Atto secondo
Virginia
SCENA PRIMA
Appio.
Appio, che fai? D’amor tu insano?... All’alto
desio di regno ignobil voglia accoppidi donzella plebea?... Sí; poi ch’ell’osanon s’arrendere ai preghi, a forza trarlaai voler miei, parte or mi fia di regno.Ma il popol può... Che temo? Delle leggila plebe stolta, oltre ogni creder, trema:s’io delle leggi all’ombra a tanto crebbi,anch’oggi schermo elle mi fieno; io posso,e so crearle, struggerle, spiegarle.Molt’arte vuolsi a impor perfetto il giogo;ma, men ch’io n’ho. Piú lieve erami assaiconquider voi, feri patrizj, in cuisol forza ha l’oro, e pria vien manco l’oro,che in voi l’avara sete: io v’ho frattanto,se non satolli, pieni: hovvi stromentifatti all’eccidio popolar, per ora:spegnervi poscia, il dí verrá; poca opraa chi v’ha oppressi, ed avviliti, e compri. —Ma giá Virginia al tribunal si appressa;seco è la madre, e Icilio, e immenso stuolo? —Fero corteggio; e spaventevol forse,
ad uom ch’Appio non fosse: ma, chi nato
si sente al regno, e regno vuole, o morte,temer non sa, né sa cangiar sue voglie.
SCENA SECONDA
Appio, Icilio, Virginia, Numitoria, Popolo, Littori.
Appio Quai grida ascolto? Al rispettabil seggio
decemviral viensi cosí?Popolo Ti chiedeRoma giustizia.Appio Ed ai Romani io chieggorispetto, e modo. A popolar salvezza,non men che freno a popolar licenza,qui meco siede Astréa: tacitamentequeste impavide scuri, ond’io mi cingo,vel dicon, parmi. E che? il poter sovrano,che a me voi deste, or l’obbliate voi?Di Roma in me la maestá ripostatutta non è da voi? — Piacciavi dunquein me, ven prego, rispettar voi stessi.Numit. Appio, al cospetto tuo vedi una madremisera, a cui la figlia unica vuolsitorre da un empio; la mia figlia vera,da me nudrita, al fianco mio cresciuta,amor del padre, e mio. V’ha chi di schiaval’osa tacciar: v’ha chi rapirla tenta,strapparla dai mio seno. Il nuovo eccessofremer, tremare, inorridir fa Roma:me di furor riempie... Eccola: è questa;sola mia speme: in lei beltade è molta;ma piú virtú. Roma i costumi nostri,e i modi, sa: nulla è di schiavo in noi. —Per me fia chiaro oggi un terribil dubbio:di Roma intera io tel richieggo a nome;
rispondi, Appio: son nostri i figli nostri?
Appio Scuso di madre i detti. A te rispondo,e teco, a Roma intera. Ove son leggi,tremar non dee chi leggi non infranse.A te rapir la figlia tua, s’è tua,si tenta indarno. Amor di parte nulloin me si annida. Al tribunal non venneuom finor, che costei schiava esser dica. —Ma voi, chi sete? o vero, o finto, il padrequal è della donzella?Numit. Appio, e nol sai?Mirala ben: Virginia è il nome; il traggedal genitore a te ben noto, e a Roma,ed ai nemici piú. Noi siam di plebe,e cen pregiamo: la mia figlia nacquelibera, e tal morrá. Non dubbia provadello schietto suo nascere ti sia,l’averla a se prescelta Icilio sposa.Icilio Sappi, oltre ciò, ch’ella ad Icilio è carapiú assai che vita, e quanto libertade.Appio Per or, saper solo vogl’io, se nascelibera, o no. L’esserti e sposa, e cara,cangiar non può sua sorte. — I torvi sguardi,i feroci di fiele aspersi detti,che ponno in me? Quale ella sia, ben tostoe Icilio, e Roma, giudicar mi udranno.
SCENA TERZA
Marco, Appio, Virginia, Numitoria, Icilio,
Popolo, Littori.
Marco. D’Appio all’eccelso tribunale innanzi
vengo, qual debbe un cittadin; seguacimolti non traggo; e l’ampio stuol, che cingequí gli avversarj miei, giá non m’infonde
timore al cor: prove, e ragioni adduco;
non grida, e forza, ed armi. Altro non odeAppio, che il dritto; e del mio dritto provasia non lieve, l’aver primi costororotto ogni uso di legge; e pria risposto,che la domanda io fessi.Appio È ver; novelloquesto proceder fu.Icilio Ma udiamo: narra;questo tuo dritto esponi.Marco Ecco donzella,che dal supposto genitor si noma:in mia magion, d’una mia schiava è nata;quindi, bambina, a me dalla maternafraude sottratta, e a prezzo d’or vendutaa Numitoria, che nudrilla in veced’altra, onde orbata era rimasta. Il primocolto all’inganno, era Virginio stesso;ond’ei credeala, e crede ancor sua figlia.Gente, cui è noto il prezzo, il tempo, il modo,condotta ho meco; e son mia sola scorta.Quant’io ti narro, ecco, a giurar son presti.Numit. A giurar presti i mentitor son sempre.Ciò che asserir romana madre ardisce,(Romana sí, e plebea), creder dovrassimen che i sozzi spergiuri di chi infametraffico fanne? Almen, pria che costorogiurin ciò che non è, per brevi istantideh! si ascolti una madre. Il popol tuttoall’affetto, al dolore, ai moti, ai detti,giudicherá se madre vera io sono.Appio Io giudicar quí deggio; e ognun tacersi. —E quelli piú, che ad odio, o amore, od iraservendo ognor, sol di ragion nemici,van parteggiando; e intorbidata, e guastafinor purtroppo han la giustizia in Roma.
Icilio Giudizio è questo, e non si ascoltan parti?
Ciò che a null’uom si vieta, ad una madrevietar vuoi tu?Appio Vuoi tu insegnarmi forsea giudicar, perché tribuno fosti?Io pur privato, qual tu sei, pietadepotria sentir, di madre e figlia al nome;ma, in questo seggio non si ascolta affetto:né al pianto quí, né alle minacce stolte,ma sol dar fede alla ragion conviensi.Del chieditor le prove pria, la madreverace, o falsa, udire io deggio poscia.Forza di legge ell’è:... ma voi la spemenon riponeste or nelle leggi; io ’l veggo.Icilio Leggi udir sempre risuonar quí densi,or ch’è di pochi, ogni voler quí legge?Ma poiché addurle chi le rompe ardisce,addur di legge anch’io vo’ gli usi; e dicoche della figlia giudicar non lice,s’anco il padre non v’è.Popolo Ben dice: il padreè necessario.Marco Non è conscio il padre,vel dissi io già, della materna fraude.Icilio. Ma della vostra io ’l sono; e, se non cessitu dall’impresa tosto, or tosto udrammiRoma svelar gli empj maneggi vostri.Appio Taci, Icilio. Che speri? in chi t’affidi?Nel mormorar sedizioso forsedi pochi, e rei, che al tuo parlar fan plauso?Folle, oh quanto t’inganni! A me sostegnoio son; sol io: l’amor ne’ tuoi fautori,al par che l’odio, è inefficace e lieve. —La plebe sí, ma non gli Icilj, estimo;me il lor garrir non move; ira non temo,e rie lusinghe di tal gente io sprezzo.
Icilio Ben fai; sprezzar chi a te obbedisce dei.
Ma il dí, che andavi il favor nostro vanotu mendicando; il dí, che te fingeviumile per superbia; e per viltademagnanimo; e incorrotto, e giusto, e pioper empietá; quel dí, parlar t’udimmomeno altero d’alquanto. A tutti noto,Appio, omai sei: di rientrare, incauto,in tua natura ti affrettasti troppo.Tutte hai le parti di tiranno, e tutten’hai le virtú, tranne prudenza: e suolepur de’ tuoi pari esser virtú primiera,prudenza, base a tirannia nascente.Popolo Troppo ei dice, ma vero.Appio Io quí credeagiudicar d’una schiava oggi, e non d’altro;ma, ben mi avveggo, giudicar m’è forzad’un temerario pria.Icilio D’una donzellamia sposa il natal libero credeaquí sol difender io: di Roma i dritti,di me, di tutti i cittadini miei,felice me, se del mio sangue a costooggi a difender valgo!Popolo Oh forti detti!Oh nobil cor! Romano egli è.Appio Littori,accerchiate costui: sovra il suo capopendan sospese le mannaje vostre;e ad ogni picciol moto...Virg.a Oh ciel! non mai,non fia, no: scudo a lui son io: le scurisi rivolgano in me: me traggan schiavai tuoi littori: è poco il servir mio,nulla il morir; purché sia illeso il prode,il sol di Roma difensor...
Appio Si svelga
costei dal fianco suo. Terribil tramaquí si nasconde, e sta in periglio Roma.Icilio Per me, per lei, questo è un pugnal, se forzafatta ci viene: a noi, fin ch’io respiro,uom non s’accosti.Popolo Ei nulla teme!Icilio A trarladi quí, t’è forza uccidere me pria. —Romani, udite la terribil trama,che quí s’asconde: udite in qual perigliosta Roma, udite; indi su gli occhi vostrime trucidar lasciate. Arde d’infameamor quest’Appio per Virginia...Popolo Oh ardire!Icilio Tentò sedurla; usò minacce, e preghi;e perfin oro offrille; ultimo oltraggio,che all’abbietta virtú fa il vizio in trono.Ma di patrizio sangue ella non era,onde a prezzo ei non l’ebbe. Or di rapirlatenta; e la fraude ad accertar, vi bastidell’assertore il nome. Omai pe’ figlitremate, o padri; e piú tremate assaiper le mogli, o mariti. — Or, che vi restaa perder piú? la mal secura vita.E a che piú vita; ove l’onor, la prole,la patria, il cor, la libertá v’è tolta?Popolo Per noi, pe’ figli, o libertade, o morte.Appio Menzogna è questa...Popolo O libertade, o morte.Numit. O generosa plebe, il furor tuosospendi alquanto. Ah! tolga il ciel, che natadi questo fianco sia cagion fataledi sparger rivi di romano sangue.Io chieggo solo, e in nome vostro il chieggo,che Virginio s’aspetti. A lui dinanzi,
ed a voi tutti, discolpar saprommi
della mentita non soffribil taccia.Appio Cessate omai, cessate, o ch’io di leggeesecutor severo, or or vi mostroquant’ella può. Voi vi accingete a impresavana omai, vana; e le insolenti grida,a giustízia ottener d’uopo non fanno,come a sturbarla inefficaci sono.Icilio mente, e il proverò. — Costui,d’ogni tumulto, d’ogni rissa il capo,gran tempo è giá che il civil sangue anela.Tribuno vostro, era di voi nemico,come di noi. Distrugger prima i padri,ingannar poi la plebe, e in vil servaggioridurci tutti, era il pensier suo fello:quindi è sua rabbia in noi. Fidar vi piacquein man de’ Dieci il fren dell’egra e afflittacittá: me, quanto io son voi stessi feste;voi, di fatale empia discordia stanchi.Rinasce appena or la bramata pace;e a un cenno, a un motto del peggior di Roma,a turbarla degg’io presti vedervi?Popolo È ver; giudice egli è: ma udiam, quel prodeche gli risponda.Icilio È ver, giudice il feste,legislator; ma giá compiuto è l’anno;giudice poscia ei vi si fea per fraude;or, per forza, tiranno. Ei noma pacela universal viltade: atro di mortesopor quest’è, non pace. A rivi scorrenel campo nostro il cittadino sangue:e chi sel beve? è l’oste forse? — Il prodemisero Siccio, ei, che nomar nel campoosò la prisca libertá, non caddetrafitto in pugna simulata a tergo,dal traditor decemviral coltello?
Appio Siccio ribelle, ivi...
Icilio Che narro io stragi?Son note giá. Sangue per anco in Romasparso non han; ma a larga mano l’oro,che orribil prezzo fia di sangue poscia.Chi pensa e parla qual romano il debbe,nemico oggi è di Roma. Alle donzellesposo, e parenti, e libertade, e fama,tutto si toglie. Or, che aspettate? Il duro,il peggior d’ogni morte orribil giogoimposto a voi da voi; che d’uom vi lasciail volto appena, e il non dovuto nome;perché da voi non cade infranto a terra?Sete Romani voi? romane gridaodo ben; ma romane opre non veggio.Sangue v’è d’uopo ad eccitarvi? Io leggogiá del tiranno in volto il fero cennodi morte. Or via, satelliti di sangue,vostre scuri che fanno? È questo il capo,Appio, quest’è, che tronco, o a Roma torredebbe, o per sempre render libertade.Fin che sul busto ei sta, trema; lo udrailibertade gridare, armi, vendetta.Se Roma in se Romani altri non serra,a Tarquinio novel novello Bruto,vivo o morto, son io. Mira, io non fuggo,non mi arretro, non tremo: eccomi...Virg.a Oh cielo!Appio deh! frena l’ira: entro al suo sanguenon por le mani: odi che il popol freme,né il soffrirá. Troppo importante vitaminacci tu: me fa perir; fia il dannominore a Roma, e a te...Icilio Che fai? tu preghi?E un Appio preghi? In faccia a Roma, in facciaa me? Se m’ami, a non temere impara:e se d’amor prova ti debbo io prima
dar quí, la vita, in don tu la ricevi,
da Romana qual sei, d’Icilio sposa.Numit. Oh terribil momento! Appio, ten pregoun’altra volta ancor; Virginio torni,e s’aspetti, e s’ascolti.Popolo Appio, deh! torniVirginio; il vogliam tutti...Appio Io piú di tutti,presente io ’l voglio; ei lo sará: nel forotutti vi aspetto al nuovo dí. — Costuidi morte reo, per or non danno a morte;creder potreste ch’io di lui temessi:per ora ei viva, e al gran giudicio assista;se il vuole, in armi; e voi con esso, in armi.Dar pria sentenza della schiava udrete,e di lui poscia. A veder quí v’invito,che in sua virtú securo Appio non trema.Marco Ma vuol la legge, che appo me frattantoresti la dubbia schiava.Icilio Infame tettodi venduto cliente asíl sarebbed’onesta vergin mai? Legge non havviiniqua tanto; o, se pur v’ha, si rompa.Marco Mallevador chi fia della donzella?Popolo Mallevador noi tutti.Icilio Ed io con loro.Andiam: vedranne il nuovo sol quí tutti,certi di noi, di nostre spose, o estinti.
SCENA QUARTA
Appio, Marco.
Appio — Icilio ell’ama? E sposa n’è? — Piú forte,
piú immutabil sto quindi in mio proposto.Va, temerario, or nella plebe affida,mentr’io...
Marco La plebe a ribellar piú pronta,
piú accesa mai vedesti?Appio Altro non vidi,fuor che Virginia; e mia sará. — Ch’io tremi,vuoi dirmi forse? e ad Appio osi tu dirlo?Chi la plebe temesse, arbitro forad’essa giammai? Temporeggiar nel primo,e prevenire il suo furor secondo;sempre impavido aspetto; amaramentebrevi lusinghe a minacciosi dettiirle mescendo: ecco i gran mezzi, ond’ioson ciò ch’io sono; e piú ch’uom mai quí fossefarommi.Marco Invano, finché Icilio vive,gli atterrisci, o seduci. In lui, nel suocaldo parlar, nel tribunizio ardiretrovan, membrando i loro prischi dritti,esca possente a non estinto foco,che nei petti giá liberi ribolle.Appio Fin ch’altro a far mi resta, Icilio viva.Di sofferenza giova anco talvoltafar pompa: Icilio viva, e il popol vegga,che poco ei può contr’Appio. In odio, e sprezzocangiar vedrai dalla volubil plebeil suo timido amor: d’Icilio a dannotorneran l’armi sue; di sua rovinaprimo stromento fia la plebe stessa.Marco Ma, il tornar di Virginio, oh quanto aggiungeardimento alla plebe, a Icilio forza!...Appio Ma, il tornar di Virginio;... e che?... tu il credi? —Vieni, e saprai, come, ottenuto il tempo,non manca ad Appio a ben usarlo ingegno.
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