Atto secondo

Timoleone

SCENA PRIMA

Timofane, Echilo.

Echilo Timoleon giunge a momenti: ai soli

tuoi preghi, e miei, mal s’arrendea; null’altroforza gli fe, che le materne istanze.Timof. Ben so; pieghevol core egli non contafra sue tante virtú: ma, se varranno,giunti all’oprar mio dritto, i dritti sensi,oggi fia ’l dí, che il suo rigor si arrendaa mie ragioni; o il dí mai piú non sorge.Echilo Con quel di voi, ch’ultimo ascolto, parmiche il ver si alberghi: eppur sol uno è il vero.D’amistade e di sangue a te congiunto,di riverenza e d’amistade a lui,campo vorrei frattanto, ove ad entrambil’immenso affetto mio mostrar potessi.Indivisi, deh! siate; e al senno vostrome, mie sostanze, il cor, la mente, il brando,deh! non vogliate disdegnar ministri.Timof. Ben ti conosco, Echilo mio... Ma veggioTimoleon venir: seco mi lascia,vo’ favellargli a lungo; i sensi suoida solo a sol piú m’aprirá fors’egli.

SCENA SECONDA

Timoleone, Timofane.

Timof. Fratello, al fin quí ti riveggo; in questi

Lari, pur sempre tuoi, benché desertiduramente da te. Mi duol, che i cennisol della madre, e non spontanea tuavoglia, al fratel ti riconducan oggi.Timol. Timofane...Timof. Che sento? or piú non chiamifratello me? tel rechi forse ad onta?Timol. D’una patria, d’un sangue, d’una madre,Timofane, siam nati: a te fratello,finora io ’l son; ma tu, fratel mi nomi.Timof. Ah! qual mi fai non meritata, acerbarampogna?... In qual di noi l’ira primieranascea? Che dico; ira fra noi? tu solomeco adirato sei. Tu mi sfuggisti;tu primo fuor delle materne caseil piè portasti: a rattenerti io forsepreghi non adoprai, suppliche, e pianto?Ma tu, prestavi alle calunnie inique,piú che a mie voci, orecchio. All’ire tuenon ira io, no; dolcezza, amor, ragioniiva opponendo, invano. — Or vedi, in quantastima ti tengo: a lieta sorte in bracciomi abbandonavi tu; quindi in me spemeanzi certezza, accolsi, che sostegnoio t’avrei nell’avversa: intanto andavasperando ognor di raddolcirti, e a partepur farti entrar del mio giojoso stato...Timol. Giojoso? Oh! che di’ tu? Deh! come ratto,da ch’io piú non ti vidi, oltre ogni metascorso hai lo stadio insultator di regno!Spander sangue ogni dí, giojoso stato?

Timof. Ma, tu stesso, i cui giorni eran pur sempre

di giustizia splendor, lume del vero,non m’hai tu dato di giustizia il brando?Non mi ottenesti quel poter ch’io tengo,de’ miei servigj in guiderdon, tu stesso?Qual forza è dunque di destin sinistro,che ognor nomar tirannico fa il sangue,sparso da un sol; giusto nomar quant’altrosi dividono in molti?Timol. Odi. — Cresciutiinsieme noi, l’un l’altro appien conosce.Ambizíon, che di obbedir ti vieta,aggiunta in copia a bollentissim’alma,che il moderato comandar ti toglie;tal fosti, e in casa, ed in Corinto, e in campo.Timof. Mi rimproveri or forse il don, cui piacqueal tuo saggio valore in campo farmi,della vittoria e vita?Timol. Quel mio donoera dover, non beneficio; e arrisefortuna a me in quel punto. Or, non far ch’iopentir men debba. Io mai guerrier piú ardentedi te non vidi; né Corinto un ducepiú valoroso mai di te non ebbe.Ma quando poscia a cittadine rissefu creduto rimedio, (e d’ogni dannoera il peggior) l’aver soldati in arme,e perpetuo sovr’essi elegger capo;se al periglioso onore eri tu scelto,se al militar misto il civil comandocadeva in te; non m’imputar tal fallo.Io nol negai; ch’onta era troppa il farmidel mio fratel piú diffidente io stesso,che d’un concittadino altri nol fosse;ma di te, da quel dí, per te tremai,e per la patria piú: né in cor mi entrava

invidia, no; sol del tuo lustro io piansi.

Timof. Mio lustro? e che? non era il tuo fors’anco?non eri a me consiglio, anima, duce,se tu il volevi? e s’io l’ardir, tu il sennoadopravam, di che temevi allora?Timol. Sia che fratello, o a me signor ti estimi,mal le lusinghe, ad ogni modo, or mecoti stanno. — Oh! che di’ tu? sordo non fostia detti miei, dal fatal dí, che assuntoeri a novello insolito comando? —Cinto di guardie il giá privato nostroalbergo: uscirne con regale pompasuperbo tu: sovra ogni aspetto scultadi timor mista indegnazion: le sogliedi questo ostel, giá non piú mio, da infamiadulator tenersi: al ver sbanditochiusa ogni entrata, appresentarsi audaci,d’oro e di sangue sitibondi, in folladelator empj; e mercenaria gente,e satelliti, e pianti, ed armi, e sdegni,e silenzio, e terror... Ciò non vidi io?...E (pur troppo!) nol veggo? Esser mai questofero apparecchio orribile poteail mio corteggio, mai? Ne uscii, che stanzadi cittadin questa non era; e in core,piú ch’ira ancor, di te pietá ne trassi,e del tuo errore, e del tuo orgoglio stolto.Tuoi replicati falli assai gran tempoiva scusando io stesso; e grandi, e plebem’udian sovente asseverar, che fartinon volevi tiranno. Ahi lasso! io vile,io per te fatto mentitore, io m’eradella patria per te traditor quasi;ch’io conosceva appien tuo core. Io ’l feciper torti, ingrato, di periglio, e torretant’onta a me; non per aprirti strada

a reo poter, ma per lasciartene una

al pentimento.Timof. E ad un tal fine intantoscegliesti in vece mia nuovi fratellifra’ miei piú aperti aspri nemici...Timol. Ho sceltoi pochi amici della patria, in loro.Non perch’io t’odio, perch’io lei molt’amoson io con quelli; e per sospender forse(poiché distor tu non la vuoi) quell’altavendetta giusta, che alla patria oppressanegar non può buon cittadino. I primiimpeti regi in te frenar non volli;pur troppo errai: per risparmiarti l’onta,che a buon dritto spettavati, lasciaispander sangue innocente; o se pur reo,fuor d’ogni uso di legge da te sparso.Troppo t’amai; troppo a te fui fratello,oltre il dover di cittadino. Accolsilusinga in me, che gli odj, il rio sospetto,e il vil terror, che a gara squarcian sempreil dubbio cor d’ogni uom, che farsi ardiscetiranno, a brani lacerando il tuo,pena ti foran troppa; e sprone a un trattoall’emendarti... Io ciò sperai; lo spero;sí, fratello; e tel chieggio; e di veracefraterno e in un cittadinesco pianto,(inusitata vista) oggi la gotarigar mi vedi; e supplichevol voced’uom, che per se mai non tremò, tu ascolti.È sorto al fine il dí; giungesti al puntoinfra tiranno e cittadin, da cuio ti è forza arretrarti, o a me fratellocessar d’esser, per sempre.Timof. Archida parla,in te: pur troppo i sensi suoi ravviso!

SCENA TERZA

Demarista, Timoleone, Timofane.

Timof. Deh! vieni, o madre; tua mercé mi vaglia

del mio fratello a piegar l’alma alquanto...Timol. Sí, vieni, o madre; e tua mercé mi vagliaa racquistarmi un vero mio fratello.Demar. Voi, l’un l’altro v’amate: or perché dunquesturbar vostra amistá?...Timof. La troppo austerasua virtú, non de’ tempi...Timol. Il desir suo,superbo troppo, e in ver de’ tempi degno;ma indegno appien di chi fratel mi nasce.Demar. Ma che? sua possa, non da lui rapita,potria dolerti? infra la plebe vileindistinto vorresti, oscuro, nullochi la patria salvò?Timol. Che ascolto! Oh ferodi regia possa pestilente fiato!Come rapido ammorbi ogni uom, che schermonon fa d’alti pensieri! Oh come tosto,perfida voglia d’impero assoluto,entro ogni core alligni! — E il tuo le schiudi,madre, tu pur? Tu cittadina, destila vita a noi fratelli e cittadini:né vile allora tu estimavi il nomedi cittadina: in vera patria nati,quí ci allattasti, e ci crescesti ad essa:e accenti tuoi fra queste mura or odo,conveníenti al labbro stolto appenad’oríental dispotica reina?Timof. Madre, tu il vedi: ei tutto a mal ritorce.Odi, fallace sconsigliato zelo,come si fa sordo di natura al grido.

Demar. Ma, quante volte non ti udiva io stessa

biasmar questa cittá? Guasti i costumi,i magistrati compri...Timol. Or di’: m’udistia magistrati iniqui antepor maicompri soldati, ed assoluto sire?Per l’onor vostro e mio, supporti, o madre,voglio innocente ancora; e te men tristo,che impetuoso. A che l’oprar tuo incautotrar ti possa, nol vedi? io dunque luce,io fiamma or sono alle tenébre tue.N’hai tempo ancora. Alta, sublime ammenda,degna di grande cittadin, ti resta;generosissim’opra.Timof. Ed è?Demar. Per certo,magnanim’opra fia, s’ella è concettaentro al tuo petto generoso. Or, via,a lui l’addita.Timol. Il tuo poter, che reotu stesso fai coll’abusarne, interotu spontaneo il rinunzia.Timof. — A te il rinunzio,se il vuoi per te.Timol. Tolto a chi l’hai? favella;al tuo fratello, o ai cittadini tuoi?Rendi alla patria il suo; né me capacecreder mai di viltá. S’altri il tenesse,privo ne fora ei da gran tempo. Pensa,ch’io finor teco aperti mezzi...Timof. Io penso,che tormi incarco, che dai piú mi è dato,solo il possono i piú. Forza di leggecreato m’ha; legge mi sfaccia, io cesso.Timol. E di leggi tu parli, ove insolentestuol mercenario fa di forza dritto?

Timof. Vuoi dunque inerme all’ira cieca espormi,

all’invidia, alla rabbia, alla vendettad’Archida, o d’altri al par di lui maligni,cui sol raffrena il lor timore?Timol. Armatosii d’innocenza, e non di sgherri; e velodel timor d’altri al tuo non far. Se iniquonon sei, che temi? ove tu il sii, non solad’Archida l’ira, ma il furor di tuttitemi; — ed il mio.Demar. Che ascolto? Oimè! fra voidi discordia si accende esca novella,mentr’io vi traggo a pace? Ahi lassa!Timof. Madre,con lui ti lascio. Ei, di tropp’ira caldo,meco per or contender mal potria. —Sia qual si vuole il parer nostro, od uno,o diverso, dal cor nulla mai trarmipotrá, che a te son io fratello vero.

SCENA QUARTA

Demarista, Timoleone.

Timol. Odi miracol nuovo! Ei, che la stessa

ira fu sempre; ei, che piú ch’Etna, bolleentro il fervido cor; maestro il vedidel finger giá: della sua rabbia è donno,or che incomincia nel sangue a tuffarla.Demar. Figlio, ma in ciò, preoccupata troppo,la tua mente t’inganna.Timol. Ah! no: la vistapreoccupata hai tu; né scorger vuoicosa manifestissima e funesta.Madre, da te lontano io vivo; e avermial fianco sempre ti saria mestiero,

per farti sano il core. A te fui caro...

Demar. E ognora il sei; credilo...Timol. Amar tu dunquedei, quanto me, la vera gloria. A garariacquistarla dobbiam noi: gran macchiaal mio fratel vo’ torre: io l’amo, il giuro,piú di me stesso, e al par di te. Ma intanto,tu in lui puoi molto; e il dei risolver primaal necessario e in un magnanim’atto...Demar. A ritornar privato?Timol. A tornar uomo,e cittadino; a torsi il meritatoodio di tutti; a rintracciar le prischeorme smarrite di virtú verace;a tornarmi fratello: ch’io per talegiá giá piú nol ravviso. Invan lusinga,madre, ti fai: quí veritá non entra,s’io non la porto. Infra atterriti schiavivivete voi: voi, di Corinto in seno,spirate altr’aure: all’inumano vostroardir quí tutto applaude: odi le straginomar giustizie; i piú feroci oltraggi,dovuta pena; il prepotente oprare,provida cura. Del rio vostro ostellouscite; udite il mormorar, le grida,le imprecazion di tutti: i cuor ben dentroinvestigate; e nel profondo pettovedrete ogni uom l’odio covar, la vostrarovina; ognun giurarvi infamia e morte;cui piú indugia il timor, tanto piú cruda,atroce, intera, e meritata, debbein voi piombar, su i vostri capi...Demar. Ah figlio!...Tremar mi fai...Timol. Tremo per voi sempr’io.Di me pietá, di lui, di te, ti prenda.

A tale io son, ch’ogni sventura vostra

piú mia si fa: ma della patria a un tempoogni offesa a me spetta. Il cor mi sentofra tai duo affetti lacerar; son figlio,cittadino, fratello: augusti nomi!Niun piú di me gli apprezza, e i dover tutticompierne brama: ah! non vi piaccia a provaporre in me qual piú possa. Io Greco nasco;e, Greca tu, m’intendi. — Al fero puntod’esservi aperto, aspro, mortal nemico,me vedi presso; or fe prestami dunque,finché qual figlio, e qual fratello io parlo.Demar. Oh! qual Dio parla in te?... Farò, ch’ei m’oda,il tuo fratello...Timol. Ah! senza indugio, vanne,e il persuadi tu. S’ei piú non snuda,e depon tosto il sanguinoso brando,fia in tempo, spero: oggi tu puoi, tu sola,comporre in pace i figli tuoi; con essiviver di pubblic’aura all’ombra lieta; —o disunirli, e perderli per sempre.

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