Atto quarto
Virginia
SCENA PRIMA
Appio, Marco.
Appio Virginio in Roma?
Marco Ei v’è pur troppo.Appio Vistol’hai tu?Marco Cogli occhi miei. Tu stesso in breveanco il vedrai, ch’ei di te cerca.Appio Or comedel campo uscí, se un mio comando espressoritener vel dovea?Marco Non giunse in tempoforse il divieto tuo; forse anco i ducia obbedirti eran lenti...Appio E chi mai tardoad obbedir d’Appio i comandi fora?Icilio, or veggo, prevenir mi seppe...Mercé ne avrá, qual merta. Anzi che trattafosse Virginia al tribunal, giá corson’era l’avviso al genitore. Assaicangia l’affar d’aspetto, al venir suo:ma pur, non io...Marco Giá in pianto ambo i parenticon la figlia, pe’ trivj, e in ogni strada,supplici, in veste squallida ravvolti,
scorrono; e dietro lor lasciano immensa
traccia di pianto e di dolor: quí forsetu passar li vedrai. — Ma, in ben altr’atto,cinto da stuol, che vie piú ingrossa, scorreper ogni via feroce Icilio in armi:prega, minaccia, attesta, esorta, grida.Pianto di madre, beltá di donzella,valor canuto di guerriero padre,e di tribun sedíziose voci,terribil esca a piú terribil fiammastanno per esser; bada.Appio Or via, se il vuoi,trema per te; per me, se il vuoi: purch’ioper me non tremi. — Va: Virginio veggovenire a me: lasciami sol con esso.
SCENA SECONDA
Appio, Virginio.
Appio E che? le insegne abbandonare e il campo
osi cosí? Di Roma oggi i soldatidunque a lor posta van, tornano, stanno?Virg.o Tal v’ha ragion, che licito può farlo.Pure il severo militar costume,cui da troppi anni io servo, or non infransi.Chiesto commiato ottenni. In Roma tornoper la mia figlia;... e il sai.Appio Che puoi per essadir tu, che in suon piú forte a me nol dicala legge?Virg.o Odimi. — Padre io son, pur troppo!E come padre io tremo. Invan mi ascoltosuonar dintorno minacciose vocidi plebe a favor mio: so, che possanzaè molta in te; che a viva forza urtarla
fia dubbia impresa; e che in piú rie sventure
precipitar Roma poss’io, né trartiforse di man la figlia. Appio, minaccedunque non far; che il nuocer so fin doveconcesso t’è: ma pensa anco, deh! pensa,che in un te stesso a immenso rischio esponi...Appio Preghi, o minacci tu? Son io quí forsedei giudizj assoluto arbitro solo?Poss’io la figlia a un vero padre torre?Serbargliela anzi del mio sangue a costodeggio, e il farò: ma, s’ella tua non nasce,che vaglion preghi? — Il fiel, che mal nascondi,ben io, ben so, donde lo attingi: ingombrot’ha Icilio il cor di rei sospetti infami;ei, che a sue mire ambizíose s’aprecolle calunnie strada. Or, puoi tu fedea un tal fellon prestar? tu che il migliorede’ cittadini sei, genero sceglidei tribuni il peggiore? in un con essoperder tua figlia vuoi? — D’Icilio certaè la rovina, ed onorata morteei non s’avrá, qual crede. Ei contra Romacongiura; ei cova orribili disegni.Chiama tiranni noi; ma in seno ei nutredi ben altra tirannide il pensiero.Spenti vuol tutti i padri: al popol posciaservaggio appresta; e libertá pur grida.Tanto piú rio mortifero veleno,quanto è ravvolto entro piú dolce scorza.Giá il segnal di ribelle innalza a mezzo,e a mezzo quel di traditore. Io l’armiall’armi oppongo; alla fraude empia, l’arte.Tutto è previsto giá. Da lui non saisue trame tu; ch’egli e ministro e veloa sue mire ti vuol, ma non compagnoa sue rapine. Ei sa, che Roma hai cara
quanto la figlia tua; quindi si mostra
sol di tua figlia il difensor, ma rideposcia ei di te co’ traditor suoi pari.Sol si cela da te; ma a lor non teme,qual è, mostrarsi l’oppressor di Roma.Virg.o Tolte le figlie alle tremanti madri,e ai genitor, che in campo han di lor vitaspeso il migliore; i magistrati fattitremendi a noi, piú che i nemici: or cometemere omai d’altro oppressor può Roma?Appio Icilio, il so, di un folle amor mi taccia;ma quai prove ne adduce? Il suo sfrenatoardire, il grido popolar, la troppadolcezza mia, fur prove. È mio clienteMarco; ei ripete la tua figlia; io dunquene son l’amante, io ’l rapitore. Or odiragion novella!Virg.o È Icilio sol, che il dica?Altri ha, che il dice.Appio La donzella forse,vinta da lui.Virg.o Che piú? prove son troppe,cui vergogna non men ch’ira mi vietapoter narrare. Una ne fia, non lieve,il tuo scolparten meco.Appio Hai fermo dunqued’unirti pure co’ ribelli.Virg.o Ho fermod’aver mia figlia, o perder me.Appio Te salvovorrei, ch’io t’amo.Virg.o E perché m’ami?Appio Romapuò abbisognar del braccio tuo: deh! lascia,che solo Icilio pera; il merta ei solo.Degno di viver tu...
Virg.o Degno, t’intendo,
me di servir tu credi...Appio Ugual te stimo,se non maggior, d’ogni Romano: e in prova,riporterai tu in campo il piede appena,ch’io d’innalzarti a militar comandoavrò...Virg.o Tentar me di viltade anch’osi?Premio a virtú dovuto, a me il darebbed’Appio il favore? Or qual fec’io delitto,per meritarmi il favor tuo? Pur troppospento anche in campo è d’ogni onore il seme;e il sa ben Roma, e i suoi nemici il sanno;essi, che vanto, non avuto in pria,darsi or ponno, d’aver piú d’un Romanotrafitto a tergo. — È ver, che l’onoratepiaghe, qual’io ti mostro a mezzo il petto,quai benedir soleansi ne’ figlidalle romane madri, ora in mal punto,mal ricevute, e peggio foran mostre,or che per te si pugna. — A Roma fedegiurai: s’io deggio ritornare al campo,Roma rinasca. — A me tu parli scaltro;rispondo io forte. Io son soldato, io padre,io cittadin: d’ogni altro male io taccio;e finché Roma il soffre, il soffro anch’io:ma la mia figlia...Appio Non son io, che spingaMarco a muover la lite, ancor che famabugiarda il suoni: bensí tanto io possoda distornelo, forse. Assai mi prendedi te pietá: senza periglio alcuno,senza tumulto, a te la figlia forserender potrei, se tu di lei sentissivera pietá: ma tu, di sangue hai sete;la vuoi d’Icilio sposa, e involger teco
nella rovina di un fellon tua figlia.
Virg.o Me la puoi... render... tu?Appio Se a Icilio torlatu vuoi.Virg.o Glie la giurai.Appio Sciorratti ei stesso,oggi, estinto cadendo. Or va; ti avanzaa risolver brev’ora. È tua la figlia,se d’Icilio non è: d’Icilio sposa,far io non posso che con lui non pera.Virg.o ... Misero padre!... A che son io ridotto?...
SCENA TERZA
Appio.
— Roman, pur troppo, egli è. — Tremar potrebbe
Appio stesso, se Roma in se chiudessemolti cosí. Ma due, non piú, son l’almedegne dell’ira mia: canuto, e padre,è l’un; possenti ceppi: inciampo all’altrosará lo stesso suo bollore immenso.Far che in lui primo il furor suo ricada,fia l’arte... Ma, che veggio? Ecco le donnevenir fra il pianto della plebe. — Or d’uopom’è sedurle, o atterrirle.
SCENA QUARTA
Appio, Numitoria, Virginia.
Appio Infin che tempo
vi avanza, e breve egli è, deh! donne, alquantospiccatevi dal torbido corteggio,da cui, piú ch’util, può tornarven danno. —Giudice quí per or non sono: ascolta,
Virginia; vieni; in altro aspetto forse
me quí vedrai.Virg.a Col padre favellasti?Numit. Pentito sei? preso hai miglior consiglioal fin dal timor tuo?Appio Dal timor?... Io?Dalla pietade il presi. Odimi; e provach’io non pavento, il mio parlar vi sia.Virginia, io t’amo, e tel confermo: or forza,che a me ti tolga, esser non può; ragioni,che a me ti pieghin, ve n’ha molte...Virg.a È questoil cangiar tuo? Deh! madre, andiam...Appio Rimani;ascolta. — E tanto del tuo Icilio ciecasei dunque? In lui se il temerario ardireti piace; ardisco io men di lui? se il gradon’ami; tribuno anco ei tornasse, parifora egli a me? se il cor libero, e gli altisensi; non io piú grande in petto il core,e piú libero serro? io, sí, che farmisuddito lui, co’ pari suoi, disegno;mentr’essi a me obbediscono...Numit. Ed ardiscisvelar cosí?...Appio Tant’oltre io sono, e avanzasí poco a far, che apertamente io l’oso.Quant’io giá son, né in pensier pur vi cape:sta in mio poter, come di mille il brando,la lingua anco di Marco. Ove tu cessid’esser d’Icilio sposa, io la richiestafo cessar tosto.Virg.a Abbandonarlo?... Ah, pria...Numit. Oh rea baldanza! Oh scellerato!...Appio E crediche Icilio t’ami, a lato a me? Sue vane
fole di libertá, suo tribunato,
suoi tumulti sol ama. Ei lungamentetaceasi; or mezzo a se riporre in seggiote crede, stolto: il fa parlar sua folleambizíon, non l’amor tuo. — Ma poni,ch’io pur anco incontrassi alto periglioin questa impresa; argomentar puoi quindi,quanto immenso è il mio amor: possanza, vitafama arrischio per te. Tutto son prestodare ad amor; tutto ricever sperada amore Icilio.Virg.a Cessa. — Icilio vilegiá non puoi far, col pareggiarti ad esso,né grande te. Breve è il confronto: ei tuttoha in se ciò che non hai: nulla di luiesser può in te: quant’io ti abborro, l’amo. —D’amor che parli? A tua libidin reatal nome osi dar tu? Non ch’io ’l volessi;ma, né in pensiero pure a te mai caddedi richiedermi sposa?...Appio Un dí fors’io...Virg.a Non creder giá, ch’io mai...Numit. Di noi stimavifar gioco: oh rabbia!...Virg.a Infame; a nessun pattopiegarmi tu...Appio Sta ben: verrai tu dunquein poter mio, del sangue del tuo amantecospersa tutta.Virg.a Oh ciel!...Appio Sí, del tuo amante;...E del tuo padre.Numit. Oh crudo!...Virg.a Il padre!Appio Tutti.Cade chi voglio, a un cenno mio: nel campo
Siccio per me vel dica. Un’ora manca
a dar segno al macello.Virg.a Icilio!... Un’ora!...Appio, pietá... L’amante... il padre...Numit. Spentidue tali prodi ad un tuo cenno? E credite nel tuo seggio indi securo?...Appio E s’ancomeco tutto sossopra irne dovesse,Virginio, Icilio, ricondotti a vitaforan perciò?Virg.a Tremar mi fai...Numit. ... Deh!... m’odi.Né fia, che priego?...Appio Con un sol suo detto,ella entrambi li salva.Virg.a ... Appio,... sospendiper oggi il colpo;... io ti scongiuro. — Intantoio deporrò di nozze ogni pensiero...Icilio viva, e mio non sia; dal coreio tenterò la imagin sua strapparmi...Mia speme, in lui posta tanti anni, or tuttada lui torrò: forse... frattanto... il tempo...Che posso io piú? Deh! viva Icilio: io cadoa’ piedi tuoi. — Ma, oimè! che fo?... che dico?Te sempre odiar vieppiú farammi il tempo,e vieppiú Icilio amare. — Io nulla temo;romani siamo: ed il mio amante, e il padre,vita serbar mai non vorrian, che prezzodi lor viltade fora: a perder nulla,lor trafitti, mi resta. In tempo un ferronon mi darai tu, madre?Numit. O figlia,... vieni...Numi v’ha in ciel dell’innocenza oppressavindici; in lor speriam: vieni...Virg.a Al mio fiancodeh! sii sostegno;... il mio piede vacilla....
SCENA QUINTA
Appio.
Mi si resiste ancora? — Ostacol nuovo
m’è nuovo spron: plebea beltá, che il pettomi avria per se di passeggera fiammaacceso appena, or che di sdegno fremeRoma per lei, profondamente or stammifitta, immota, nel core; or quanto il regnom’è necessaria, e piú. — Ma, l’ora sestalungi non è. Vediam, se in punto è il tutto,per insegnare alla malnata plebe,che in lei non piú, ma tutta in me sta Roma.
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