Atto quarto

Timoleone

SCENA PRIMA

Demarista, Timoleone.

Timol. Del tuo senno a raccorre io vengo il frutto.

Da ch’io piú non ti vidi, Archida solosvenato cadde: il tuo garrir gran frenoposto ha finora al tuo superbo figlio:or, certamente, rammollito, e affattocangiato il cor tu gli hai: ciò che non ferogl’inefficaci detti miei fraterni,le universali grida, il comun pianto,le rampogne amichevoli, e i rimorsicocenti interni, al fin di madre il fannoi virtuosi ed assoluti preghi.Demar. ... Figlio, sa il ciel, s’io caldamente all’oprami accingessi; ma scoglio havvi sí fermoquanto il cor di Timofane? Del regnogustato egli ha; né preghi omai, né pianti,né ragion, né possanza havvi, che il cangi.Io teco ancor quí favellando stava,ch’ei, lasciatine appena, a cruda morteArchida por facea. Che valser detti,dopo tali opre? Invan parlai; persisteTimofane vie piú... Deh! tu, che umanoe saggio sei, cedi per or tu dunque

a impetuosa irresistibil piena:

forse poi...Timol. Donna, a me favelli?Demar. Ahi lassa!...E se non cedi, or che fia mai?... Deh! m’odi.Vuoi tu vederlo ucciso? o vuoi, che a forzaferoce insana ambizíon lo traggaa piú orribil misfatto? Or dal tuo statotroppo è diverso il suo: sangue giá troppoversato egli ha, perché securo starsipossa, s’ei si fa inerme: alla perdutafama è mestier ch’ei del poter soccorra:ma te, che usbergo hai la innocenza tua,parmi ragion ch’io preghi; e tu, piú lieve,prestarmi orecchio puoi. S’ei ne s’arrende,tutto ei perde, possanza, e onore, e vitafors’anco: tu, se a me ti arrendi, nullaperdi...Timol. Quai sensi infami! E nulla nomila patria? nulla l’onor mio? — Tu seimadre a me, tu? — Se da tiranno ei cessa,temi pel viver suo? — ma dimmi; e credich’ei viver possa, ove tiranno ei resti?Demar. Oh ciel!... Vendetta ogni tuo detto spira.Crudo al fratel tu sei, mentr’egli è tuttoamor per te: mentr’egli vuol pur vivala patria in te, nel senno tuo, nel giustoalto tuo core; e lo splendor ch’ei diellein guerra, or vuol che in pace anco maggiorel’abbia da te. Ciò mi giurava...Timol. E pieghitu l’alma a detti (o sien fallaci, o veri)pur sempre rei? Saper dovresti, parmi,che un cittadin, non la cittá son io.La patria viva, è nelle sacre leggi;negli incorrotti magistrati, ad esse

sottoposti; nel popolo; nei grandi;

nella union de’ non mai compri voti;nella incessante, universal, securalibertá vera, che ogni buon fa pari:e, piú che tutto, è della patria vital’abborrir sempre d’un sol uomo il freno.Ciò non sai tu? — Rimane ultimo oltraggioa farsi a me da voi; l’osar tenermi,o il fingere di credermi sostegnoalla vostra tirannide. — Tu, donna,del figlio al par, d’ambizíone iniquarea sei convinta, a manifesti segni.Piú che a me cittadino, a lui tirannoesser madre ti giova: assai m’è chiaro.Demar. È chiaro a ognun, che al par di te spogliarmil’amor non so del sangue mio; che madrepur sempre io son... Fratel cosí tu fossi!Timol. Oh! qual madre se’ tu? Spartane donne,t’insegnin esse in libera cittadeciò ch’esser den le madri. Il tuo, che chiamimaterno amore, effeminato sensodi cieca donna egli è, che l’onor veroti fa pospor del figlio alla ostinatavile superbia sua. Le madri in Spartamira, dei figli per la patria mortiallegrarsi; contarne esse le piaghe;e lavarle, baciandole, di liete,non di dolenti lagrime; e fastosaandarne piú, qual di piú figli è priva:donne son quelle, e cittadine, e madri.Tu, del tuo figlio alla inflessibil voglia,che pur conosci rea, ti arrendi; ed osidirmi e sperar, ch’io mi v’arrenda? Al miopiú inflessibil voler, ch’esser sai figliodi virtú, di’, perché non cedi? Il nomeper lui fai solo risuonar di madre;

per me, tu il taci?

Demar. Acquetati; m’ascolta...E che non feci? e che non dissi?... Il sento,sta per te la ragion; ma, il sai, per essomilita forza, che ragion non ode...Timol. No, madre, no; poco dicesti, e meno,e nulla festi. In cor, di nobil foconon ardi tu; di quell’amor bollentedella patria, che ardir presta ai men forti;che a te facondia alta, viril, feroceavria spirato pure. Assai, mel credi,nel tuo volere e disvoler si affidaor l’accorto Timofane: ei ben scernequanto è lusinga al femminil tuo pettoil desio di regnare. In suon di sdegnominacciosa tuonar t’udia fors’egli?Ti udia?...Demar. Fin dove cimentarsi ardiscedebil madre, l’osai; ma...Timol. Greca madre,debil fu mai, né inerme? Armi possenti,piú che non merti, hai tu; se non le adopri,colpa è di te. Quand’egli ai preghi, al pianto,e alle ragioni resistea; tu stessaquinci sbandir (ch’ella è tua stanza questa)dovevi, tu, lo scellerato infametirannesco corteggio; al figlio torrei mezzi tutti di corromper; torgli,pria d’ogni cosa, arme peggior del ferro,esca primiera ad ogni eccesso, l’oro.Sacro estremo voler del tuo consorte,e di Corinto legge, arbitra donnad’ogni aver nostro or non ti fanno?Demar. Io dirlo,è ver, potea;... ma, s’ei...Timol. Farlo, non dirlo:

e s’ei cotanto era giá fatto iniquo

da contender con te; strappato il crine,tu lagrimosa, in vedovile ammanto,lacera il volto e il sen, che non uscividi questo ostel contaminato e tristo?I tuoi nipoti teneri, e non reidel tirannico padre, al fianco trartiper man dovevi al tuo partirne; e tecolor madre trarne addolorata; ai buonispettacol grato di virtude antiqua:ed appo me, presso il tuo vero figlio,te ricovrar con essi; e fra suoi sgherriabbandonare a se stesso il tiranno:dell’usurpato suo poter non reaaltamente gridarti; e orribil tacciatorti cosí d’esserne entrata a parte. —Ciò fatto hai tu? Retto avrebb’egli a tanto?...Certo ei sprezzò, che dispregiar dovea,lagrime imbelli, e femminil lamento.Demar. Figlio,... temei... Deh! m’odi...Timol. Udirti ei debbe..Demar. Io paventai farlo piú crudo, all’iraspingendolo: mi volsi, e ancor mi volgoa te, cui danno può maggior tornarne;a te...Timol. Tu temi? Or, se il timor t’è guida,se il loco in te del patrio amor tien egli;sappi, che danno, irreparabil danno,a lui sovrasta, e non a me; che solo,sol questo dí, se il vuoi salvar, ti avanza.Demar. Che sento?... Oimè!...Timol. Sí; questo dí, cadentegiá ver la notte... Amo il fratel; ma l’amod’amor dal tuo diverso: in cor ne piango,bench’io non pianga teco. A te feroceio parlo, perché v’amo... Omai non tremo

piú per Corinto;... per voi soli io tremo.

Mal ne’ soldati suoi si affida incautoTimofane... Deh! madre, ultimi preghiio ti porgo. Se cara hai la sua vita,per la sua vita ti prego. Sospesaio solo in alto sul suo capo or tengodei cittadin l’ultrice spada: io soloor del tiranno ai giorni un giorno aggiungo:io, che nel sangue del tiranno il primodovrei bagnarmi, ahi ria vergogna! io ’l serbo.Tu del mio dir dunque fa senno; e crediche irati tanto ancor non ha i suoi NumiCorinto, no, che annichilar si deggiaal cospetto d’un solo. — Ecco il tiranno.Seco non parlo io piú; tutto a lui dissi. —Se mal ne avvien, di te poi sola duolti.

SCENA SECONDA

Demarista, Timofane.

Timof. Timoleon mi sfugge?

Demar. Ah figlio!...Timof. E tantoei ti turbò? Tu nol cangiasti dunque?Demar. Oh cielo! al cor suoi detti m’eran morte...Trema; un sol dí, questo sol dí, ti avanza...Timof. Ch’io tremi? è tardi; or ch’io l’impresa ho trattaa fine omai.Demar. Quanto t’inganni!... Ah! forse,senza il fratello tuo, piú non saresti...Timof. Mi hai tu sí a vil, che quant’io nego ai preghi,speri ottenere or dal terrore? Io parlopiú aperto ch’egli, assai: non lieve provati sia il mio dir, che nulla io temo. — Tutteso le lor trame; io so, che all’arte indarno

si appiglian or, nemici imbelli. Anch’essi

hanno i lor traditori: invan rispostaaspettan da Micéne; invan corrottohanno alcuni de’ miei: m’è noto il tutto:lor passi, opre, pensier, so tutto appieno.A lor non credo io soggiacer; ma, doveciò accada pur, mai non mi arretro io, mai.Men biasmo a loro era il mostrarmi apertarabbia; ma volto hanno alla fraude il core?Della lor fraude vittime cadranno.Demar. Oimè!... sei tu sí snaturato forse,che il fratel tuo?... Crudele!...Timof. Ei mi dá tacciadi tiranno; ma pur, figlio, e fratello,piú ch’ei non è, son io. Madre, tuttoradarei mia vita, per salvar la sua:se lui dagli altri miei nemici io scerna,pensar puoi quindi. Echilo ed egli, or solisalvi ne andranno dalla intera strage,che sta per farsi...Demar. Oh ciel! di nuove stragiparli tu ancora? Oimè! che fai? T’arresta;io tel comando. Ah, che in tuo danno io troppotacqui finora! il condiscender mollerea pur mi fa; meco a ragion si accendeTimoleon di giusto sdegno...Timof. È fissoirrevocabilmente il mio destino:o regno, o morte. — Invan t’adiri; invanopreghi, piangi, minacci. Uscí il comandodi morte giá; pel sol fratello io stommi,tremante omai; che il militar furoremal può frenarsi. A te, d’entrambi madre,si aspetta il far ch’ogni consesso ei sfugga:deh! tutto in opra poni, perch’ei vengaa ricovrar fra noi. Da lui non seppi

io le sue trame: a lui le mie tu narra,

sol quanto è d’uopo a porlo in salvo. Io tremo,ch’ei non si ostini a voler irne al lococonvenuto con Echilo: securisaran quí solo appieno...Demar. E s’anco io valgoa trarlo quí, misera me! quand’eglila strage udrá,... forse,... oh terribil giorno!...ei di vendetta allora...Timof. Ei può cangiarsi,quando vedrá ch’io risparmiar lo volli:ma svenarmi anco puote: e il faccia; ei soloil può: questa mia vita ei si ripigli,poiché a me la salvava: — ma il mio regno,ch’io m’acquistai, ritormi? né il può il cielo,s’arso ei non hammi e incenerito pria.

SCENA TERZA

Echilo, Demarista, Timofane.

Echilo Non ti stupir, se ancor mi vedi: il volto

di generosa nimistade or vedi:e il primo stral ch’io ti saetto, è il dirtiliberamente, che a momenti piombaun mortal colpo entro al tuo seno.Demar. Ah! figlio,io non ti lascio... Al fianco tuo... T’arrendi?...Deh! credi a quest’uom prode... Oh ciel!... che fai?...Timof. Tutto ho d’acciar contra ogni strale il petto.Intrepido vi attendo.Echilo — Odimi: teconon fui piú schietto io mai: di cor ti parlo;né, per esserti avverso, ho il cor cangiato,se non in meglio: ascoltami. — Per quantosii valente, non sei pur altro ch’uno;

mal ti affidi, se in altri: in mille forme

cinto di morte stai: di quante spadeti vedi intorno in tua difesa ignude,ciascuna è quella, che repente puossial tuo petto ritorcere. Deh! credi,a me sol credi. O cangia, o uccidi, o trema.Timof. Al mio destin lasciatemi. Trascorsonon fia ’l dí, che voi tanto a me tremendoite annunziando, che convinti avrovviio meglio assai: né a voi discaro fiala pietá, di cui sete a me sí larghi,ritrovar piú efficace in altri forse.

SCENA QUARTA

Echilo, Demarista.

Echilo Tu il vuoi cosí? teco ogni ufficio mio

oltre il dover compiei. —Demar. Deh! corri, vola;Timoleon quí traggi: a lui gran cosedeggio narrar io stessa. Ogni adunanza,deh! fa ch’ei sfugga intanto: ei sta in periglio...Veglia sovr’esso... Io palpito... Quí il traggi,ad ogni costo, deh! pria che la nottescenda; securo ei non sarebbe altrove.Va; d’una madre abbi pietade; un figliosalvami; a far l’altro piú mite io corro.

SCENA QUINTA

Echilo.

Qual turbamento! Oh! quale orrendo arcano

ne’ suoi detti s’ammanta?... Oh cielo!... E dondenel rio tiranno securtá pur tanta?

Fors’egli sa nostri disegni? siamo

traditi or noi dai traditor suoi stessi? —Le inique trame di costui sa tuttela madre; e piú trema per l’altro? Or dunquefermato ha in cor di fare ultima stragel’empio tiranno!... Ah! se ciò mai!... Si voli;salvisi il grande, in cui la patria è salva:o in un con lui, periam per essa tutti.

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