Satira seconda. I grandi
Satire
Vano è il vanto degli Avi. In zero il nullaTorni; e sia grande chi alte cose ha fatte,Non chi succhiò gli ozi arroganti in culla. —Ma, se prod’uom, di prodi figlio, intatteLe avìte glorie, anzi accresciute, mandaAi figli suoi; questo è splendor che abbatteL’oscuro volgo, e tacito comandaCh’altri dia loco al doppio merto, e ceda;Ch’ivi fia ’l contrastare, opra nefanda. —Quindi è dover ch’ogni lettor si avveda,Ch’io, nel dir Grandi, parlo di Pigméi,Quai veggio in Corte a superbiaccia in preda.Grandi o voi dunque, di servaggio reiE in un di audace prepotenza insana,Vediam: sete voi vermi o Semidei? —Se al Sir parlate: O Maestà, sovranaSola del mio pensier, lascia ch’io godaTua sacra vista che ogni guai mi appiana.Se a noi parlate: Oh, chi se’ tu? qual lodaÈ la tua? dal mio Re cosa pretendi?Hai tu borsa? null’uom qui nudo approda. —Degli aurati satelliti tremendiEcco entrambi i linguaggi, ed ambo i volti:Instancabili eterni sali-scendi.Di lor prosapia i rampollucci accoltiSon per grazia del Sir tra i Paggi, elettiA grandeggiare in sua livrea ravvolti.Che non imparan poi ne’ regj tetti?Mescere al Dio, scalzarlo, riforbirlo,Tenergli staffa, incendergli i torchietti,
E in mille altri sublimi atti servirlo;Finchè, novelli Achilli, escano in guerraA tai prove, ch’ell’è favola il dirlo.Che fia poi quando in peregrina terraArmati van di Segretario e CuocoAmbasciate compiendo, in cui non si erra,Purchè dì e notte avvampi il pingue fuoco,Cui dotto Apicio Gallico maneggia,E purchè Sua Eccellenza dica poco?Tornarsen quindi ver la patria reggiaVeggo il Magnate di allori sì carco,Che il serto quasi gli orecchioni ombreggia.Qual darassi a tant’uomo or degno incarco?Ei guerriero, ei politico, del paroLogrò la penna in campo, in corte l’arco.Dunque ora in toga a presieder l’avaroGregge di Temi, Cancellier Coviello,Destinato vien ei dal Prence ignaro.Ma la Regina anch’essa altr’uom più felloPredestinava a Cancelliero, e il vuole;Un Vescovetto di buon nerbo e snello.A di lei posta il Re tosto disvuole:Astrea, vedendo sue bilance appeseAl Pastoral, vieppiù (ma invan) si duole.Or che altro Grande al Grande mio contese,E tor pur seppe i mistici sigilli,Qual altro premio avran l’alte sue imprese?Da prima al collo gli appicchiam berilliCon altri prezïosi Indici sassi,Onde intessuta alcuna bestia brilli.Alla pecora d’oro il vanto dassi;E il merta, parmi, il bel simbolo in cuiL’una pecora in petto all’altra stassi.Pure ogni Regno apprezzar suol più i sui;Quindi avvien ch’ora il Gufo or l’ElefanteFan di lor peso andar più baldo altrui.Posta è persino a molte bestie avanteUna legaccia, che al ginocchio mancoSottoponsi, affibbiata in adamante;Per cui dell’una calza l’uom va franco,Che a cascar mai non gli abbia a cacajuola;L’altra legaccia in ampio nastro ha il fianco.Chiavi e croci e patacche insino a golaBardano or dunque il Cancellier, dismessoPria ch’ei vestisse la talare stola.
Poscia un contro-raggiro l’ha intromessoNel Regio venerabile Consiglio:E a lui si prostran d’ogni grado e sesso.Or principia davver tra ciglio e ciglioA balenargli la fatal possanza:Or comincia egli a dispiegar lo artiglio.Nel veder che in ricchezze altri lo avanza,Ei rugge: ha scelta quindi un’aurea moglie,Onde s’impingui la di lui baldanza.Ricca d’impuro sangue, ella gli toglieUn bocconcin di stemma gentilizio,Ma gli dà d’una o più città le spoglie:Che il di lei babbo a sua prosapia inizioDiè con ribalde usure (a quel ch’uom dice)Or Sempronio spolpando or Cajo or Tizio.Tosto il Grande al vil suocero disdiceSua casa: dal Gran Giove in aurea pioggiaNata è la sposa; e il più saper non lice.Con la immonda pecunia intanto ei poggiaDove salito mai per sè non fora;E già nel regno oltre ogni Grande ei sfoggia.Alle laute sue cene ei disonoraQue’ begli ingegni, il cui venale brioLe signorili stupidezze indora.Sovra l’ali d’un Rombo egli, qual Dio,Agli autoruzzi sfolgorante appare:Niun d’essi in Pindo a spingerlo è restìo.Accademico il fanno: ecco, e sputare,E sedere, e scontorcersi, e dar lodi,E far vista d’intendere, e russare,Ei sa quant’altri; e balbettar poi l’odiUn puro elogio altrui, che tutto splendeD’argentee voci e d’aurei cari modi.Ma da rider son queste, e lievi, mende.Un miracol maggior spiegar conviene:Com’abbia ei sempre più, quant’ei più spende.Da prima, a lato a lui, chi compri beneNeppur Genova l’ha; che il nulla ei paga,Dal che la uscita a estenüar si viene.L’entrata ei doppia poi con l’arte magaDel vender molto ciò che nulla vale;Se stesso: e in chi nol compra, aspro s’indraga.Del sublime poter di altrui far maleLa privativa egli s’arròga in Corte:Guai chi l’oblia per Pasqua e per Natale.
Men delitto il portar pistóle corte,Che non portargli la semestre mancia,Che al par ricompra e i giusti e i rei da morte.Non è da rider questo. Altri la guanciaRigò già invan di sanguinoso pianto,Perchè la costui possa ei stimò ciancia.Fabro egli è di calunnie audace tanto,Che ad ingannar di un Re tremante il sennoNe avanza: indi egli ha d’assai stragi il vanto.Pochi son quei, che paventar nol denno;I più tristi di lui. Più eccelsi impieghiAltri han; ma niun, quant’egli, ha il regio cenno.Or l’arcano il più fetido si spieghi;Come a vil donna, del postribol feccia,D’arti e in un di prosapia ei si colleghi.Falso un ramo innestandosi, ei fa brecciaNel ceppo avìto; e ver ben può parere,Sì ben lordura a nobiltà si intreccia.Di costei la bellezza un CameriereDi Su’ Eccellenza usufruttava primo;Poi lasciavala in preda al rio mestiere.Ritrovatala poscia un dì nel limo,La rimpannuccia, e se la toglie in casa,Essendo anch’egli allor di spoglie opimo.Sua Eccellenza la vede, e se n’invasa:Riverginata il Camerier l’ha tosto;Cugina gli è, trista orfana rimasa.Averla vuol Sejano ad ogni costo:Quindi, avutala e sazio, ei l’addottrinaA regie cose, ov’ha il lacciuol disposto.Al Re venuta è a noja la ReginaSì fattamente, ch’altro ardor fa d’uopoDal regio letto a dileguar la brina.Taide e il mio Grande han mira a un solo scopo:Onde il buon Re, colto il bel fiore a stento,Colto è fra loro, qual fra gatti il topo.Altro Grande vien fuori, eletto in cento,Cui Taide in sposa si concede, a pattoCh’egli usar non si attenti il sagramento.Ma il Re, per più accertarsen, ratto rattoUna Provincia a dispogliar lo invia,Vedovo e sposo ed Atteòne a un tratto.Quest’è il gran mezzo, che il mio Grande indiaSu i Grandi tutti, e Re di fatti il posa,Triplicator d’autorità già ria.
Freme e tace la turba invidïosa:In sue bell’arti egli securo invecchia;Nè la stessa ira regia offenderl’osa.Ma l’Orco un gran rovescio gli apparecchiaDel non mai visso Prence i dì troncando,E a lui troncando la superba orecchia.Ecco, già il Successor l’ha espulso in bando.Di sua natia viltade e di se stessoCinto ed armato, ei vive lagrimando.D’altri vili è bersaglio: egro, ed oppresso,E vecchio, e scarso, e stupido, alla fineDi morir tutto gli ha il Destin concesso:Men noto al mondo, ch’Erostràto e Frine.
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