Ode quarta
Rime varie — LVIII. L'America libera
I.
Tu, rapitor del fulmine celesteGià fin da’ tuoi verdi anni,Ch’or con più ardire e non minore ingegnoApportatrici di più lunghi affanniSaette ai buoni infesteTolte hai di man di terren Giove indegnoD’aver sui forti regno;Tu, vivo ancor fra’ semidei già posto,Francklin, padre, consiglio, anima, menteDi libertà nascente;Tu mi sii scorta al canto: ho in te ripostoSpeme, che di nascostoDramma d’etereo foco,Ond’hai tu il tutto, entro il mio petto or spiri;Sì che, se laude in te più non ha loco,Nel tuo Secondo audacemente io miri.
II.
Ma dove a vol, dove mi ha ratto l’altaAccesa fantasia?Ecco a me spalancarsi, ecco le grotteDi Tenaro, là dove ampia dan via,Chi il cor d’acciar si smalta,
A profondarsi entro la eterna notte.Febo, d’abisso rottePer me le leggi, oltre mi spinge: io scendo;E il can trifauce e la negr’onda e il feroSpaventoso nocchieroDietro mi lascio io già; già lieto intendoDove non più d’orrendoPianto saettan strali;Già sono io là del dolce Lete in riva,Dove in mille color fiori immortaliFan argin lento all’acqua fuggitiva.
III.
Ecco, là dove ei torce il molle giro,Seder sul destro latoA consiglio fra lor poche ma grandiAlme, già figlie di benigno fato,Che or dal mondo spariro.Tu che sangue Affrican cotanto spandi,Scipio; e tu che ne mandiTant’alme schiave a Stige, ove combattiPer libertade infra mortali strette;E tu che hai l’onde infetteDi sangue in Salamina; e tu che abbattiIl Cimbro; e tu che a pattiDi servitù negastiVita in Utica a te; con altri fortiDi gloria ascritti ai sempiterni fasti;Chi fia che a voi doglia sì immensa porti?
IV.
Una donna, già altera, or lagrimosaVeggio e supplice starsiDinanzi a voi, le dure sue vicendeNarrando; e ognun di voi nel volto farsiPiù che infiammata cosa...«Sì, Dea, sì; tutto ad invasarne or scende«Quel che a bell’opre incende«Sacro furore onde a noi larga fosti.«Se, del tuo nume pieni, alla adorata
«Patria nostra oppressata«Acquistar libertà contro gl’ingiusti«Assalitor vetusti«Nostra virtù poteo;«Ciò che a noi desti allor, ti rendiam ora:«Ogni tuo don che noi più di noi feo,«Riprendi, aduna e il tuo campion ne onora.»
V.
Sì disser quelli: e Libertà toglieaDell’uno il fero brando;Dell’altro l’ampio impenetrabil scudo:Qual di sublime gioia lagrimandoSuo ardire a lei rendea:Qual del sagace antiveder fea nudo;Qual del non troppo crudoContro a’ tiranni mai sdegno feroce;Qual del pronto eseguir; qual del gran sennoChe usare i duci denno;Qual della marzïal tonante voce,Che all’assalir veloceAnco sforza il codardo.Così, poich’ella i pregi tanti ottenne,Tutti velò del pregio di quel tardoMa invitto che Anniballe a bada tenne.
VI.
Oh come ratte l’ali al vol dispiegaDi sua nobile predaLieta la Diva, oltre ogni dir splendente!Giunta è già donde mai non fia che rieda,Là dove in forte legaStanno valor, costanza, ed innocenteCostume, e voglia ardenteDi morir mille volte anzi che solaUna servire. Al capitan che in pregioIvi sovr’ogni egregioStassi, mentr’egli ad ogni onor s’involaSotto modesta stola,
Il multiplice donoReca ella: e in lui più capitan sovraniEcco ristretti con bell’ordin sono. —Deh quanto i vostri sforzi, Angli, or fien vani!
VII.
Insolentir, perchè più numer sete,Già vi vegg’io da prima:Che pro? se chiuso entro al suo vallo il duce,De’ suoi ch’egli a ragion uomini estimaSerba le vite, e mieteSenza sangue lo allòr che più riluce,Finchè sorga la luceChe scorrer veggia il vostro ov’ei v’investa. —Così ben anni, ancor che presto a morte,Stassi nel campo il fortePer la patria far salva; a cui non resta,Se a perir mai vien questa,Altra gente nè altr’arme.Oh bene speso indugio! Ecco consuntoIl compro ardir Britanno esser già parme;Ecco, ecco al fin di libertade il punto.
VIII.
Esci, Washington, esci: ecco l’istanteOve scontar le offeseAi traditor di libertà farai.Tra le guerriere memorande impreseNulla starà davanteA questa tua. Già incontro all’oste vaiRecando ultimi guai. —Oh dell’uman tuo cor vittoria degna!Poca è la strage: e intero intero hai strettoIl men crudo che inettoNemico stuol, sì che depor la insegnaE il brando a lui convegnaE l’onor, se mai n’ebbe,E la baldanza, che pur tanta ell’era. —Or sia che vuol (ma pace esser dovrebbe),Mai non vedrai, gran duce, ultima sera.
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