Satira decima. I duelli
Satire
Mano al brando, ti dico; o ch’io gli orecchiTi mieto entrambi, e ti cincischio il viso:Uso mio, cui provaro altri parecchi.E, in così dir, di fresco sangue intrisoDisguaïnava Marte il crudo ferroContro Vulcan da codardía conquiso.Al tremendo atto del celeste sgherro,Vulcano a gambe, fin ch’a Giove ei giunga:L’altro il segue, gridando: Or or ti afferro.Cosa non è, ch’ale sì ratte aggiungaQuanto il terrore: onde il buon Lennio zoppoVa, che par che Tisìfone lo punga.E grida: Ahimè, Papà, quest’è poi troppo;Le corna in un sol dì farmi e fiaccarmi!E in tanto il cuor gli batte di galoppo.Già il sopraggiunge il fero Dio dell’armi;Ma il sopracciglio del Monarca GioveAmbo li rende immobili quai marmi.Che fu? quai veggo io mai vigliacche proveDi due miei figli? Udiam: narri primieroQuei, cui minor tempesta il cuor commove. —Quell’io mi son, risponde il Battagliero:Di un cotale offensor vergogna e pietaMi prende a un tempo: e il mio narrar fia il vero.Tu sai ch’, or ha due giorni, in piena DietaDi quanti ha Dei l’Olimpo, io fui per giuocoDato in trastullo alla brigata lieta.Fu il derisor, tu il sai, questo dappoco,Che aggrovigliato entro vil rete m’ebbeCon Citerèa, mio dolce unico fuoco...
Ma qui il tacersi al buon Vulcano increbbe;Ond’ei proruppe, rïavuto il fiato:Odi impudenza! al suo parlar, parrebbeChe il marito non fossi io pur mai statoDi quella, ond’osa ei l’amator spacciarsi;E ch’io fossi il bertone, ei lo scornato.Padre, tu il vedi, qual dei duo chiamarsiDe’ l’offensore a dritto e qual l’offeso:Da te giustizia contro il reo vuol farsi. —Pensoso, a capo chino, e in cuor sospeso,Vedeasi allor l’Onnipossente NumeDa due contrarie passïoni acceso.L’Onor, le Leggi, l’esemplar costume,Tutto a gara l’oprar di Marte accusa,Che il sicario e l’adultero si assume:Ma quella spada stessa, ond’ei sì abusa,Contro ai Giganti fea prodigj in Flegra:Astrèa il condanna, ed Eucrestía lo scusa:Qual vincerà? — Ma il Re del Ciel men egra,Che i Re terrestri, in sè la mente acchiude;Quindi Astrèa non vuol porre in veste negra.Ecco, il celeste labro ei già dischiudeAlla sentenza, che in esigilo espelleMarte dal cielo e le sue usanze crude.Tutte a romore van le olimpie celle:Godono i Fauni, i Satiri, i SileniDi tal legge onde salva avran la pelle:Fremon gl’Iddii maggior di rabbia pieniPunir vedendo il Marzïal coraggio,Perch’ogni reo vigliacco si scateni.Nè guari in fatti andò, che il gran dannaggioDei soppressi Düelli apparve chiaro:Tal di se stesso diero i Vili saggio.Ecco, un Satiro là, con riso amaro,Incontro fassi al Divo Apollo; ed osaFargli in viso le fiche, e andargli al paro.Là scorgo un Fauno a Pallade orgogliosaAvvicinarsi con proterve voglie,Pien di villana speme ardimentosa.
Qui pure ogni pudor di mezzo toglieLo stesso Bacco; ancor che l’uno ei siaDei magni Dei, cui Giove a mensa accoglie.Tristo guerriero ei sempre, or qui vorrìaBraveggiando avvilir l’egregio Alcíde:E lo scompiscia in guisa oscena e ria.Ma, mentre Bacco in sè d’Ercole ride,Con la stessa ebra stolida impudenzaSileno lui del licor stesso intride.Così a soqquadro è il Ciel, da che temenzaPiù di spada non v’ha nè di flagello,Argini soli alla servil licenza.Fama è persin, che l’umile asinelloDel buon Silèn, da inverecondia punto,E dalla certa impunità più snello,Con gl’ignobili calci ebbe raggiuntoIl maestoso Pegaso nel muso,E ai calci il sozzo spetezzare aggiunto.Giove allor dunque, visto il vile abusoChe nascea d’una legge in sè pur giusta,Minor mal reputando il barbaro uso,Ribenedice e Marte e brando e frusta,Per cui sovra i moltissimi vigliacchiI pochi prodi pon legge vetusta:Che, s’egli è forza ognor che si sbatacchiGiustizia, almen (come Natura il vòle)Soggiacciano d’ignavia i tristi sacchi.Nè mi si adducan la Romulea ProleE il valor Greco, a cui fur sempre ignoteLe düellari Ostrogotesche fole:Genti eran quelle e libere, e devoteSovra ogni cosa alle adequate leggi,Per cui null’uom sovra ad altr’uomo puote.Ma, se pur anco in esso acuto leggiLor guaste etadi e lor discordie prave,Per minor mal quivi il Düello eleggi.Che, se ai Gracchi fautor di turbe ignaveFabii, Emilii, e Scipioni incontro statiFosser col brando; o si reggea la nave,O che in onde men fetide affondati,Non iscambiavan poi gl’Icilj e i BrutiNe’ Tigellini e Paridi affrancati.
Tali havvi ingiurie e audaci modi irsuti,Con cui può il Tristo al Buon far grave breccia,Nè legge v’ha che incontro a ciò lo aiuti.La sola spada ell’è che allora intrecciaUna tal salutifera mistura,Che fa mite il Valor, muta la Feccia.Ogni plebeo scrittor vuol far securaSua pancia e il tergo, il düellar dannando:Ma di ciò scriva sol chi, da pauraSciolto, impugnò pria della penna il brando.
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