
SCENA SESTA
Raimondo, Salviati, Guglielmo.
Gugl. Oh! dimmi,
a che ne siamo?Raim. Al compier, quasi.Salv. A noiarride il ciel: mai non sperava io tanto.Gugl. Presto, piú ch’io non l’era, e a piú vendetta,voi mi trovate. Udite ardir: quí mecofinor Giuliano a patteggiar toglieadell’onta nostra; e vi si aggiunse posciafero Lorenzo, e minaccioso. Io diediparole, or dubbie, or risentite, or finte;le piú, ravvolte entro a servile scorza,grata ai tiranni tanto: ogni delittostiman minor del non tenerli. In essidi me sospetto generar non volli;pien di timor mi credono. — Ma, dimmi;come giá in parte or traspirò l’arcanodell’armi estrane? È ver, che a scherno mostraLorenzo averle, e inefficace fruttopar riputarle dei maneggi nostri.Tal securtá ne giova; e benché accenniGiulian ch’ei teme anco i privati sdegni,giá non cred’ei certa e vicina, e tantala vendetta, quant’è. Ditemi, certafia dunque appien? qual feritor, qual’armi,quai mezzi, dove, quando?...Raim. Odine il tutto.Ma frattanto, stupore a te non rechiciò che or Lorenzo sa. Noi primi, ad arte,per divertir lor forze, il grido demmoche il nemico venía. Ma in armi Romasuona or nel volgo sola: «A trarre i Toschi
dal servaggio novel, manda il buon Sisto
poca sua gente.» — Ecco la voce, ond’iosperai, che scarsa, ma palese forzai tiranni aspettando, ogni pensierorivolgerian contr’essa; e ben mi apposi.Al nuovo dí corre Lorenzo al campo;ma, sorgerá pur troppo a lui quel sole,ch’esser gli debbe estremo. Entrambi spentifian domani. All’impresa io pochi ho scelti,ma d’ira alti e di core. Alberto, Anselmo,Napoléon, Bandíni, e il figliuol tuo.Rinato vil, di nostra stirpe ad onta,d’esser niegommi del bel numer uno.Gugl. Codardo! E s’egli or ci tradisse?Raim. Oh, fossepur ei da tanto! ma, di vizj scevro,virtú non ha: piú non sen parli. — Anselmopreste a ogni cenno tien sue genti d’arme;ma il perché, nol sann’essi: a un punto vuolsida noi ferire, ed occupar da luiil maggior foro, ed il palagio, e quantevie lá fan capo; indi appellar la plebea libertá: noi giungeremo intanto...Gugl. Ma, in un sol loco, e ad una morte trarli,pensastel voi? Guai se l’un colpo all’altrotardo succede, anco d’un punto.Raim. All’alba,pria che di queste mura escano in campo,al tempio entrambi ad implorare ajutoall’armi lor tiranniche ne andranno:lá fien morti.Gugl. Che ascolto? Oimè! nel sacro?...Salv. Nel tempio, sí. Qual piú gradita al cielovittima offrir, che il rio tiranno estinto?Primo ei forse non è, che a scherno iniquol’uom, le leggi, e natura, e Iddio si prende?
Gugl. Vero parli; ma pur,... di umano sangue
contaminar gli altari...Salv. Umano sanguequel de’ tiranni? Essi di sangue umanosi pascon, essi. E a cotai mostri asilosanto v’avrá? l’iniquitá securastarsi, ove ha seggio la giustizia eterna?Non io l’acciaro tratterrei, se avvintifosser del Nume al simulacro entrambi.Gugl. Noi scellerati irriverenti mostri,ad alta voce griderá la plebe,che ciò mira d’altr’occhio. O torne il frutto,o rovinar l’impresa or può quest’unauniversale opiníon...Raim. Quest’unagiovarne può: non è soverchio il tempo:o doman gli uccidiamo, o non piú mai.Ciò che rileva, è lo accertare i colpi;né loco v’ha piú ad accertargli adatto. —Del popol pensi? ei dalle nuove cosestupor, piú ch’ira, tragge. Ordine demmo,che al punto stesso, in cui trarremo il ferro,di Roma eccheggi entro il gran tempio il nome.Gugl. Può molto, è ver, fra noi di Roma il nome. —Ma, qual di voi l’onor del ferir primoottiene? a me qual si riserba incarco?Impeto, sdegno, ardir, non bastan soli;anzi, può assai, la voglia ardente troppo,nuocere a ciò. — Freddo valor feroce,man pronta e ferma, imperturbabil volto,tacito labbro, e cor nel sangue avvezzo;tale esser vuolsi a trucidar tiranni.Inopportuno un moto, un cenno, un guardo,anco un pensier, può torre al sir fidanza,tempo all’impresa, e al feritor coraggio.Raim. I primi colpi abbiam noi scelto: il mio
fia il primo primo: a disbramar lor sete
i men forti verran co’ ferri poscia,tosto che a terra nel sangue stramazzino,pregando vita, i codardi tiranni. —Padre, udito il segnal, se in armi corridove fia Anselmo, gioverai non poco,piú che nel tempio assai; da cui scagliarcifuori vogliam, vibrato il colpo appena.Duolmi, ch’io solo a un tempo trucidarliambi non posso. — Oh! che dicesti, o padre?Man pronta e ferma? Il ferro pria verrannemanco doman, che a me la destra e il core.Gugl. Teco a gara ferir, che non poss’io?Vero è, pur troppo, che per molta etadepotria tremulo il braccio, il non tremantemio cor smentire. — A dileguar mie’ dubbiraggio del ciel mi sei: ben tu pensasti,ben provvedesti a tutto; e invano io parlo.Piacemi assai, che a voi soltanto abbiatefidato i primi colpi. Oh quanta io portoinvidia a voi! — Sol dubitai, che in questevittime impure insanguinar tua destrasacerdotal tu negheresti...Salv. Oh quantomal mi conosci! Ecco il mio stile; il vedi?Sacro è non men, che la mia man che il tratta:mel dié il gran Sisto, e il benedisse pria. —La mano stessa il pastorale e il brandostrinse piú volte: e, ad annullar tirannio popoli empj, ai sacerdoti santiil gran Dio degli eserciti la destraterribil sempre, e non fallevol mai,armava ei stesso. Appenderassi in votoquesta, ch’io stringo, arme omicida e santaa questi altari un dí. Furor m’incende,piú assai che umano: e, ancor ch’io nuovo al sangue
il braccio arrechi, oggi dal ciel fia scorto
dentro al cor empio, che a trafigger scelsi.Gugl. E scelto hai tu?...Salv. Lorenzo.Gugl. Il piú feroce?Raim. Io ’l volli in ciò pur compiacer, bench’ioprescelto avrei d’uccidere il piú forte.Ma pur pensai, che al certo il vil Giulianodi ascosa maglia il suo timor vestiva;onde accettai, come piú scabra impresa,io di svenarlo. Avrai Lorenzo; avrommiio ’l reo Giulian: giá il tengo: entro quel petto,nido di fraude e tradimento, il ferrogiá tutto ascondo. — A sguaínar fia cenno,ed al ferire, il sacro punto, in cui,tratto dal ciel misteríosamentedai susurrati carmi, il figliuol Diofra le sacerdotali dita scende. —Or, tutto sai: del sacro bronzo al primosquillo uscirai repente; e allora pensach’ella è perfetta, o che fallita è l’opra.Gugl. Tutto farò. — Sciogliamci; omai n’è tempo. —Notte, o tu, che la estrema esser ne deidi servaggio, o di vita, il corso affretta! —Tu intanto, o figlio, assai, ma assai, diffidadi Bianca: in cor di donna è scaltro amore.E tu, bada, o Salviati, che se a vuotocade il colpo tuo primo, è tal Lorenzo,da non lasciar, che tu il secondo vibri.
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