Satira decimaquinta. Le imposture

Satire

Frati, Fratocci, e Fraterni-geníaMuratoria Gesuitica o Gallesca;Eleusínia o Cibèlica manía;Giansenística; Ammònica; Bramésca;Trofònica; Druídica; Dervítica;Voi che deste agli stupidi sempr’esca,Tutta volgendo vostra vil politicaAl comandar di dritto o di rimbalzoA gente da voi fatta paralitica;Mentr’io qui la risibil Setta incalzo,Che Illuminata in oggi osa nomarsi,Fo di voi tutte un fascio, e il rogo io v’alzo. —Negli antri o in selve o in grotte radunarsiDi fioche lampe mistiche al barlume,Nascondendosi assai per più mostrarsi;Scudo e base e pretesto, un qualche NumeSempre tenersi; e con gli oscuri carmiRipristinare il Sibillin costume;Abbominar con sacro orror l’empie armi;Pietà Giustizia ed Eguaglianza e ZeloCaritativo ch’ogni fiel disarmi,E tutte in somma, sotto un cupo velo,L’alte virtù preconizzar furtivi,Quasi che a Pluto trasmigrasse il Cielo;E proseliti a mille invitar quivi,I ricchi e chiari ed ingegnosi a un fine,E ad altro fin gli stolti non mai vivi;E di questi alle torme ampie asinineDi un arcano sognato empir gli orecchi,Cui s’uom penètra a Dio si rende affine;

(Cencinquant’anni han gli uni e non son vecchi;Gli altri a cena i lor morti per baloccoChiamano; e gli altri fan dell’oro a secchi)Di grado in grado quindi erger l’aloccoA lor posticcie dignità emblematiche,Che petulante il faccian quanto sciocco;Snudare, a chi il ginocchio, a chi le natiche;E cazzuola, e archipenzolo, e martello;E cerimonie insipide enimmatiche;E biascicarsi il nome di Fratello;Ed ai cenni ai saluti ai paroloniL’un l’altro riconoscersi a pennello;E recitar le debite lezioni;E sradicarsi le impalmate destre;E ai non Illuminati dir minchioni:Così avvien che lo Stolto s’incapestreDell’Iniquo nei lacci; orrida lega,Ch’è quintessenza del mal far terrestre.Poi, più a stento arruolar chi più li pregaD’essere eletto del bel numer uno;E pregar essi chi d’entrarvi niega;Tra i più potenti ognor pescarne alcuno,Perfin dei Re, del gran mistero all’amo;Intrappolato in varie guise ognuno;(Giudice, e Prete, e Militare, e Damo;Ragazzi, e vecchi, e donnicciuole, e servi;Tutt’a quest’alber mostrüoso è ramo.Mandra è di talpe di conigli e cervi,Da poche volpi affastellata in brancoStivato sì, che all’uopo ha denti e nervi;Occhi, non mai: che chi lor punge il fianco,Spinger li vuol, dovunque via si schiudeA far grande se stesso e al nuocer franco.)Ceppi assodar sovra non vista incude;Quest’è il segreto lor solo ed intero;E, in pie parole, avvolte opere crude.Nè amanti mai nè settator del vero;Nè propria hann’essi opinïon tenaceSul Sacerdozio più che su l’Impero.L’impulso stesso Inquisitor li faceNelle Spagne; in Olanda Anabatisti:Quaquari farsi in Albïon lor piace:In Parigi si fan Filosofisti;In Germania Evangelici; ed in Roma(Finchè v’ha un Papa) rabidi Papisti.

In ogni dove in somma, pur che domaLa Moltitudin sia dalle lor arti,Cangian maschera ed inni ed armi e soma.Se in dominio assoluto e senza partiSolo un tiranno inespugnabil siede,Coro a lui fan costor per più picchiarti;E il confessano e l’ungon, s’ei ci crede;O, s’ei Galleggia, gli sorridon blandi,Maravigliando che più ch’Argo ei vede.Ottimi, al buono; al rio Signor, nefandiMostransi: e quindi avvien che cotal SettaA chi regnar si crede ognor comandi.Ma, se mai la Tirannide, già inettaPer impotenza o vetustà, dà locoAl macchinar della Viltà negletta;Gli Illuminati allor, scambiando il giuoco,Osan, profani e fetidi servacci,Di Libertà mentire il nobil fuoco:E metton su in tal massa i compri stracci,Che, i Grandi e i Ricchi affondandovi sotto,A tutti hann’essi triplicato i lacci.Ma sempre abbajan poi col volgo indòttoContro ai Tiranni, ch’ei leccavan pria;Bastonando essi meglio, a scettro rotto. —E così avvien che una servii GeníaCoi propri vizj e con l’altrui sciocchezzaSi sgombri ognor del dominar la via.Ma troppo è antiqua la funesta ebbrezza,Che i molti fa dei Pochi e Iniqui preda;Onde il più dirne qui, saría mattezza.Bastami sol, che chi ha i du’ occhi il veda;E che, sdegnando i rei maneggi bui,Ai vili e rei (che a ciò son nati) ei cedaIl vil mestier dell’Aggavigna-altrui.

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