XLI
XLI.
— Sono lontani? — domandò Luca.
Una breve detonazione risonò a trenta passi. Il sottufficiale sorrise.
— È il nostro Gorka che tira su di loro — disse con un cenno della testa.
Dopo qualche passo videro Gorka che ricaricava il fucile dietro un monticello di sabbia: si divertiva a tirare sugli abreks rannicchiati dietro un altro monticello
Fischiò una palla. Il primo ufficiale, livido, perdeva la testa. Luca scese da cavallo, gettò la briglia ad uno dei cosacchi e andò verso Gorka. Olénine lo seguì. Due palle fischiarono ai loro orecchi. Luca si rivolse ridendo verso Olénine e si abbassò.
— Ti uccideranno, Andreitch, — disse — vattene, non hai nulla da fare qui. —
Ma Olénine voleva vedere gli abreks; scòrse i loro berretti e le loro carabine a dugento passi; poi, un leggerissimo fumo, ed una palla fischiò di nuovo. Gli abreks stavano dietro un masso a piè di un monticello. Olénine era stupefatto del punto che avevano scelto: era una pianura come tutto il resto delle steppe, e la presenza degli abreks la segnalavano singolarmente all’attenzione del nemico, eppure Olénine pensava che essi non potevano scegliere un altro luogo. Luca ritornò al suo cavallo: Olénine non lo lasciò più.
— Ci vuole una carretta con del fieno, — disse Luca — altrimenti saremo tutti uccisi; prendiamo il carretto dei nogaïs, là dietro la collina. —
Il primo ufficiale e il sottoufficiale eseguirono i suoi ordini. Portarono il carretto, i cosacchi vi si rannicchiarono dietro. Olénine salì sulla collina onde poter vedere ciò che accadeva. La carretta avanzava, i cosacchi la seguivano.
Gli abreks, nove in tutti, erano in ginocchio, stretti l’uno contro l’altro, allineati, e non tiravano.
Il silenzio era profondo; tutto ad un tratto si udì un canto che s’innalzava nell’aria, un canto strano e lugubre del medesimo genere dell’«Aï daï dalalaï» di Jérochka: i tetcheni, sapendo di non poter sfuggire ai cosacchi, si erano legati l’uno con l’altro con delle corde fortissime per non cedere alla tentazione di fuggire; avevano caricato le loro carabine e intonavano il loro canto di morte.
I cosacchi si avvicinavano sempre; Olénine aspettava la prima scarica, ma il silenzio non era turbato che dal lugubre canto degli abreks.
Ad un tratto il canto cessò, si udì una breve detonazione, una palla colpì la carretta; si udirono le bestemmie e le grida degli abreks. I colpi di fucile si ripetevano, una palla dopo l’altra si sprofondavano nel fieno. I cosacchi non rispondevano, erano a cinque passi di distanza.
Ancora un momento, e i cosacchi uscirono di dietro la carretta mandando dei gridi selvaggi. Luca era avanti. Olénine udì dei colpi di fucile, delle grida, dei gemiti; credette di vedere del fumo e del sangue. Balzò a cavallo e corse a raggiungere i cosacchi; i suoi occhi si velarono di orrore.... Non comprendeva nulla ancora, ma indovinava che tutto era finito. Luca, pallido come la cera, aveva afferrato un tetchene ferito, e gridava:
— Non lo uccidete! lo prenderò vivo! —
Era il fratello di colui che Luca aveva ucciso, e che era venuto a riscattarne il corpo. Luca lo strangolava.
Il tetchene fece un movimento disperato e lasciò partire un colpo di pistola. Luca cadde; gli scorreva il sangue. Si rialzò vivamente, ma ricadde, bestemmiando in tartaro e in russo. Il sangue gli colava a fiotti. I cosacchi gli sciolsero la cintura. Nazarka voleva aiutarlo, ma non riuscì a rimettere il pugnale nella guaina; la lama era coperta di sangue.
I tetcheni erano massacrati; uno solo, quello che aveva ferito Luca, era ancora vivo. Simile ad un avvoltoio ferito (il sangue gli colava dall’occhio destro), co’ denti stretti, cupo in volto, girava gli occhi smarriti e teneva il pugnale ancor pronto alla difesa. Il primo ufficiale si avvicinò da un lato, evitandolo di faccia, e gli tirò una pistolettata nell’orecchio. Il tetchene fece un balzo e cadde morto.
I cosacchi, ansanti, separarono i morti e li spogliarono delle armi.
Coricarono Luca sulla carretta; egli non cessava di bestemmiare.
— Ora, ora,... ti soffocherò con le mie mani, non mi sfuggirai più! — gridava agitandosi violentemente.
Poi si svenne e tacque.
Olénine tornò a casa. La sera gli dissero che Luca era moribondo: un tartaro si era incaricato di curarlo con delle erbe.
I cadaveri degli abreks erano stati trascinati in direzione del villaggio; le donne e i bambini accorrevano da ogni lato per vederli.
Olénine era ritornato al crepuscolo. Si trovava come smarrito; ma presto i ricordi gli si affollarono alla mente; si mise alla finestra. Marianna passava dalla capanna alla dispensa, occupata delle faccende di casa. Sua madre era nella vigna, suo padre alla direzione. Olénine non potè più reggere: andò a trovare la ragazza. Ella era nella sua camera e gli volgeva la schiena. Olénine credette che fosse per pudore.
— Marianna! — disse — posso entrare? —
Ella si volse ad un tratto. Aveva le lacrime agli occhi, il suo viso era bello di tristezza; guardava il giovane con alterigia.
— Marianna! vengo...
— Lasciami stare! — lo interruppe.
Il suo viso non cambiò espressione, ma dei fiumi di lacrime le colarono dagli occhi.
— Che hai? Perchè piangi?
— Perchè? — chiese con voce dura e rude — hanno massacrato i cosacchi, e tu domandi perchè?...
— Luca!... — esclamò Olénine.
— Vattene! che vuoi ancora?
— Marianna!
— Tu non otterrai mai nulla da me!
— Marianna! non parlare così!
— Vattene! con quella tua indifferenza! — gridò la ragazza; battendo il piede in terra, incollerita; e si avanzò verso Olénine con gesto minaccioso.
Vera tanta collera, tanto disprezzo e tanto orrore nell’espressione della sua faccia, che Olénine comprese che non aveva più nulla da sperare.
Non rispose e fuggì fuor della capanna.
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