XLII

XLII.

Olenine ritornato a casa, rimase circa due ore immobile sul letto, poi andò dal capo della compagnia e domandò di esser mandato allo stato maggiore. Non si congedò da nessuno e incaricò Vania di regolare i suoi conti con l’ospite. Partiva per la fortezza dove trovavasi il suo reggimento. Lo zio Jérochka soltanto andò per accompagnarlo.

Bevvero insieme molti bicchieri di vino. Una troïka postale stava davanti alla porta, come quando partì da Mosca; ma Olénine non analizzava i propri sentimenti come allora; non sognava una nuova esistenza: amava Marianna più di prima, e sapeva che ella non corrisponderebbe mai il suo amore.

— Addio, caro! — gli diceva Jérochka. —

Quando tu farai una campagna, sii più accorto di me; ascolta i consigli di un vecchio; quando faccia ai fucili dei nemici, non rimanere nei ranghi! Appena vi entra la paura, vi stringete l’uno contro l’altro; ed ecco il pericolo: i nemici tirano sempre nel mucchio. Quanto a me, io m’isolavo sempre, ecco perchè non sono mai stato ferito.

— E la palla che hai nella schiena? — osservò Vania che metteva in ordine la camera.

― Oh! questo è un complimento dei cosacchi — rispose Jérochka.

— Come dei cosacchi? — domandò Olénine.

— Sì erano tutti ubriachi. Uno di questi mi ha regalato una pistolettata qui!

— È molto doloroso!... — disse Olénine. — Vania, sarai pronto presto?

— Eh! perchè hai tanta furia? lasciami finire.... La palla non ha toccato l’osso ed è rimasta nella carne. Gli dissi: «Tu mi hai ucciso, fratello! Che hai fatto? Non siamo pari; tu mi devi perciò un mezzo secchio di acquavite.»

— Soffrivi molto? ― domandò Olénine, che lo ascoltava appena.

— Lasciami finire! Mi diede l’acquavite, ci mettemmo a bere, e il sangue colava sempre, in terra ce n’era una pozza. Il vecchio Burdak diceva: «Questo ragazzo se ne va.» «Dammi un altro fiasco d’acquavite o ti denunzio alla giustizia!....» Portarono il fiasco, e ne abbiamo bevuto!...

— E non soffrivi? — domandò ancora Olénine.

— Ma che soffrire? Non m’interrompere, lasciami finire! Ne abbiamo bevuto fino a giorno; mi sono addormentato sul canto del fuoco. La mattina, non potevo più articolare neppure un dito!

— Soffrivi molto? — ricominciò Olénine, aspettando sempre la risposta a questa sua domanda.

— Credi che mi facesse molto male? No, ma avevo le membra intorpidite e non potevo camminare.

— Ma guaristi! — esclamò Olénine, che non aveva coraggio di sorridere tanto il suo cuore era gonfio.

— Sono guarito, ma la palla però vi è sempre: tasta qui. —

E il vecchio, aprendo la camicia, scoprì le sue larghe spalle, dove si sentiva una piccola palla, vicino all’osso.

— Senti come si muove! Eccola che scende! — disse il vecchio, che si divertiva con questa come con un giocattolo.

— Luca sarà salvo? — domandò Olénine.

— Dio solo lo sa! Qui non vi è il medico; sono andati a cercarne uno.

— Dove lo troveranno? A Groznoïa? — disse Olénine.

— Non c’è neppur là! Se fossi czar, già da gran tempo avrei fatto impiccare tutti i vostri dottori russi. Non sanno che adoprare il coltello; hanno tagliato una gamba al nostro cosacco Baklaschew: lo hanno storpiato, e ciò prova che sono delle bestie. Baklaschew non è più buono nulla. Ora sono andati nelle montagne a cercare un vero medico. Una volta uno dei miei amici è stato ferito al petto; i vostri dottori lo avevano condannato. Allora hanno condotto Saïb, che!’ha guarito. Quelli delle montagne conoscono le erbe medicinali.

— Ma via.... non sono che delle frottole coteste! — rispose Olénine. — Vi manderò un medico dello stato maggiore.

— Frottole? — disse il vecchio contraffacendolo. — Sì! a che fare tu manderai un medico?... Ma se i vostri avessero del senso comune, i nostri cosacchi verrebbero a farsi curare da voi, e invece sono i vostri ufficiali che fanno venire i nostri medici dalle montagne. Tutto è menzogna da voi, tutto! —

Olénine non rispose: era di opinione anche lui che tutto era menzogna nella società che aveva lasciato e che andava di nuovo a ritrovare.

— L’hai veduto Luca? Come sta?

— È come morto; non mangia, non beve; prende soltanto dell’acquavite. Mi fa pena; è un bravo giovane, un circasso come me. Un giorno io stavo per morire, le vecchie mi urlavano d’attorno, mi sentivo bruciar la testa, mi avevano già steso sotto le sante immagini. Resto immobile e odo una quantità di tamburini che battono la ritirata; grido loro di smettere, ed essi continuano più forte! — Il vecchio si mise a ridere. — Le donne conducono uno dei nostri preti, perchè mi facesse il passaporto per il mondo di là. Era un galante che faceva all’amore, pervertiva il mondo, mangiava molto e sonava la balalaïka. Mi confesso a lui: «Ho peccato» dissi. Egli mi parla della balalaïka. «Mostrami quel maledetto strumento, che lo spezzi» mi disse. «Non ce l’ho» rispondo. L’avevo nascosto nella dispensa, sapendo che non lo avrebbe trovato. Alfine mi hanno lasciato tranquillo, guarii e ricominciai a sonare la balalaïka.

Ma che cosa ti dicevo? Sì, segui il mio consiglio: non rimanere nelle file, ti uccideranno, e tu mi fai compassione. Tu bevi molto, e mi piaci. I tuoi compatriotti amano di dar la scalata alle montagne; uno dei vostri era venuto di Russia; appena vedeva una collina, correva su. Un giorno a cavallo, era contentissimo. Ma ecco un tetchene che lo vede, e lo atterra. E sai, questi tetcheni sono svelti; ve ne sono dei più svelti di me. Non mi piace che un uomo sia ucciso inutilmente. Nel vedere i vostri soldati, rimango sorpreso; che sono forse poco bestie! vanno tutti in massa e portano dei colletti rossi, e poi non vogliono essere uccisi! Uno cade morto, lo trasportano; c’è subito un altro che prende il suo posto; è una sciocchezza, questa! — ripeteva il vecchio crollando la testa. — Perchè non sparpagliarsi, non isolarsi? Sarebbe assai più ragionevole. Non ti pare? Fai ciò che ti dico, il nemico non ti toccherà.

— Grazie, zio, — disse Olénine alzandosi e andando verso la porta — ci rivedremo un giorno, se Dio vuole. —

Il vecchio cosacco lo guardava di traverso, e rimaneva seduto in terra.

— Che ci si separa così, imbecille? — gli disse. — Ci siamo tenuti compagnia un anno intero, e con un addio è detto tutto! Ed a me, che ti amo assai, tu mi fai compassione, poveretto, sempre solo! Misantropo che tu non sei altro! Stanotte non ho chiuso un occhio e ho pensato sempre a te, da tanto che mi fai compassione. La canzone dice il vero: «È penoso, caro fratello, di vivere in paese straniero!»

— Addio, dunque — disse Olénine, mostrando di aver fretta.

Il vecchio si alzò lentamente e gli tese la mano, che strinse.

— No, dammi la testa, — disse il vecchio, e presa la testa d’Olénine con le sue grosse mani, l’abbracciò tre volte e scoppiò in lacrime.

— Ti voglio bene, addio! —

Olénine prese posto sul veicolo.

— Ebbene! parti senza darmi neppure un ricordo? Dammi una carabina, tu ne hai due — diceva il vecchio piangendo.

Olénine prese una delle carabine e gliela diede.

— Mi pare che abbiate già dato troppo, a questo vecchio! — brontolò Vania — non è mai sazio, quel pitocco!

— Taci tu! — gli gridò il vecchio ridendo — avaro, va’ via! —

Marianna uscì in quel momento dalla dispensa; ella gettò uno sguardo indifferente sui due che partivano, fece loro un leggiero saluto con la testa ed entrò nella capanna.

— Eccola là! — disse Vania, con un ammiccar dell’occhio ed un riso sciocco.

— Andiamo! — gridò Olénine facendosi più burbero di quello che non era.

— Addio, amico! addio! penserò a te! — gridò Jérochka.

Olénine si voltò: lo zio Jérochka e Marianna parlavano dei loro affari: nè il vecchio cosacco, nè la ragazza gli rivolsero un ultimo sguardo.

FINE.

Comentarios

Cargando comentarios…