Satira decimaseconda. Il commercio
Satire
E in te pur, d’ogni lucro Idolo ingordo,Nume di questo secolo borsale,Un pocolin la penna mia qui lordo:Ch’ove oggi tanto, oltre il dover, prevaleQuest’acciecato culto onde ti bei,Dritt’è elle ti saetti alcun mio strale.Figlio di mezza libertade, il sei;Nè il niego io già: ma in un, mostrarti padreVo’ di servaggio doppio e d’usi rei. —Ecco, ingombri ha di prepotenti squadreLa magra Europa i mari tutti; e milleTerre farà di pianto e di sangue adre.Sian belligere genti, o sian tranquille;Abbiano o no metalli indaco e pepe;Di selve sieno o abitator di ville;Stuzzicar tutti densi, ovunque repeQuest’insetto tirannico Europeo,Per impinguar le sue famelich’epe.Stupidi e ingiusti noi sprezziam l’Ebreo,che compra e vende, e vende e compra, e vende;Ma siam ben noi popol più vile e reo:Che, non contenti a quanto il suol ci rende,Dell’altrui ladri ove il furar sia lieve,Facciam pel Globo tutto a chi più prende.Taccio del sangue American, cui beveL’atroce Ispano; e il vitto agl’Indi toltoDall’Anglo, che il suo vitto agl’Indi deve.Se in fasce orrende, al nascer suo, ravvoltoMostrar volessi il rio Commercio; or foraIl mio sermone (e invan) prolisso molto.Basta ben sol che la sua infamia d’oraPer me si illustri, appalesando il comeL’iniqua Europa sue laidezze indora.
Annichilate, impoverite, e domePer lei le genti di remote spiaggie;Di alloro no, di Baccalà le chiomeOrniamle; poichè lustro ella pur traggeDai tanti navigati fetidumi,Che a forza vende come a forza estragge.Batavi ed Angli, di quest’arte i NumiFatti or ben son da lor natía scarsezza,Ma inmercantati ci han troppo i costumi.Arti, lettere, onor, tutto è stoltezzaIn questa età dell’indorato sterco,Che il subitaneo lucro unico apprezza.Traccie d’amor di gloria invan qui cerco,Nè di pietà religïosa l’orme. —Chi sei, che fai? Son tutto: io cambio e merco. —In mille, e inique tutte, vili formeTiranneggiar questo risibil MostroVeggio: e Virtù, non mercantessa, dorme.Voi, Siculi e Polacchi, il grano vostroDateci tutto; o vi farem noi guerra:Pascavi in vece il Salumajo nostro.Ma il truffato granajo si disserraAmpio a voi, Lusitani, a patto espressoChe niun di voi più ardisca arar sua terra.Tutto a viti piantar vi è pur concessoIl vostro suol dal buon Britanno amico,Che il vostro avere ha in cuor più che se stesso.Ei, bell’e cotto il pan, perchè col ficoVoi vel mangiate in pieno ozio giocondo,Mandavi; e chi sel cuoce, è a lui nemico.Così, non che le scarpe anco il più immondoAttrezzuccio, ei vel manda insino a casa;E v’inibisce ogni pensiero al mondo,Fuorchè di dargli quanto vin s’invasa,Le vostre lane, e gemme, e argento ed oro,E ogni altra cosa che vi sia rimasa.Ma voi, Galli nemici e popol soroNella grand’arte nautica in cui vintiFoste dall’Anglo, or siate in suo ristoroA comprar per trattato a forza avvintiDall’Anglo sol del Canadà i cappelli,E sproni e selle e freni e fruste e cinti.Voi Suechi e Dani poi, da buon fratelliDarete all’Anglo solo i vostri abeti,E il ferro e il rame ond’ei sue navi abbelli.
E così tutti i Popoli discretiTutto dar denno, e ripigliarsi il pocoDi che vorrà il Britanno farli lieti.Ma tra il Batavo e l’Anglo arde il gran fuocoPerchè tra lor da barattar null’hanno,Nè vuol l’un l’altro dar l’avaro loco.Salano aringhe entrambi, entrambi fannoRei formaggi, e confettan lo Stocfisce,E di Balene a pesca entrambi vanno.Dunque forz’è che invidia tra lor strisce,E si barattin, se non altro, il piombo:Nè già tal guerra in lor soli finisce:Che tutta Europa, mercè il gran Colombo,Or si dà in capo pel real TabaccoOr per l’acciughe ed or pel Tonno o il Rombo.Ma in cotai sudiciumi omai mi stracco.Io tronco il nodo, e dico in un sol mottoChe il Commercio è mestiero da vigliacco;Ch’ogni virtude, ogni bontà tien sotto;Ch’ei fa insolenti i pessimi; e i legamiTutti tra l’uom più sacrosanti ha rotto.Nei mercanteschi cuor, veri letami,Non v’ha nè Dio nè onore nè parentiChe bastin contro le ingordigie infami;Nè patria v’ha; che abbiam gli esempi a centiDi mercanti, che vendon di soppiattoE palle e polve e viveri e stromentiMicidïali a chi pur vuol disfattoLo Stato loro e in viva guerra uccideI lor fratelli e figli a brando tratto.Il vendi-sangue intanto imborsa, e ride;Ch’ei, quanto vile, stupido, non scerneChe avrà sua borsa chi il suo suol conquide.Qui scatenarsi ascolto le moderneFrasi dei nostri illuminati ingegni,Che tengonsi astri e non son pur lucerne. —In tue rimuccie a sragionar tu insegni,Stolto; ignorando che il Commercio è il nerboPrimo e sol di Repubbliche e di Regni. —A voi che avete il fior del senno in serbo,Fingendo io pur che m’è il connetter dato,Risponderò incalzante e non acerbo.Non s’impingua nè Popolo nè StatoMai pel Commercio, se dieci altri in priaVuoti ed ignudi non fan lui beato.
Ma breve è ognor beatitudin ria:Dovizia e lusso e i vizj tutti in follaFan che a chi la furava amara sia.Nè, perch’un Popol mille antenne estolla,Cresce ei di gente in numero infinito;Che il mar ne nutre assai, ma più ne ingolla.Pur, poniam vero il favellar sì tritoChe duplicati e triplicati apportaGli uomini dove è il trafficar fiorito;Al vero onor d’umanità che importa,Che di tai bachi tanti ne sfarfalli,Sol per moltiplicar la gente morta?Molte le mosche son, più molti i Galli:Ma non è il molto, è il buon quel che fa pregio:Se no, varrían più i Ciuchi che i Cavalli.Sempre molto è quel Popolo ch’è egregio:E quanto è picciol più vieppiù destarmiDe’ maraviglia, s’ei d’alloro ha il fregio.Religïone e leggi e aratro ed armiRoma fean; cui Cartàgo mercantessaMen che rivale, ancella, in tutto parmi.Quand’anche or dunque differenza espressaIl non-commercio faccia in men Borghesi,Non fia poi cosa, che un gran danno intessa.Liguria avría men muli e Genovesi;Sarían men gli Olandesi e più i ranocchiNei ben nomati in ver Bassi Paesi:Ma che perciò? Vi perderemmo gli occhiNel pianger noi lo scarso di tal razza,Che decimata avvien che ancor trabocchi?In qualche error, ma sempre vario, impazzaOgni età. Cambiatori, e Finanzieri;Gli Eroi son questi, ch’oggi fa la Piazza:Questi, in cifre numeriche sì alteri,Ad onta nostra dall’età futureFaran chiamarci i Popoli dei Zeri.Ma morranno anco un dì queste imposture,Come tant’altre ch’estirpò l’oblío:E si vedrà basi mal ferme e impureAver gli Stati ove il Commercio è Dio;E tornerassi svergognato all’Orco,Donde uccisor d’ogni alto senso uscío,Quest’obeso impudente Idolo sporco.
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