Atto terzo

La Congiura de' Pazzi

SCENA PRIMA

Raimondo, Salviati.

Salv. Eccomi: è questo il dí prefisso: io riedo;

e meco vien quant’io promisi. In armigiá d’Etruria al confin gente si appressa;re Fernando l’assolda, il roman Sistola benedice; a piú inoltrarsi, aspettada noi di sangue il cenno. Or dimmi, hai prestafra queste mura ogni promessa cosa?Raim. Presto il mio braccio è da gran tempo: ed altriné ho presti, assai: ma, chi ferir, né dove,come, o quando, non san; né saper denno.Manca a tant’opra il piú: l’antico padre,Guglielmo, quei che avvalorar l’impresasol può, la ignora: alla vendetta chiusotiene ei l’orecchio; e ancor parlar l’udrestidi sofferenza. Il mio pensier gli è noto;che mal lo ascondo; altro ei non sa: non vollidella congiura a lui rivelar nulla,se tu pria non giungevi.Salv. Oh! che mi narri?Nulla Guglielmo sa? Ciò ch’ei pur debbecompiere al nuovo sol, ti par ch’ei l’abbiaad ignorare, al sol cadente?Raim. E pensi,

che un tanto arcano avventurar si deggia?

Che ad uom, (nato feroce, è ver) ma fattodebol per gli anni, ad accordar pur s’abbiauna notte ai pensieri? Oltre a poche orebollor non dura entro alle vuote vene;tosto riede prudenza; indi incertezza,e lo indugiare, e il vacillare, e il trarregli altri in temenza; e fra i timori e i dubbil’impresa, il tempo si consuma, e l’ira,per poi restar con ria vergogna oppressi.Salv. Ma che? non odia ei pur l’orribil giogo?non entra a parte dei comuni oltraggi?...Raim. Egli odia assai, ma assai piú teme; indi errainfra sdegno e temenza incerto sempre.Or l’ira ei preme, e miglior sorte ei prega,e attende, e spera; or, da funesto lampoall’alma sua smarrita il ver traluce,e il fero incarco de’ suoi lacci ei sente;ma scuoterlo non osa. Assai pur mossol’ebbe or dianzi l’oltraggio ultimo, ch’iovolli a ogni costo procacciarmi. Ottengaaltri l’inutil gonfalon, che toltoa me vien oggi. A mel ritorre, io stesso,con molti oltraggi replicati, ho spintoi tiranni. Suonarne alte querelepur fea; dolor della cercata offesagrave fingendo. — Or, tempi, e luoghi mira,ove a virtú mescer lo inganno è forza! —Giá, con quest’arti, al mio volere alquantopiegai tacitamente il cor del padre.Tu giungi al fin: tu il pontificio sdegno,del re la possa, e i concertati mezzi,tutto esporrai. Qui lo aspettiam; ch’io soglioquí favellargli.Salv. E dei tiranni stanzaanco talvolta non è questa?

Raim. Omai

starvi securo puoi: giá pria di terzahan mal compiuto quí lor pubblic’opra.Del dí l’avanzo, essi in bagordi e in sozzagioja il trarran, mentre piangiam noi volgo.Perciò venire io quí ti feci; e il padrepur v’invitai. Stupore avrá da prianel vederti: l’ardir, la rabbia poscia,e l’immutabil fero alto proposto,o di dar morte o di morir, ch’è in noi;io ciò tutto dirogli: a me si aspettad’infiammarlo. Ma intanto, egli oda a un punto,che può farsi, e che fatta è la congiura.Salv. Ben ti avvisi: piú t’odo, e piú ti stimodegno stromento a libertá. Tu natosei difensor, come oppressor son essi.Fia di gran peso a indur Guglielmo il sacrovoler di Roma: in cor senil possentique’ pensier primi, che col latte ei bevve,son vie piú sempre. Ognor dagli avi nostriRoma creduta, a suo piacer nefandenomò le imprese a lei dannose; e sante,quai che si fosser, l’utili. Ci giovi,se saggi siam, l’antico error: poich’oggi,non com’ei suole, il successor di Pierodei tiranni è nemico, oggi ne vaglia,pria d’ogni altr’arme, il successor di Piero.Raim. Duolmi, e il dico a te sol; non poco duolmi,mezzo usar vile a generosa impresa.La via sgombrar di libertá, col nomedi Roma, or stanza del piú rio servaggio:eppur, colpa non mia, de’ tempi colpa!Duolmi altresí, che alla comun vendettafar velo io deggio di private offese.Di basso sdegno il volgo crederammiacceso; ed anco, invidíoso forse

del poter dei tiranni. — O ciel, tu il sai...

Salv. Nulla il braccio ti arresti; in breve posciadalle nostr’opre tratto fia d’ingannoil volgo stolto.Raim. Ah! mi spaventa, ed empiedi fera doglia or l’avvenire! Al giogohan fatto il callo: il natural lor drittoposto in oblio, non san d’esser fra ceppi;non che bramar di uscirne. Ai servi pareda natura il servir; piú forza è d’uopo,piú che a stringergli, a sciorli.Salv. Indi piú degnafia l’impresa di te. Liberi spirtitornare in Grecia a libertade, o in Roma,laudevol era, e non difficil opra:ma vili morti schiavi, a vita a un tempoe a libertá tornar, ben fia codesto,ben altro ardire.Raim. È vero: anco il tentarlo,fama promette. Ah! cosí fossi io certo,come del braccio e del cor mio, del corede’ cittadini miei! ma, il sol tirannos’odia, e non la tirannide, dai servi.

SCENA SECONDA

Guglielmo, Salviati, Raimondo.

Gugl. Tu quí, Salviati? Io ti credea sul Tebro

tuttor mercando onori.Salv. Al suol natíocura maggior mi torna.Gugl. E tu mal giungiin suol, cui meglio è l’obliar. Qual follepensiero a noi ti guida? In salvo, lungedai tiranni ti stavi, e al carcer torni?

Or, qual estranea mai lontana terra

(e selvaggia ed inospita pur sia)increscer puote, a chi la propria vedeschiava di crude ed assolute voglie?Ti sia esemplo il mio figlio, se omai dessida medícei signori attender altro,che oltraggi e scorni. Invano, invan ti vesteRoma del sacro ministero: il sololor supremo volere è omai quí sacro.Raim. Padre, e il sai tu, s’egli or quí venga armatodi sofferenza, o di men vile usbergo?Salv. Vengo di fera e d’implacabil iraaspro ministro: apportator di certavendetta intera, ancor che tarda, io vengo.Dall’infame letargo, in cui sepoltitutti giacete, o neghittosi schiavi,spero destarvi, or che con me, col miofuror, di Sisto il furor santo io reco.Gugl. Arme inutile appieno: in noi non mancail furor no; forza ne manca; e forzaor ci abbisogna, o sofferenza.Salv. E forzaora abbiam noi, quanta piú mai se n’ebbe.Io parole non reco. — Odi, che esportimi tocca in brevi e forti detti il tutto.V’ha chi m’impon di ritornarti in mente,ove tu possa rimembrarla ancora,la tua prisca fierezza e i tempi antichi:ove no; mi fia d’uopo addurti innanzil’altrui presente e in un la tua viltade.S’entro alle vene tue sangue hai che basticontr’essa, da noi lungi or non son l’armi:giá d’Etruria alle porte ondeggia al ventoroman vessillo; e, assai piú saldo ajuto,di Ferdinando la regal bandiera,cui le migliaja di affilati brandi

sieguon di pugna impazíenti, e presti

a imprender tutto a un lieve sol tuo cenno.Ormai sta in te degli oppressor la vita,il tuo onor, quel del figlio, e di noi tuttila libertá. Ciò che ottener dal brando,ciò che viltá toglier ti puote; i dubbi,le speranze, i timori, e l’onte, e i danni,tutto ben libra; e al fin risolvi.Gugl. Oh! qualicose a me narri? Or fe poss’io prestarti?Chi tanto ottenne a nostro pro? Finoralarghi soltanto di promesse vuote,lenti amici ne fur Fernando e Sisto:or chi li muove? chi?...Raim. Tu il chiedi? Hai postodunque in oblio tu giá, che al Tebro, e al litodi Partenope fui? ch’io v’ebbi stanzaben sette lune, e sette? Ove poss’ioportare il piè, che sdegno e rabbia sempremeco non venga? Infra qual gente io trarreposso i miei dí, ch’io non le infonda in pettol’ira mia tutta; e in un di me, de’ mieinon le inspiri pietade? Omai, chi sordoresta ai lamenti miei? — Per onta nostra,tu sol rimani, o padre; ove dovrestipiú d’ogni altro sentir s’ei pesa il giogo:tu, che a me padre, al par di me nimicosei de’ tiranni; e da lor vilipesopiú assai di me: tu cittadin fra’ buoniottimo giá; per lo tuo troppo e stoltosoffrire, omai tu pessimo fra’ rei.Col tuo vile rifiuto, a noi perennifa i ceppi, e a te l’infamia; ognun ci scorgaben di servir, ma non di viver, degni:finché non sia piú tempo, aspetta tempo:quei crin canuti a nuove ingiurie serba;

e di falsa pietá per me, ch’io abborro,

la obbrobríosa tua temenza adombra.Gugl. ... Figlio mio; tal ben sei; di te non menofervido d’ira e giovinezza, io purecosí tuonai; ma passò tempo; ed oranon io son vil, né tu che il dici, il credi;ma, piú non opro a caso.Raim. Ogni tuo giornotu vivi a caso; e tu non opri a caso?Che sei? che siamo? Ogni piú dubbia spenedi vendetta, non fia cosa piú certa,che il dubbio stato irrequíeto, in cuiviviam tremanti?Gugl. Il sai, per me non tremo...Raim. Per me, vuoi dir? d’ogni paterna curaper me ti assolvo. Or cittadini entrambi,null’altro siamo: e a me piú a perder resta,piú assai che a te. Di mia giornata appenagiungo al meriggio, e tu se’ giunto a sera:hai figli, ed io son padre; e numerosaprole ho pur troppo, e in quella etade appuntoatta a nulla per se, fuorché a pietatedestar nel core. Altri, ben altri or sono,che i tuoi legami, i miei. Dolce consorte,parte di me miglior, sempre piangentetrovomi al fianco: a me piú figli intornopiangon, veggendo lagrimar la madre,e il lor destin non sanno. Il pianger loroil cor mi squarcia; e piango anch’io di furto... —Ma, d’ogni dolce affetto il cor mi sgombratosto il pensar, che disconviensi a schiavol’amar cose non sue. Non mia la sposa,non mia la prole, infin che l’aure io lasciospirar di vita a qual ch’ei sia tiranno.Legame altro per me non resta al mondo,tranne il solenne inesorabil giuro,

di estirpar la tirannide, e i tiranni.

Gugl. Due ne torrai: mancan tiranni a schiavi?Raim. Manca ai liberi il ferro? Insorgan mille,mille cadranno; od io cadrò.Gugl. Tuo fortevolere al mio fa forza. Io, non indegnod’esserti padre, affiderei non poconel tuo nobile sdegno, ove di nostre,non d’armi altrui ti avvalorassi. Io veggionon per noi, no, Roma e Fernando armarsi;ma de’ Medici a danno. In queste murali porrem noi; ma, e chi cacciarli posciadi quí potrá? Di libertá non parminunzia, d’un re la mercenaria gente.Salv. Io ti rispondo a ciò. Del re la fede,né di Roma la fede, io non ti adduco:darla e sciorla a vicenda, è di chi regnasolito ufficio. Il lor comun sospetto,lor reciproca invidia, e ciò che suolsiragion nomar di stato, oggi ti affidi.Signoreggiar ben ne vorriano entrambi;ma l’uno all’altro il vieta. In lor non entrapietá di noi; né ciò diss’io: ma lungaesperíenza, ad onta nostra, dottili fea, che il vario popolar governo,e l’indiscreto parteggiar, ci fannopiú fiacchi e lenti e inefficaci all’opre.Teme ciascun di lor, che insorga un solotosco signor sulle rovine tosche,che all’un di loro a contrastar poi basti,s’ei fassi all’altro amico. Eccoti scioltoil regio intrico: in lor vantaggio, amicisi fan di noi. S’altro motor v’avesse,dirti oserei giammai, che in re ti affidi?Raim. E s’altro fosse, al mio furor che in pettoserrai tanti anni, or credi tu, ch’io il freno

allenterei sconsideratamente?

Infiammate parole a te pur dianzinon mossi a caso; e a caso non mi udistivie piú inaspir co’ miei pungenti detticontro di me i tiranni. A lungo io tacqui;fin che giovò; ma l’imprudente alteromio dir, che loro a ingiuríarmi ha spinto,prudenza ell’era. Ai vili miei conserviaddotto invan comuni offese avrei;sol le private, infra corrotti schiavi,dritto all’offender danno. A mia vendettacompagni io trovo, se di me sol parlo;se della patria parlo, un sol non trovo:quindi, (ahi silenzio obbrobríoso e duro,ma necessario pure!) io non mi attentonomarla mai. Ma, a te, che non sei volgo,poss’io tacerla? Ah! no. — Metá dell’oprasta in trucidare i due tiranni: incerta,e maggior l’altra, nel rifar possente,libera, intera, e di virtú capacela oppressa cittá nostra. Or, ti par questaalta congiura? Io ne son capo, io solo;n’è parte ei solo; e tu, se il vuoi. Gran mezziabbiam, tu il vedi; e ancor piú ardir che mezzi:sublime il fin, degno è di noi. Tu, padre,di cotant’opra or tu minor saresti?Dammi, dammi il tuo assenso; altro non manca.Giá in alto stan gli ignudi ferri: accenna,accenna sol: giá nei devoti pettipiombar li vedi, e a libertá dar via.Gugl. ... Grande hai l’animo tu — Nobil vergogna,maraviglia, furor, vendetta, speme,tutto hai ridesto in me. Canuto senno,viril virtude, giovenil bollore,e che non hai? Tu a me maestro, e ducee Nume or sei. — L’onor di tanta impresa

tutto fia tuo: con te divider soli

ne vo’ i perigli. A compierla non manca,che il mio nome, tu di’? tu il nome miospendi a tua posta omai: disponi, eleggi,togli chi vuoi dai congiurati. Un ferroserba al padre, e non piú: qual posto io deggiatener, qual ferir colpo, il tutto posciam’insegnerai, quando fia presto il tutto.In te, nell’ira tua dotta mi affido.Raim. Ma, il punto,... assai, piú che nol credi,... è presso.Giá tu pensier non cangi?Gugl. A te son padre:il cangi tu?Raim. Dunque il tuo stile arruota,che al nuovo dí... Ma chi mai viene? Oh! Bianca!Sfuggiamla, amico. A ordir l’ultime filadella gran tela andiamo. A te fra poco,io riedo, padre, e il tutto allor saprai.

SCENA TERZA

Guglielmo, Bianca.

Bianca Raimondo io cerco; ed ei mi sfugge? O padre,

dimmi, e perché? con chi sen va? — Che veggio?Tu fuor di te sei quasi? Or, qual t’ingombraalto pensiero? oimè! parla: sovrastasventura forse?... A qual di noi?...Gugl. Se angosciagrave mi siede sul pallido volto,qual maraviglia? io tremo, e n’ho l’aspetto:e chi non trema? Il mio squallore istesso,se intorno miri, in ciascun volto è pinto.Bianca Ma, di tremar qual cagion nuova?...Gugl. O figlia,nuova non è.

Bianca Ma imperturbabil sempre

io finora ti vidi: or temi? e il dici?...E il tuo figliuol, che impetuoso turbodi víolenti discordanti affettiera finor, sembianza or d’uom tranquillovestir gli veggio? Ei mi movea parolepoc’anzi, tutte pace: ei, per natura,d’ogni indugiar nemico, egli dal tempodice aspettar sollievo: ed or mi sfuggecon uno ignoto? e tu, commosso resti?...Ah! sí; pur troppo havvi un arcano:... e il celi,a me tu il celi? Il padre mio, lo sposomi deludono a prova? Il ciel, deh! voglia...Gugl. Dal pianto or cessa, e dai sospetti: è vano,ch’io, paventando, a non temer ti esorti.Temi, ma non di noi. — Ben disse il figlio,che sol recarne può sollievo il tempo.Torna ai figli frattanto: a noi piú gratacosa non fai, che il custodir tuoi figli,e ben amargli, e alla virtú nutrirli. —Util consiglio, se da me nol sdegni,fia, che tu sempre alto silenzio serbi,ove il parlar non giovi... O Bianca avraitu il cor cosí di tutti noi: dei crudifratelli, a un tempo, schiverai tu l’ira.

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