Atto primo
Maria Stuarda
SCENA PRIMA
Maria, Lamorre.
Lamor. Se udire il vero osi, o regina, io l’oso
a te recar, poiché il tuo popol fidomi tien da tanto; e poiché al soglio intornonon è chi voglia o ardisca dirlo. In senofiamma, cui non son esca umani affetti,ma che tutta arde in Dio, libera io nutro.Maria Non lieve impulso è la licenza vostra(o sia da me concessa, o da voi tolta)alla licenza popolare. All’ombrasanta de’ templi, in securtá le mirevostre non sante crescono: svelativoi siete omai. Ma, perché aperto siache udir non temo io ’l ver, piú che tu dirlo,io t’ascolto; favella.Lamor. A te sgradito,duolmene assai, son io; ma forse or possogiovarti; e laude fia, piú che il piacerti.Queste lagrime mie, finte non sono;non di timor fallaci figlie: il piantoquesto è di tutti; e queste voci mie,son del tuo popol voce. — Or dimmi; a nomedi Scozia tutta il chieggio; or dimmi: sei
vedova, o sposa tu? Colui, che hai posto
tu stessa in trono al fianco tuo, che ha nomedi re, ti è sposo? ovver nemico, o schiavo?Maria Schiavo Arrigo, o nemico, a me? Che parli?Amante e sposo ei nel mio cuore è sempre;ma nel suo, chi ’l può dire?Lamor. Ei, da te lungi,tuoi veri sensi interpretar mal puote;e men tu i suoi.Maria Lungi da me ch’il tiene?S’impon da corte ei volontario il bando.Quante fíate al ritornarvi invitonon gli fec’io? Pur dianzi, ove ridottamorbo crudel mi avea di vita in fine,non che vedermi, intender del mio statovolea pur ei? Dell’amor mio quest’erapremio, il miglior; taccio degli altri; e taccio,che di vassallo mio re vostro il feci,e per gran tempo mio; che ai piú possentire di Europa negai per lui mia destra. —Non rimembrar, far beneficj io soglio;ed obliar saprei fors’anche i tantinon giusti oltraggi a me da Arrigo fatti,se in lui duol ne vedessi, almen pur finto.Lamor. Da te in bando lo tien fredda accoglienza,e susurrar di corte, e vili audacisguardi de’ grandi, e lo accennarsi, e il riso,e l’esplorare, e l’auliche arti a mille,atte a scacciar, non ch’uom che re si nomi,ma qual piú umile e sofferente fora.Maria E allor che a lui tutta ridea dintornoquesta mia corte, altro il vid’io? Le faciardeano ancor quí d’imeneo per noi,e mi avvedeva io giá, che in cor gli stavanon io, ma il trono. Ahi lassa me! deh, quantevolte il regal tiepido letto io poscia
bagnai di pianto! e quante al ciel mi dolsi
d’altezza troppa, ove per essa toltoera a me d’ogni ben l’unico, il sommo,l’essere amando riamata! Eppureio, benché lungi da soverchia e falsaopiníon di me, pur mi vedeadi giovinezza e di beltade in fiorequanto altra il fosse; e d’amor vero accesa,che pregio era ben altro. Or, che n’ebb’io?D’ogni oltraggio il piú fero in cambio n’ebbi.Largo al par del mio onore ei, che del suo,con empia man traea quel Rizio a morte;macchia eterna ad entrambi...Lamor. E che? nol destior per anco all’oblio? Straniero vile,in soverchio poter salito, ei spiacqueal tuo consorte: e al popol tuo...Maria Ma farsiei l’assassin dovea di un vil straniero?Fare, o lasciar, che sel credesse il mondo,ch’io per colui d’iniqua fiamma ardessi?Giusto Dio, ben tu il sai! — Fedel consiglio,conoscitor degli uomini sagace,ministro esperto erami Rizio: in mezzoal parteggiar secura, per lui, stetti:vani, per lui, della instancabil miaaspra nemica Elisabetta i tantiperfidi aguati: Arrigo in fin, per lui,la mia destra ottenea con il mio scettro.Né disdegnava ei lo straniero vile,fin che per mezzo suo vedea da lungila corona, il superbo. Ei l’ebbe: e qualemercé ne diede a Rizio? Infra le queteombre di notte, entro il regal mio tetto,fra securtá di sacre mense, in mezzoa inermi donne, a me davanti, grave
portando io il fianco del primiero pegno
d’amor giá dolce, al tradimento ei viene:e di quel vil, quanto innocente, sanguela mensa, il suolo, e le mie vesti, e il voltocontaminarmi, e in un mia fama, egli osa.Lamor. Troppo era Rizio in alto. A un re qual puossipiú oltraggio far, che averlo posto in seggio?Tor può il regno chi ’l diede; e chi il può torre,s’odia e spegne dai re. Ma pure, Arrigoa tua vendetta abbandonava posciadi tale impresa i complici: col sangue,parmi, il sangue lavasti. — Io quí non vengod’Arrigo a tesser laudi: egli è minoredel trono; or chi nol sa? Ch’ei t’è consorte,vengo a membrarti; e che di lui pur nascel’unico erede del tuo soglio. Un gravescandalo insorge dai privati vostrisdegni; a noi tutti alto periglio è presso.Fama è ch’oggi ei ritorna: altre fíatetornò; ma quindi ei ripartia piú mesto,e assai piú fosca rimaneane l’auradella tua reggia poi. Deh! fa che invanooggi ei non venga: assai discordie, troppe,nutre in se questo regno. In mille oppostesette straziar, non professare, io veggoreligíon, che giace. Ultimo dannofia la regal dissensíon; deh! il togli.Senza velen di menzognera lingua,di cor verace, arditamente io parlo.Maria Io tel credo: ma basta. Or deggio in brevedare all’anglo orator prima udíenza.Lasciami: e sappi, e al popol di’, se il vuoi,ch’io di me stessa immemore non vivosí, ch’altri or debba il mio dover membrarmi.Ciò che a dirmi ti sforza amor del vero,dillo ad Arrigo, a cui piú assai si aspetta.
Oda ei (se il può) senza timor né sdegno,
questo parlar tuo libero, ch’io in provadi non colpevol coscíenza udiva.
SCENA SECONDA
Maria.
Del volgo cieco istigator mendaci,
d’empia setta ministri, udrò sempr’ioil favellar vostro arrogante? — Ah! questo,di quanti affanni seggon meco in trono,è il piú grave a soffrirsi: eppur mi è forzasoffrirlo, infin che al prisco alto splendoreper me non torna il mio depresso soglio.
SCENA TERZA
Maria, Ormondo.
Orm. Regina, a te raffermator di pace,
e d’eterna amistá nunzio m’inviaElisabetta; il cui possente ajutoad ogni impresa tua t’offro in suo nome.Maria A prova io giá l’amistá sua conobbi;la mia per essa argomentar puoi quindi.Orm. Perciò fidanza, e di pregarti ardireprendo io...Maria Di che?Orm. Sai, ch’Imeneo finorastretta non l’ha de’ lacci suoi; che il solosuccessor del suo regno è il figliuol tuo:per questo unico tuo sí dolce pegno,speme d’entrambi i regni, a noi non menocaro, che a te; dare all’oblio ti piacciaogni rancor che in cor ti rimanesse
contro il padre di lui. Tu stessa a forza
sposo il volesti; ed or, fia ver che in breveten diparta il divorzio?...Maria E chi tal gridospandea di me? stolto, o maligno ei sia,se al soglio pur di Elisabetta or giunge,trovar de’ fede in lei? Né un sol pensierodel divorzio ebbi mai; ma, se pur fosse,che mi di’ tu? spiacer potrebbe a quella,ch’ebbi giá un dí sí caldamente avversaalle mie nozze?Orm. Del tuo onor gelosa,non di tua contentezza invida mai,fu Elisabetta allora. Al tuo regalelibero senno ella porgea consiglioamichevole, e franco. Ella ti stolseda nozze alquanto meno illustri forse,che doveano spettarsi a par tua donna;ma nulla piú. Convinta appieno posciadel tuo saldo voler, tacque; né, credo,resta or per lei, che appien non sii tu lieta.Maria È ver: non ella in duri ceppi avvintotenne Arrigo, ch’io scelto aveami sposo;sí che al regal mio talamo ei venivafuggitivo dal carcere; e sua destralivida ancor de’ mal portati ferrialla mia destra ei congiungea: non ella,entro il suo regno, in ben guardata torre,or, tuttavia, ritien del mio consortela madre a forza. Ella ben è, che senteoggi pietá di quello stesso Arrigo. —Trarla or tu dunque di sí fatta angosciadei, col dirle, che Arrigo, a suo talento,sta in corte, o lungi, in libertá sua piena;ch’io dal mio cor nol tolsi; e ch’io le altruiprivate cure investigar non seppi
giammai; né il so.
Orm. Né l’indiscreto sguardoentro tua reggia Elisabetta inoltrapiú che non lice. Ad ogni re son sacri,benché palesi sian, dei re gli arcani.Dirti m’è imposto in rispettoso modo,che un successor, sol uno, a doppio regnopoco è, pur troppo; e ch’ella è incerta cosa,e di temenza piena ognor, la vitadi un sol fanciullo...Maria I generosi sensidel suo gran cor, giá nel mio core han destoemuli sensi. In me la speme è vivad’esser pur anco madre; e lei far lieta,lei che gioisce d’ogni gioja mia,di numerosa mia prole novella.Ma, se larga d’ajuto a me non mancoche di consiglio ell’è, questo mio regno,non che mia reggia, in tutta pace io speroveder fra breve.Orm. Ad ottener tal pace,primo mezzo in suo nome oso proporti...Maria Ed è?Orm. Non dubbio mezzo. Ella ti bramapiú mite alquanto inver color, che il giogodi Roma sí, ma non il tuo s’han tolto.Sudditi fidi al par degli altri tuoi,e assai di forza e numero maggiori;uomini anch’essi, e figli tuoi non empj;a cui sol reca oppressíon sí ferail lor creder diverso.
SCENA QUARTA
Maria, Ormondo, Botuello.
Maria Oh! vieni; inoltra
Botuello il passo; odi incredibil cosa,che arreca a me, d’Elisabetta in nome,il britanno oratore. Ella mi vuolepiú mite ai nuovi settatori; Arrigosempre indiviso dal mio fianco brama;e che fra noi segua il divorzio, teme.Bot. Or chi sí falsa impressíon le diededella corona tua? qual perseguistireligíoso culto? e chi pur osaprofferir oggi di divorzio il nome?oggi, nel dí, che a te ritorna Arrigo...Orm. Oggi ei ritorna?Maria Sí. Ben vedi; io primadi Elisabetta ogni desir prevengo.Orm. Mendace fama né ai re pur perdona:di romor falso apportatrice giunsealla regina mia; come giá vennea te di lei non men fallace il grido,che tua nemica te la pinse. Io nutro(o men lusingo) alta speranza in core,d’esser fra voi de’ vostri sensi verinon odíoso interprete verace,finché a te presso, col piacer d’entrambe,grata m’avrò quanto onorata stanza.Maria Malignamente spesso a mal ritortel’opre son di chi troppo in alto siede:finor palesi, e d’innocenza figlie,le mie non sdegnan testimon nessuno.Per te sian note a Elisabetta: e intantosí per lei che t’invia, che per te stesso,sarai tu sempre entro mia corte accetto.
SCENA QUINTA
Maria, Botuello.
Duro a soffrir! so di colei qual sia Maria
l’animo, e l’odio; e ammetter pur mi è forza,ed onorarne il delatore. Or ellami assal con arte nuova. A me consigliail ben, perch’io nol faccia. Ella mi chiedeche ai settatori io tolleranza accordi;brama dunque in suo cor ch’io li persegua.Dal divorzio mi stoglie; ah! dunque speraella affrettarlo. Il so, vorria ch’io errassiquanto da un re piú puossi errar sul trono.Coll’arti stesse sue schermir saprommi.Sue finte brame or compiacendo, io vogliocrucciar piú sempre il suo maligno core.Bot. Ciò pur ti dissi, il sai, quando degnastitua mente aprirmi. Omai da te lontano,per piú ragioni, Arrigo esser non debbe.Sia vero o finto il minacciar suo lungodi uscir del regno tuo, torgliene i mezziparmi sen deggia, col vegliar sovr’esso.Maria Certo in me ricadrebbe una tal fuga.La patria, il trono, il figlio, la consortelasciar, per girne mendicando asilo;chi fia che il veggia, e me non rea ne stimi?Favola al mondo io non sarò; pria scelgoogni mio danno.Polif. E tu ben pensi. Oh! fossepur oggi il dí, che piena pace internaquí risorgesse! Al fin, poich’ei pur cedealle tue istanze, a cui finor fu sordo,sperar tu puoi.Maria Sí, men lusingo. Al fine,di sua passata ingratitudin vero,
benché tardo, il rimorso oggi gli è scorta.
Ei mi ritrova ognor per lui la stessa:io perdono a lui tutto, pur ch’io il vegga.Bot. Deh, pentito ei pur fosse! Il sai per provas’io felice ti vo’.Maria Quant’io ti deggia,di mente mai non mi uscirá. Tu il soglio,che i nemici di Rizio empj oltraggiaro,con la lor morte hai vendicato. In campocontro i ribelli aperti io t’ebbi scudo;contro gli occulti, assai piú vili, io t’ebbifido consiglio in corte. In un sapestischernir d’Arrigo le imprudenti trame,e rimembrar ch’era mio sposo Arrigo.Bot. Fatal maneggio! Omai, deh piú non siaquí d’uopo usarlo!Maria Ah! se mi ascolta, e credeArrigo all’amor mio, (ch’ei sol nol crede)sperar mi lice ogni ventura. Il trono,men che il cor del mio sposo, a me fia caro.Ma udiamlo; io spero: assai può il ciel; la sortepuò assai... Ma dove arte o consiglio or vaglia,tu piú d’ogni altri a mio favor potrai.Bot. Il mio braccio, il mio avere, il sangue, il senno,(se pur n’è in me) tutto, o regina, è tuo.
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